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 2014  ottobre 25 Sabato calendario

KOBANE, NEL BORGO DIVENUTO SIMBOLO LA BATTAGLIA CHE CAMBIERA’ AL GUERRA

NON sembra una città siriana, pare piuttosto un borgo acquattato nell’Anatolia turca. Prima che il missile lanciato da un aereo invisibile esplodesse alle due del pomeriggio nel centro dell’abitato, coprendolo con un fumo accecante, il panorama era identico, calvo e ondulato, sui due versanti. Non c’era traccia di una frontiera, anche se sapevi che Kobane è subito oltre la linea di confine a fondo valle. Di solito nessun cartello o recinto segnala il passaggio, all’infuori di isolati posti di polizia. Adesso però è tutto più chiaro, brutale: raffiche e bombe formano un muro insuperabile. Il mio compagno di viaggio mi dà il binocolo e mi mostra, quando il fumo si dirada, la pista polverosa sulla quale passa ogni tanto un intrepido autista schiacciando l’acceleratore. È quello il confine? Potrei scendere a valle dalla collina su cui mi trovo e raggiungere in pochi minuti la linea ferroviaria. Quei binari mi sembrano la vera frontiera. In realtà sono le vestigia di una fallita idea di progresso. Li hanno posati dei pionieri tedeschi nei primi anni del Novecento con l’intenzione di unire Berlino a Bagdad. Sono la reliquia di una follia d’Oriente. Qui si sono accese tante fantasie occidentali; e si sono creati vasti cimiteri di progetti incompiuti e di imprese politiche fallite; Kobane è uno di questi.
Pensi a una tomba quando scopri col binocolo la sagoma di una chiesa armena cristiana abbandonata e trasformata in un bunker; o una moschea curda diroccata di cui non identifichi gli occupanti; o un edificio francese dell’epoca del protettorato traforato dai proiettili. I binari morti, sui quali riposano vagoni sventrati, imbottiti di schegge, sfiorano le prime case di Kobane. Se i soldati turchi mi consentissero di superarli sarei subito travolto dalla battaglia che impegna da più di un mese gli aggressori del califfato e i difensori curdi. Ma nessuno osa inoltrarsi troppo nella valle stretta per avvicinarsi al borgo che è come un bollente lago di pietre.
Qui, in bilico tra l’Anatolia sudorientale e la Siria settentrionale, un luogo modesto, isolato, persino un po’ poetico se regnasse la pace, è il teatro di una battaglia in cui il presidente degli Stati Uniti e i suoi ventidue non sempre fidati alleati hanno impegnato il prestigio. Gli sguardi del mondo sono puntati su un borgo vuotato dei suoi abitanti. Ne rimarrebbero un migliaio rintanati nelle case. Forse meno. Gli altri sono fuggiti in Turchia. I rifornimenti paracadutati dagli americani hanno attenuato negli ultimi giorni la fame e la sete. Le munizioni e le armi leggere hanno rincuorato i combattenti curdi. E se qualche lancio è finito per sbaglio in mano ai jihadisti non è cambiato molto. Attorno ai civili, i guerriglieri curdi, forse duemila, fanno da scudo, e si ammazzano ventiquattro ore su ventiquattro con quelli del califfato. Nessuno dei due campi ha finora prevalso. I curdi resistono, i jihadisti attaccano. E viceversa. Quartiere per quartiere. Casa per casa. Strada per strada.
Gli uni e gli altri aspettano rinforzi. I curdi contano sull’Esercito libero siriano, la formazione moderata, definita laica, che si batte al tempo stesso contro il regime di Damasco e contro gli islamisti. Si attendono quasi duemila uomini. Anzi millesettecento. Trecento in meno fanno la differenza. Ma per ora sono un miraggio. La strada è lunga e piena di imboscate tese dai jihadisti. Sarebbero in arrivo anche cento venti peshmerga, i curdi iracheni. Pare siano già in viaggio. I jihadisti ricevono invece rinforzi da Raqqa, la loro capitale, e da Mosul, seconda città dell’Iraq nelle loro mani. La battaglia si allarga. Per ora i jihadisti non ce l’hanno fatta a conquistare la città. Gli aerei di Barack Obama li hanno frenati. Quindi per ora il presidente americano ha salvato la faccia. La perderebbe, per un po’, se Kobane cadesse. Ha puntato molto su questo borgo. Se non riuscisse a salvarlo con i bombardamenti, i jihadisti trionferebbero. Per il peso che ha assunto la battaglia, l’intero mondo musulmano sarebbe percorso da un fremito. Un misto di orgoglio e di paura.
In questo trascurabile angolo del Levante dove arabi, curdi, turcomanni, armeni, cristiani d’Oriente e musulmani più o meno devoti hanno vissuto a lungo i loro drammi, senza mai attirare troppo l’attenzione del mondo, adesso si gioca una partita armata destinata ad avere un forte impatto psicologico su una guerra che si annuncia lunga e destinata a cambiare fronti e alleati. Il posto, Kobane, non ha un’importanza strategica di grande rilievo. Alcuni esperti esagerano. Ma il valore simbolico della battaglia in questa fase del conflitto è superiore a quello di altri fronti, senz’altro più decisivi in Iraq e nella stessa Siria. La coalizione che abbraccia la super potenza e i suoi alleati, dall’Australia al Canada, dall’America all’Europa, e naturalmente l’Arabia nel suo insieme, quella Saudita e gli Emirati, il Qatar e la Giordania, sia pur incerta, riluttante, cerca di salvare Kobane. Se non ci riuscisse, più che una sconfitta militare sarebbe un’umiliazione. Il morale ne risentirebbe. Sarebbe preoccupante se la super potenza aerea non riuscisse a disperdere una banda di fanatici al suolo, dotati di armi strappate ai soldati sbaragliati nella provincia di Anbar, nella città di Mosul, e in altre località irachene occupate, e gonfi di dollari grazie al contrabbando di petrolio estratto dai pozzi conquistati. Guerriglieri non certo privi d’audacia. Motivati. Accor- si dai paesi musulmani o dalle periferie musulmane d’Europa. Di fronte a questa internazionale islamica, i curdi, uomini e donne, difendono soprattutto la loro città, e con essa la vita. Ma sono diventati soprattutto un esempio della lotta all’irrazionale, e alla barbarie che l’accompagna. La posta in gioco è grande nella piccola Kobane. Per questo la battaglia conta.
Noi cronisti percorriamo puntuali i sessanta chilometri che separano la città turca di Urfa (o Sanhurfa) dalle colline in faccia a Kobane. E da quelle tribune naturali cerchiamo di scrutare quel che accade nelle strade strette del borgo in parte arrampicato su un’altura elegante, ben disegnata. Inseguiamo col binocolo un uomo o una donna col kalashnikov a tracolla o puntato contro un nemico che non vediamo; quindi non distinguiamo sempre il curdo dal jiha- dista; anche se quest’ultimo è spesso mascherato; e dall’intensità delle raffiche, dai ritmi dei mortai, cerchiano di intuire l’andamento dello scontro. Il ronzio insistente degli aerei annuncia un’esplosione e subito dopo segue il tuono e una colonna di fumo che si spande sulle case come una nebbia fitta. Ogni tanto c’è chi riesce a comunicare con l’interno tramite qualche satellitare. A volte sulla nostra collina arrivano dettagli sugli scontri in corso. Brevi testimonianze di donne curde che abbracciano il kalashnikov come gli uomini e suscitano ammirazione. Ma ci sono donne anche tra i combattenti del califfato. Ragazze di nemmeno vent’anni. Ci sono, pare, tunisini, algerini, sauditi, ed anche qualche occidentale convertito. Dai film propagandistici, che i jihadisti riescono a trasmettere, emergono volti scoperti, senza maschera, come se per orgoglio non ci si volesse nascondere.
Una decina d’anni fa Kobane contava circa cinquantamila abitanti. La popolazione si era sfoltita nella prima metà del Novecento con l’esodo degli armeni. I curdi restavano maggioritari lungo la frontiera turca. Sono circa due milioni nella Siria settentrionale. Dal dieci al quindici per cento sul piano nazionale. Nonostante il lungo contrasto con il regime di Damasco e la repressione subita nel 2004, hanno deciso di tenersi fuori dalla guerra civile per evitare di coabitare nell’opposizione con i Fratelli musulmani e di subire l’influenza turca. Erano soprattutto ansiosi di far avanzare i propri diritti, per quanto riguarda la lingua, la cultura, le tradizioni, ben distinte da quelle arabe. In seguito a un compromesso con Damasco, i curdi hanno ottenuto un ritiro parziale dell’ esercito siriano dalle loro regioni, benché non mancassero le manifestazioni contro il regime di Bashar al Assad. La popolazione ha cercato di sviluppare in particolare un sistema autonomo e subito si è scontrata con i gruppi jihadisti incompatibili con la moderata pratica musulmana locale. Il rapido e prepotente sviluppo del califfato ha poi condotto alla guerra aperta.
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Fuoco e fiamme si alzano dagli edifici di Kobane, la città siriana dove infuriano i combattimenti tra miliziani del sedicente Stato islamico e curdi
FOTO: AFP
FOTO: AFP FOTO: AFP IN FIAMME
A sinistra, un jihadista dell’Is mentre spara con una mitraglia verso i combattenti di Kobane. A destra, la città in fiamme vista dal confine turco