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 2014  ottobre 24 Venerdì calendario

COM’È GLOBAL LA MONGOLIA

Dopo millenni di isolamento, il Paese asiatico ha scoperto il petrolio, la modernizzazione,
il mercato, il turismo. E un popolo di pastori si sta trasformando in fretta. Forse anche troppo–

Alla faccia del made in Italy: se chiedete a un giovane mongolo dove è stata inventata la pizza probabilmente vi risponderà «in America». E la ragione è semplice: nell’unica vera città della Mongolia, la capitale Ulaan Baatar, si moltiplicano i locali di catene americane come Pizza Hut e Kentucky Fried Chicken. Ogni apertura viene presentata come un evento: all’inaugurazione di una semplice pizzeria americana, in luglio, è intervenuta ufficialmente l’ambasciatrice degli Usa, neanche si trattasse di un accordo politico tra governi.
Quasi isolata dal mondo fino a vent’anni fa, la nuova Mongolia sta ingurgitando voracemente la globalizzazione e i suoi simboli, vuole tutto e lo vuole presto. Impazienza giovanile: il 45 per cento dei mongoli ha meno di 24 anni e l’età media della popolazione è di 27 anni. Così, fra i nuovi palazzi di lusso pacchiano del centro di Ulaan Baatar sta crescendo una generazione che non vuol più saperne di pastorizia, di vita nomade nelle "gher" (le tradizionali tende circolari) o di allevamento di cavalli e cammelli; una vita molto dura ed esposta a un’escursione termica infernale, dai più 35 gradi dell’estate ai meno 40 gradi dell’inverno, quando gli animali muoiono a frotte perché non possono brucare il terreno ghiacciato. Per generazioni i nomadi delle steppe mongole hanno sopportato e cantato la natura, con una cantilena per ogni cosa: una per spingere le pecore ad allattare gli agnellini, una per iniziare le corse a cavallo, una per accogliere la primavera, e così via. Ma ora la musica è cambiata: per i giovani stanziali di Ulaan Baatar, la musica viene da Mtv.
Sono due volti opposti della Mongolia. Questo Paese grande cinque volte l’Italia ma con appena tre milioni di abitanti (la minore densità di popolazione sul pianeta) oggi è diviso in due, in ogni senso: metà dei mongoli vivono fra Ulaan Baatar e i suoi sobborghi, mentre l’altra metà - nomadi e seminomadi - sono dispersi fra le steppe e il deserto di Gobi, infinite distese silenziose senza strade asfaltate, un Grande Vuoto che costituisce il 90 per cento del territorio nazionale e che tanto affascina i turisti occidentali, ma appare un po’ diverso a chi ci vive. Così, una Mongolia vince, l’altra perde. E la metà vincente, nella capitale, sogna un brillante futuro.
Non a torto, forse. Basta guardare i tassi di crescita dell’economia nazionale, fra i più alti del mondo. Nel 2011 la Mongolia aveva raggiunto un record di crescita annua del 17,5 per cento; nel 2013, a causa della crisi economica mondiale, si è dovuta "accontentare" del 12 per cento. Comunque una percentuale da fantascienza per qualsiasi nazione occidentale. Il tesoro del Paese è nel sottosuolo, uno dei più ricchi del pianeta, anzitutto di rame e di oro, ma un team di geologi australiani ha trovato anche il petrolio, un giacimento che promette una produzione paragonabile a quella del Qatar.
La corsa all’oro è iniziata alla grande ma crescono anche le miniere illegali, senza vincoli né tutele. Lo ha mostrato in modo esemplare il fotografo e documentarista tedesco Sven Zellner, che un paio d’anni fa ha realizzato un docu-film di denuncia, "The Price of Gold", sull’amara vita dei nomadi utilizzati come minatori nelle miniere d’oro illegali. Il prezzo della corsa alla ricchezza, del resto, si vede anche a Ulaan Baatar, dove si moltiplicano gli alcolizzati che vagano senza meta nelle vie della capitale, ex pastori giunti in città inseguendo un benessere che non li ha neanche sfiorati, ciondolanti davanti ai palazzi con doppio cancello che protegge chi ha un futuro. Mentre in città crescono i problemi di inquinamento per l’uso eccessivo di carbone da riscaldamento.
Ma sono costi sociali che la nuova Mongolia sembra disposta a pagare. L’attenzione del governo è altrove, la priorità è un’altra: l’affermazione del nuovo ruolo del Paese nel mondo. A questo è servito l’invio di soldati nelle missioni militari internazionali in Afghanistan e in Iraq (che ha fruttato la riconoscenza degli Usa). E a questo serve lo sforzo di riavvicinamento ai due giganti al confine, i "fratelli" odiati-amati: la Cina e la Russia. La storia della Mongolia è dolorosamente legata ai due giganti. Dominata dalla Cina nel diciottesimo secolo, dominata dalla Russia nel ventesimo, fino al 1989, quando il crollo del muro di Berlino provocò un "effetto dominio" in quasi tutti i Paesi comunisti. Durante l’epoca comunista la Mongolia non è stata altro che un Paese vassallo, che ha subìto lo sradicamento della propria civiltà tradizionale, la distruzione di centinaia di templi buddhisti (con un danno incalcolabile per il patrimonio artistico) e la deportazione dei monaci buddhisti in Siberia. Una lingua tagliata, una cultura violentata. Eppure oggi i partner privilegiati della Mongolia tornano ad essere, inevitabilmente, Cina e Russia. La prima in particolare, che qui come in altri Paesi asiatici - dalla Birmania all’Indocina - è il motore di una globalizzazione alternativa a quella americana, con buona pace di noi europei che continuiamo a pensare agli Usa come al centro del mondo. Perciò, in agosto è arrivato a Ulaan Baatar il presidente cinese Xi Jinping, in settembre è arrivato il presidente russo Putin, ed entrambi sono tornati a casa con un ricco pacchetto di accordi economici, politici e militari.
Ovvio che la Mongolia risulti attraente agli investitori internazionali: è una democrazia stabile e reale (al contrario di molti altri Paesi asiatici) improntata al libero mercato e con una crescita economica a due cifre. Altrettanto ovvio che l’Europa si sforzi di non restare alla finestra a guardare. Una buona occasione di incontro è stato l’Asia-Europe Meeting che si è tenuto a Milano il 16 e 17 ottobre scorsi, un forum che ha visto confrontarsi i rappresentanti dell’Unione Europea con i vertici dei 13 Paesi asiatici dell’Asean (Association of South-East Asian Nations); non a caso, ha annunciato il suo intervento a Milano anche il presidente mongolo Elbegdorž. I rapporti Italia-Mongolia - seguiti dal sottosegretario agli Esteri Benedetto Della Vedova - stanno migliorando in vari campi. La Camera di Commercio Italo-Mongola ha siglato di recente un accordo esclusivo che riguarda il Complesso Industriale Sainshand, megaprogetto minerario e industriale da oltre 10 miliardi di dollari per la lavorazione e l’esportazione di rame e coke, materiali da costruzione e derivati del petrolio. Un progetto centrale per il futuro della Mongolia. Anche il turismo - voce importante dell’economia mongola - non viene trascurato, e da pochi mesi i viaggiatori italiani sono esentati dal visto turistico per viaggi non superiori ai 30 giorni.
La Mongolia corre a braccia aperte verso la globalizzazione ma il paradosso è che, in realtà, questa apertura al mondo sta producendo un forte nazionalismo. Più il Paese si allontana dalle proprie radici culturali, più si richiama alla gloria della tradizione. Che qui ha un nome preciso: Gengis Khan. La statua del "Sovrano Universale" - creatore del più vasto impero della storia umana nel tredicesimo secolo - troneggia nella piazza centrale di Ulaan Baatar ma anche nei più remoti angoli del Paese. Per i giovani imprenditori mongoli di Ulaan Baatar (che magari non hanno mai vissuto da nomadi in una gher) Gengis Khan non è una lontana figura del passato ma un simbolo di una storia a cui ispirarsi. Per noi europei figure come Attila o Gengis Khan sono associate al terrore. I mongoli preferiscono ricordare (non senza ragioni) che Gengis Khan aprì l’impero ai commerci con l’Occidente, tutelò la libertà religiosa e introdusse l’alfabeto scritto per la lingua mongola. E che un suo erede, Kublai Khan, accolse a corte un giovane veneziano di nome Marco Polo.
Ogni anno i giovani di Ulaan Baatar accorrono ad assistere, in mezzo ai turisti, alla celebrazione della più nobile delle tradizioni mongole, il Naadam, una sorta di Olimpiade nazionale in cui i mongoli, vestiti negli abiti tradizionali, gareggiano negli antichi sport: la lotta, la corsa con i cavalli, il tiro con l’arco. Ma per quanto tempo il Naadam resterà una tradizione autentica, e quando invece diventerà solo uno spettacolo per turisti, è difficile dire.