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 2014  ottobre 24 Venerdì calendario

IL CARDINALE CHE DÀ LA LINEA AI RAGAZZI DI HONG KONG


La sua parrocchia di cardinale è a Tor Bella Monaca, un quartiere difficile di Roma. La sua casa è una stanza nel seminario salesiano di Hong Kong. Ma in questi ultimi giorni ha dormito anche all’aperto, nelle strade di Admiralty, il distretto finanziario dell’ex colonia britannica dove decine di migliaia di giovani hanno sfidato il potere cinese in nome della democrazia. Un’immagine inconsueta, molto forte, per un principe di Santa Romana Chiesa e per una figura esile che ha compiuto 82 anni. Questo è Joseph Zen Ze-kiun, un uomo di fede e un politico difensore dei diritti civili, di fronte all’impero cinese che non li riconosce. In Francia gli hanno dedicato una biografia intitolata Un uomo in collera, però, quando lo incontriamo a Hong Kong circondato da fogli scritti a mano sorride e confida soddisfatto: «Ho appena finito di mettere giù la novena per la beatificazione di Paolo VI, che grande Papa». Dall’altro lato del tavolo di legno che sembra uscito da una cucina italiana degli Anni Trenta, un fascio di appunti: «Queste sono le lettere che ho scritto ai ragazzi che occupano le strade della nostra bella città».
Siamo andati a trovarlo in un pomeriggio appiccicoso di questo autunno rovente, che ha creato in Cina la scossa politica più forte dai tempi della Tienanmen. Le proteste sono per la democrazia negata da Pechino, ma sotto ci sono anche le tensioni forti tra cristianesimo e partito comunista cinese. Ci sono 360mila cattolici e 480mila anglicani e protestanti a Hong Kong, su una popolazione di sette milioni di anime: una forza importante.

Quell’accento piemontese. Joseph Zen questo conflitto lo ha attraversato in tutta la sua vita: è nato nel 1932 a Shanghai in una famiglia cattolica, si è rifugiato a Hong Kong quando Mao sconfisse i nazionalisti nel 1949, entrò nel seminario salesiano. Poi in Italia, ordinato sacerdote a Torino nel 1961. Laureato in teologia e filosofia. Di quel periodo il cardinale conserva un italiano perfetto, con una lieve inflessione piemontese tradita dal suo intercalare «eh?», che ricorda il «neh?». La sua assistente, la devota signora Fung, ci confida che «in effetti Sua eminenza parla l’italiano meglio del cantonese» (la lingua di Hong Kong).
Il ricordo più bello dell’infanzia a Shanghai? Zen risponde in un attimo: «Andavo alla scuola della parrocchia e mi piaceva quando ogni mattina papà mi portava a messa, erano anni felici eh? Poi venne la guerra con i giapponesi, l’estrema povertà, i lutti, la fuga a Hong Kong, la vocazione. L’opera salesiana, eravamo poveri ma in un ambiente felice con bravi professori, bei ricordi anche quelli». Tutto d’un fiato, perché il cardinale è un uomo veloce. L’estate scorsa, quando il movimento per la democrazia di Hong Kong ha cominciato a manifestare pacificamente, Zen ha messo una maglietta bianca sulla sua camicia grigia con il collarino e ha marciato: 84 ore in una settimana, per dimostrare al potere centrale di Pechino la determinazione del popolo. La determinazione a ottenere quello che era stato promesso: elezioni a suffragio universale per la carica di chief executive, il governatore della city. La Cina ha aggiunto una “piccola” condizione: «Solo due o tre candidati, che devono amare la madrepatria». Tradotto: essere devoti al partito comunista. Dunque una farsa.

Una guerra per la democrazia. In quei giorni d’estate un gruppo di professori universitari, intellettuali e religiosi ha costituito «Occupy Central with love and peace», ha annunciato l’occupazione del distretto finanziario della city se non fosse arrivata una risposta chiara sulla richiesta di elezioni libere nel 2017, come concordato da Pechino nel negoziato che portò nel 1997 alla restituzione della colonia britannica alla Repubblica popolare. A fine settembre la grande mobilitazione degli studenti, i lacrimogeni sparati dalla polizia, le barricate, l’occupazione, la grande ansia internazionale per il rischio di una nuova Tienanmen.
E ora quelle lettere sul tavolo del cardinale, che si è imposto in questa crisi come una sorta di grande mediatore. Lo chiamano “la coscienza di Hong Kong”. «Ho scritto ai ragazzi quando li ho visti inebriati dal loro successo; li ho avvertiti a non cadere in malintesi con i professori di “Occupy Central” che loro accusavano di voler sequestrare il movimento; ho detto che il movimento non appartiene a loro, ma a tutta la città: questa è la democrazia. I ragazzi hanno fretta, però devono capire che ora serve unità».
Zen scrive anche novene, ma ha l’animo di uno stratega. Gli piace citare Napoleone e per questo qualcuno lo definisce anche “soldato di Dio”. Sta al gioco: «Quella per la democrazia è una guerra, serve una direzione, una linea strategica. Non si può occupare troppo a lungo una posizione, logora le forze e crea pericoli. Agli studenti e ai professori ho detto: volete che ci ammazzino? Volete diventare eroi? Attenti, perché anche la gente che ci sostiene si stufa dei blocchi stradali, delle tende sulle superstrade che paralizzano Hong Kong. Io dico che abbiamo già ottenuto una vittoria, siamo riusciti a sensibilizzare la città, abbiamo svelato la faccia violenta del governo nella notte in cui la polizia ha tirato i lacrimogeni, lo abbiamo costretto ad accettare un dialogo. Si vede che il potere cerca di tirarla per le lunghe, di logorarci. Ora è il momento più difficile. Un errore e si rovina tutto. Ritirarsi in queste condizioni, dopo un successo, non è sconfitta. Restare a occupare le strade, allo scoperto, ci espone ad attacchi imprevedibili, a provocazioni. E così ci stanchiamo, non pensiamo. Napoleone sapeva riposare bene prima delle battaglie eh?».
Il cardinale teme l’irruenza delle decine di migliaia di studenti accampati in strada tra i grattacieli del governo e dell’alta finanza di Admiralty, tra i negozi di Causeway Bay e Kowloon. «I loro leader sono molto giovani, non hanno il coraggio di ordinare il ritiro perché sono inebriati dalla loro forza del momento e temono di essere fischiati», dice. Ma subito dopo indica un angolo della stanza: «C’è il mio sacco pronto lì, se non si convincono a tornare a casa vorrà dire che andrò in strada a dormire con loro, non fa ancora freddo...». In questi giorni splendidi e drammatici lo abbiamo incontrato spesso ad Admiralty, con il suo zainetto in spalla, mentre entrava e usciva da riunioni animate. Una notte lo abbiamo anche visto addormentato, con la schiena diritta appoggiata a una cassetta.
Sua eminenza può essere critico con il movimento democratico che non riesce a darsi unità, ma non pensa nemmeno lontanamente di chiudersi in seminario e aspettare l’inevitabile. «Noi vogliamo il dialogo pacifico, questi cari giovani sono la nostra speranza, non vogliamo che nemmeno uno di loro sia sacrificato, sarebbe stupido ritirarsi solo di fronte alle pallottole, bisogna ripiegare e raggrupparsi per mantenere intatta la nostra forza».
Joseph Zen non può andare in Cina. L’ultima volta gli è stato consentito per un solo giorno di visitare il vescovo di Shanghai nel 2010. Sa che il governo di Pechino potrebbe ordinare la repressione da un momento all’altro, magari con la scusa di disordini innescati da provocatori. All’inizio di ottobre nelle strade popolari di Hong Kong sono entrati in azione teppisti e picchiatori assoldati dalle Triadi per fare il lavoro sporco. Li abbiamo visti anche noi a Kowloon, mentre invitavano allo scontro gli studenti.
Il cardinale è anche un politico e il giudizio sul governo cinese è duro. «In Cina non c’è libertà civile, quindi neanche religiosa, perché le due sono inseparabili. I nostri poveri vescovi laggiù sono trattati da schiavi, non c’è rispetto. Io seguo le regole della Chiesa: la politica è parte della società, quindi noi dobbiamo parlarne». Però, è con Pechino che i giovani di Hong Kong debbono fare i conti nella loro richiesta di democrazia: si può sperare che il presidente Xi Jinping tolleri questa sfida, che consenta un dialogo? Zen ancora qualche settimana fa non ha esitato a definire Xi un dittatore, un imperatore convinto che mollare anche un metro può mettere il partito comunista sulla stessa strada di quello di Mosca, che perse il potere e l’Unione Sovietica. Ma è anche uno stratega, ora dice: «Noi non biasimiamo Pechino, che è lontana, noi accusiamo il governo della nostra città che non tiene conto delle richieste popolari». Il via libera a una trattativa a Hong Kong comunque non può che venire da Pechino: Xi Jinping è capace di accettare un esperimento democratico nella città che fino al 2047 dovrebbe essere retta dal principio “un Paese due sistemi”? «Non posso prevederlo, ma se non ne sarà capace si condannerà nella storia. In realtà è arrivato il momento per vedere se Xi è un uomo davvero intelligente o no».

La sofferenza dei cattolici. Dal Vaticano a settembre è partita una lettera d’invito a Xi Jinping. Il sogno di Papa Francesco è di andare in Cina: «Anche domani», ha detto. Ad agosto, quando Francesco è stato a Seul, Joseph Zen lo ha raggiunto. Il cardinale sostiene che il Papa ora non dovrebbe andare in Cina perché «sarebbe manipolato, gli farebbero incontrare i vescovi “patriottici” scomunicati, non quelli fedeli alla Santa Sede e perseguitati». Eminenza, che pensa il Papa della sua presa di posizione così dura? «Abbiamo parlato per tre quarti d’ora, il Papa in queste condizioni non verrà, a meno di un miracolo. Il Papa è molto cauto ma anche molto chiaro, ha detto che la sofferenza del clero cattolico in Cina porterà frutti. Ha affermato che i nostri stanno soffrendo, ha le idee chiare il Papa».
Il colloquio è finito. Il cardinale ci accompagna al portone. Ma prima chiede se vogliamo visitare la palazzina del seminario salesiano. «Ha i miei anni sa? L’ha costruita un italiano nel 1932 e siccome non si riteneva abbastanza qualificato come ingegnere ci mise una quantità enorme di materiale, così è rimasta solida», dice accarezzando una parete. Intorno al campetto di calcio per i bambini ci sono dei platani: «Li abbiamo piantati noi seminaristi nel 1950, ne sono rimasti pochi».
Mentre saluta un ultimo sorriso: «Quel titolo della biografia, Un uomo arrabbiato, ma le pare?».