Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2014  ottobre 25 Sabato calendario

QUESTI GLI SPRECHI DI BRUXELLES

«Basta con le lettere segrete. Pubblicheremo tutti i dati economici, quanto si spende in questi palazzi, sarà molto divertente». Così Matteo Renzi ha replicato a José Barroso, presidente uscente della Commissione Ue, che si era indignato per la pubblicazione della richiesta Ue di chiarimenti sulla Legge di stabilità.
Una mossa geniale, quella di Renzi: il capitolo delle spese interne è infatti la vera coda di paglia della Commissione Ue. Applicando per anni, con ottusa rigidità, i regolamenti europei, Barroso e gli euro-burocrati hanno imposto ai Paesi Ue una politica di austerità che ha prodotto 26 milioni di disoccupati e un ridimensionamento del welfare (pensioni, sanità, istruzione), senza mai intaccare i privilegi dei veri poteri forti europei: le banche, vale a dire le vere responsabili della crisi economica.
A questo andazzo ipocrita Renzi ha deciso di dire basta. Nel nostro piccolo, siamo lieti di contribuire al «divertimento» con alcuni dati. Cominciamo da Barroso. Dal primo novembre, lascerà la presidenza della Commissione Ue dopo dieci anni di mandato. In questo periodo, il suo stipendio base, regolamenti alla mano, è stato pari al 138% di quello del funzionario della Commissione più alto in grado (18.025,09 euro al mese): dunque, Barroso ha avuto finora una busta paga base di 24.874,62 euro lordi al mese. A questo si è aggiunto un assegno per la residenza, di importo non precisato ma pari alle spese d’affitto, più un’auto blu e l’assistenza di uno staff di 20 persone. In totale, circa 300 mila euro l’anno. Una cuccagna che non avrà termine il primo novembre, poiché nei prossimi tre anni, come gli altri commissari Ue, Barroso avrà diritto a un assegno di 90mila euro l’anno «per reinserirsi nel mondo del lavoro».
Al confronto, il premier italiano ha una busta paga da politico «povero»: 114.796,68 euro lordi l’anno, pari alla metà del tetto imposto agli stipendi degli alti burocrati italiani (un terzo di ciò che prende Barroso). Non essendo deputato, Renzi non può cumulare l’indennità di primo ministro con quella di parlamentare. A conti fatti, prende 30 mila euro in meno di quando, nel 2012, era sindaco di Firenze: allora il suo stipendio era di 145.272 euro. Come lui, anche il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, guadagna meno di prima: la sua indennità di ministro (non deputato) è uguale a quella di Renzi, inferiore di 102 mila euro allo stipendio che riceveva dall’Ocse (216 mila euro nel 2013).
Poi ci sono le tasse. Barroso, come i 34 mila dipendenti della Commissione Ue, gode di un trattamento che dire agevolato è poco, con una trattenuta fiscale pari all’8% (fino al 2004 era appena del 2%), che assolve ogni obbligo tributario anche verso il Paese d’origine. Renzi e Padoan subiscono invece un prelievo fiscale superiore di quasi sei volte, poiché sul loro reddito scatta l’aliquota Irpef marginale del 43%.
Torniamo a Bruxelles. I 34 mila dipendenti della Commissione Ue godono di un trattamento economico complessivo (stipendi, pensioni, fringe benefits) da autentici nababbi della burocrazia. Come Mario Giordano ha documentato nel suo libro («Non vale una lira»; Mondadori), il loro stipendio netto supera quasi sempre quello lordo grazie a un duplice meccanismo: l’aliquota fiscale bassa (8%) è interamente compensata da tre assegni familiari (uno per la famiglia, uno per i figli, uno per l’indennità scolastica) e da una «indennità di dislocazione» pari al 16 per cento dello stipendio, pagata anche a coloro che dal loro Paese d’origine si sono trasferiti a Bruxelles 30 anni fa. Risultato: uscieri e segretarie arrivano a prendere da 4 mila a 6 mila euro netti al mese; traduttori e archivisti da 6 mila a 9 mila euro, gli assistenti superano il tetto dei 10 mila netti, mentre gli alti dirigenti viaggiano tranquillamente sopra i 16 mila netti al mese.
Le tasse modeste che i dipendenti Ue pagano non vengono girate ai Paesi d’origine, ma trattenute dalla Commissione Ue, che li restituisce sotto forma di benefits. Chi ha un bambino piccolo che va all’asilo riceve un assegno di 20 mila euro l’anno, quasi pari a una borsa di studio per il prestigioso college inglese di Eton. Chi ha figli che vanno a scuola, pur essendo queste gratuite, riceve un assegno scolastico. E in caso di malattia, un’assicurazione pagata con una modesta trattenuta sullo stipendio (1,7%) copre tutte le cure private possibili.
Il massimo dei privilegi si tocca con le pensioni. Dopo avere imposto ai Paesi europei riforme drastiche della previdenza, innalzando l’età pensionabile a 65-67 anni e tagliando gli assegni, i funzionari Ue continuano ad andare in pensione a 63 anni, con possibilità di prepensionamento a 55 anni, il tutto con il vecchio metodo contributivo, cioè con la pensione calcolata sul 70 per cento dell’ultimo stipendio. Risultato: la pensione media Ue è pari a 5.700 euro netti al mese, con punte di oltre 13 mila netti per i dirigenti. L’onere totale per il budget Ue è galoppante: 1 miliardo 499 milioni nel 2014, in aumento del 45% rispetto al 2008. Soldi pagati da tutti noi, con le tasse destinate al bilancio Ue di Bruxelles. Un onere, quest’ultimo, per nulla divertente, semmai da rivedere.
Tino Oldani, ItaliaOggi 25/10/2014