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 2014  ottobre 09 Giovedì calendario

RENZI HA AVVERTITO TUTTI CHE ALLA CAMERA NON SARÀ AMMESSA NESSUNA MODIFICA AL JOBS ACT

È una partita chiusa, per Renzi. La legge delega non cambierà di una virgola nemmeno alla Camera, il pressing della minoranza è destinato a essere respinto. Perché il governo adesso vuole correre. Approvare il Jobs Act a Montecitorio prima della sessione di bilancio ossia entro la metà di novembre. E riempire la cornice con i decreti delegati entro gli inizi dell’anno. Il credito che il premier è convinto di aver ottenuto nel vertice di Milano non può essere vanificato. Perciò lo sorprende il muro eretto dai dissidenti democratici. «È pazzesco che in un giorno come questo io abbia incassato più complimenti dai leader europei che dai senatori del mio partito», dice ai fedelissimi. L’atteggiamento verso i ribelli è sempre lo stesso. Ma stavolta il premier è quasi incredulo. «Per il Jobs Act abbiamo avuto i complimenti di tutta Europa. Avete sentito quello che ha detto la Merkel? — ripete ai collaboratori — . Gli unici che non si rendono conto della situazione sono i senatori del Pd o meglio i ribelli del Pd. Sono fuori dal mondo». L’esito dell’incontro di Milano, secondo Renzi, dovrebbe far riflettere tutti: «A me sembra tutto così chiaro. Queste riforme, insieme con le altre misure, ce le chiede l’Europa, sono indispensabili. Mi stupisce che qualcuno faccia finta di non vedere».Sulla minoranza del Pd, non cambia idea. Nel solco del “se attaccano mi fanno un regalo” o “ogni volta che parlano guadagno un punto nei sondaggi”, Renzi segue i contorcimenti degli oppositori, i loro documenti, le loro divisioni e le dimissioni, regalando a chi lo informa da Roma la solita battuta: «La considero pubblicità progresso per il nostro governo». Rivendica la decisione di usare il voto di fiducia e non solo perché era utile l’approvazione rapida del Jobs Act durante i lavori del vertice informale sul lavoro, al cospetto di tutti i capi di Stato europei. «L’approvazione non è nemmeno arrivata in tempo, alla fine — spiega ai fedelissimi — e non mi sono scomposto. Ma l’idea di legare la sorte dell’esecutivo alla riforma del mercato del lavoro ha un significato più profondo. Segnala l’importanza che noi attribuiamo a questo passaggio, fa capire che la lezione l’abbiamo imparata: ci vogliono le riforme per salvare il Paese e ci vogliono in fretta».Al di là delle consuete battute irridenti, il premier non ha gradito il dibattito di Palazzo Madama. L’opposizione dura dei 5stelle la liquida in conferenza stampa definendola «una sceneggiata ». Ma il fuoco di sbarramento dei parlamentari democratici lo considera un atto controproducente e fuori dalla realtà. E non c’è dubbio che avrebbe preferito un lavoro al Senato più ordinato, possibilmente un voto nel pomeriggio. Così nel suo mirino è finito pure Piero Grasso. Fin dalla mattina il premier, in contatto con Boschi e Zanda, preme per arrivare il più presto possibile alla chiusura del dibattito generale e alla fiducia. L’obiettivo è chiaro, arrivare in tempo per la conferenza stampa congiunta con la Merkel: «Dobbiamo sbattere sul tavolo la riforma del lavoro, davanti a tutta l’Europa ». Ma in aula tutto va storto. I grillini alzano la voce contro il ministro Poletti, il quale imperterrito fa finta di nulla e prosegue nel suo intervento. Vorrebbe infatti concludere in fretta e annunciare il voto di fiducia, ma il presidente Grasso prende tutti in contropiede. Richiama all’ordine una, due volte, il capogruppo 5 stelle Vito Petrocelli. Poi fornisce alla protesta grillina un assist involontario ordinando l’espulsione del reprobo. «Un grave errore — commenta Ugo Sposetti, vecchia volpe parlamentare — perché il capogruppo è un simbolo, a suo modo un’istituzione». A quel punto tutto precipita, i grillini fanno scudo al loro presidente, i commessi non riescono a superare la barriera. Si arriva al contatto fisico, la seduta è sospesa, Poletti non ha finito di parlare e non ci riuscirà, lasciando il resto del discorso sul tavolo. Compreso l’impegno politico a tener conto, nei decreti delegati, delle modifiche all’articolo 18 chieste dalla minoranza Pd. È quella «delega orale» su cui ironizza Stefano Fassina. Resterà anche quella agli atti. Quando Boschi informa Renzi del caos in aula e del rinvio notturno del voto, il premier va su tutte le furie. Ce l’ha con Grasso, se la prende per una conduzione dell’aula ondeggiante fra eccessi opposti di severità e di indulgenza. Ma ormai è troppo tardi. I cinque stelle e i leghisti esultano. Le critiche si appuntano tutte sul presidente di palazzo Madama, qualche renziano più sospettoso arriva anche a ipotizzare che Grasso l’abbia fatto apposta come «vendetta» per le critiche ricevute al tempo della discussione sulla riforma del Senato. «Quando ha avvertito i grillini che avrebbe sospeso la seduta se avessero continuato a far casino — osserva un senatore dem molto vicino al premier — è come se li avesse invitati a nozze ». Ormai comunque è fatta. La battaglia si sposta a Montecitorio.
Francesco Bei e Gofferdo De Marchis, la Repubblica 9/10/2014