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 2014  ottobre 24 Venerdì calendario

PERISCOPIO

Cari signori di Apple e Facebook, lo volete capire che non siamo galline? E che le donne non sono uomini, ma hanno questa cosa che fanno i figli? Luciana Litizzetto. Che tempo che fa.

Comunque, a dare ai bèbè ottanta euro al mese per i primi tre mesi di vita, è ovvio che poi vengono su viziati. Tweet di Costanzo Prada.

Il primo rapporto sessuale risalirebbe a 385 milioni di anni fa. «Ma non sapevo che allora era minorenne». Spinoza. Il Fatto.

Finalmente, dopo 20 votazioni a vuoto in quattro mesi di paralisi parlamentare, la Troiketta Napolitano-Renzi-Berlusconi che dal 2011 ha subcommissionato il Paese per conto della Troika d’oltre confine, ha capito che non può più fare sempre il bello e il cattivo tempo. S’è arresa all’evidenza dei numeri, che hanno continuato a bocciare i candidati quirinal-nazareni alla Consulta: Violante per il Pd; Catricalà, Indagato Bruno e Caramazza per Fi. E, per non coprirsi vieppiù di ridicolo, pare abbia finalmente accettato l’idea (peraltro espressamente prevista dalla Costituzione) di eleggere a giudici costituzionali due giuristi indipendenti. Marco Travaglio. Il fatto quotidiano.

Obama è il leader più vicino a Renzi: parole alate e asfissianti, ma entrambi carenti nell’execution. Il parallelo con Blair è improponibile. Tony arrivò dopo lo straordinario lavoro «sporco» della signora Thatcher e aveva una dote che manca totalmente a Renzi: sapeva circondarsi di collaboratori spesso più bravi di lui, mai yes-men. Il parallelo giusto sarebbe con Schroeder, ma siamo ad anni luce di distanza in termini di spessore culturale, personalità, leadership. Una piccola notazione: Schroeder, nel pieno della crisi ucraina, ha avuto il coraggio di abbracciare Putin, e tutti, Merkel in testa, hanno taciuto. Un uomo di un altro pianeta. Riccardo Ruggeri. il Foglio.

Un’opera solo agiografica su Benito Mussolini è Dux di Margherita Sarfatti. Basti pensare, per giudicare tutto il libro, che la signora Sarfatti, donna tuttavia di singolare ingegno, vi narra che Mussolini, durante la marcia su Roma, salì in treno a Milano, scese alla stazione di Civitavecchia, saltò in sella a un focoso destriero, e, alla testa delle sue legioni, dopo una cavalcata di sessanta chilometri, entrò in Roma a cavallo: mentre è a tutti noto che Mussolini, insieme col suo segretario Chiavolini, salì in treno a Milano, viaggiò in vagone letto, giunse in perfetto orario alla Stazione Termini, scese, ed entrò in Roma per la «Uscita viaggiatori in arrivo». Non c’è nulla di male: nel 1922 era già un pezzo che non si viaggiava più a cavallo. Ora, avendole io, un giorno, domandato perchè avesse scritto quell’inutile menzogna, la signora Sarfatti mi rispose: «Per creare la leggenda». Curzio Malaparte, Battibecchi. Florentia, 1993.

«Computer» e «sport» sono forse vocabili stranieri? Sono italiani, ormai. Di origine latina: computare (contare) e deportare (portarsi fuori dalle mura per svolgere attività fisica). Entrambi passati attraverso il francese (computer e desport) e l’inglese. Le parole sono come il sangue: devono circolare. Così le lingue restano vive. Le lingue morte non le molesta nessuno. Beppe Severgnini. Sette.

Lo scorgo addormentato fra due amici in una «carrozzella» che all’alba sale impercettibilmente verso Antignano, tirata dai primi fili di luce. Giuseppe Marotta, L’oro di Napoli. Rizzoli, 1987.

Io posso avere la più bella Ferrari del mondo ma, senza carburante, non mi serve a niente. Roma è sicuramente la più bella città del pianeta. Un tempo era, per esempio, la sede dell’Iri, dell’Ina, della Stet, della terza banca italiana cioè il Banco di Roma e sono solo alcuni esempi, potrei continuare a lungo. Oggi Roma ha meno banche di una capitale di un piccolo paese come Lisbona o Atene. Francesco Gaetano Caltagirone. Corsera.

Vittorio Gassman, che di teatro ne sapeva, dopo il whisky serale, la vedeva in preda alle tigri come la Buenos Aires di Borges, «nelle notti illune alle quali il barocco / circostante offre guizzi / di ignobile maestà. Una città / di colore pesante, / di suore, di nani, di misirizzi». Pesante ha ora anche il respiro, affannoso e corto, accelerato il battito, la città che consacra oltreoceano la sua paradossale «grande bellezza».Un principio di dissolvenza si avverte. Come quando un film sta per finire. Poi magari ti arriva l’Oscar. Stefano di Michele. Il Foglio.

Io sono a New York dal 1980. Ma non ho dovuto cambiare le mie abitudini. Mia madre era di Venezia e mio padre di Firenze. E io non credo di essere americano. Rimango a New York perché questa è la città di tutti, ebrei, coreani, latinoamericani, europei. New York è un catalogo vivente degli esseri umani. Gaetano Pesce, designer e architetto.

Una frase curiosa l’ho sentita ieri sul tram a Milano. Un uomo anziano dice a un giovanotto: «Dove siamo? Sulle rive del mar Caspio?».Io: «Scusi? Perché sulle rive del mar Caspio cosa fanno?». Non mi ha saputo rispondere. Un altro passeggero: «Fanno come quel giovanotto lì». Io: «E cosa fa quel giovanotto lì?». Non mi ha saputo rispondere neppure lui. È tutto il giorno che ci penso. Qual è la relazione tra il giovanotto e il mar Caspio? Forse perché aveva su le ciabatte di gomma? Ma ce le avevo anch’io. E comunque, non per mancare di rispetto, ma il mar Caspio non si era prosciugato per il global warming? Maurizio Milani. Il Foglio.

Si è detto troppo che Dalida portava jella agli uomini della sua vita, è esattamente il contrario che è vero, ma è lei che si sbagliava sempre nello sceglierli. Per amore, lei, ha seguito i più pericolosi, per amore ha girato dei film imbecilli, ha letto Freud e cantato «Dirla-dirla-dada». Ha giocato delle fortune al casinò, ha protetto un Waffen S.S., ha dormito anche a bordo del Gange. Per amore, ha coperto un evaso e si è ritrovata con lui con delle manette ai polsi. Pascal Sevran, Tous les bonheurs sont provisoires. J’ai lu, 1996.

Moglie: «Io qua al tuo fianco e tu leggi». Marito: «No: io leggo e tu qua al mio fianco». Altan, Donne nude. Longanesi.

«Venga, signor inverno, si faccia pure avanti!» disse Ermenilda. «Qui c’è lana e felpa per un convento». Luigi Santucci, Il velocifero. Mondadori, 1963.

Vagando al chiaro di luna / ti ho visto / Non ne sono certa / nuvole / hanno oscurato la luna. Murasaki Shikibu.

Non ho mai conosciuto un fesso convinto di esserlo. Roberto Gervaso. il Messaggero.

Paolo Siepi, ItaliaOggi 24/10/2014