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 2014  novembre 05 Mercoledì calendario

VINCENT, IL PRIMO BEBÈ NATO DA UTERO TRAPIANTATO


Tutti assolti. Non era un’aggressione omofoba, non era nemmeno un’aggressione, era quello che accade spesso alle tre di notte nelle discoteche di provincia: ragazzi che vengono buttati fuori perché, sbronzi o un po’ esagitati, fanno casino. Un fatterello trasformato da uno dei protagonisti e presunta vittima, Marco Coppola, presidente dell’Arcigay di Verbania e membro della segreteria nazionale del movimento, in un grave caso di omofobia. La sua versione, riferita agli inquirenti e ai media, fu che quella notte del marzo 2012, finito nella discoteca «Just In» di Germignaga, vicino Luino, insieme con il fidanzato e altri amici, era stato aggredito da due buttafuori, uno dei quali avrebbe preso per il collo il compagno mentre ballavano abbracciati sul cubo, insultandolo: «Frocio, finocchio, vai a prenderlo da un’altra parte!». A quel punto sarebbero intervenuti gli amici dei due ragazzi scatenando un parapiglia, e i buttafuori li avrebbero scaraventati tutti fuori «a calci e insulti», spingendo Coppola giù dalle scale (che due giorni dopo rilasciò un’intervista video, denunciando l’aggressione, con tanto di collare ortopedico), la zuffa proseguì ancora all’esterno, fino all’arrivo dei carabinieri. Il questore di Varese stabilì la chiusura della discoteca per quindici giorni e, mentre la vicenda giudiziaria si ingarbugliava, perché non si riusciva a capire chi avesse picchiato chi e perché, tanto che la procura accusò tutti quanti di rissa e anche un buttafuori si costituì parte civile per percosse allegando una prognosi di 3 giorni, sui giornali e in tv il caso montò all’insegna dell’ennesima violenza omofoba. Si ricordò che la «Just In» era stata già chiusa per «ripetute risse ed aggressioni» (cosa normale, ma qui l’allusione era che fosse un focolaio antigay) e a Coppola venne la solidarietà del presidente dell’Arcigay, di Sel, di associazioni varie. Tutti i messaggi terminavano allo stesso modo: chiedendo l’estensione della legge Mancino (che prevede aggravanti per discriminazioni di ordine razziale o religioso) anche agli atti di omofobia. Paola Concia del Pd, che si batteva per l’estensione della Mancino, presentò un’interrogazione al ministro del Lavoro (chissà perché) e degli Interni sull’episodio, che fu commentato dall’ex ministro alle Pari opportunità, Mara Carfagna, con le parole «nessuna tolleranza», si crearono gruppi Facebook per ripulire le discoteche del luinese dal virus omofobico, i talk-show ci misero del loro. Insomma, il gran polverone che poi ha portato, come tutti sanno, a tante chiacchiere e a nessuna legge. E forse è stato un bene, almeno considerando l’effettiva gravità dell’episodio che avrebbe dovuto finalmente smuovere il legislatore, perché la scorsa settimana il giudice ha mandato assolti tutti gli imputati con la motivazione «che il fatto non sussiste». Già nella sua requisitoria il pm aveva sottolineato che tra le imputazioni non c’era nessuna traccia di omofobia, si era trattato solo di una rissa da balera provocata dal più classico degli episodi: una ragazza, fidanzata di un cliente conoscente dei buttafuori, era stata infastidita da qualcuno del gruppo di Coppola; ma il giudice, dopo aver visionato i filmati delle telecamere della discoteca, ha stabilito che non ci fu nemmeno la rissa - non tenendo troppo conto del morso alla coscia interna di uno dei buttafuori e di un calcio in faccia preso da una ragazza «con piena confessione in aula», come ha dichiarato a Tempi il suo difensore - assolvendo anche i buttafuori dalle imputazioni di minacce e ingiurie che, di certo saranno state scambiate da entrambe le parti, ma senza alcun riferimento agli orientamenti sessuali. Sgonfiato dai giudici il soufflé omofobico che aveva attirato alla vicenda una copertura mediatica e politica spropositata, adesso è Coppola che, denunciato insieme con i suoi amici dal titolare della discoteca, dovrà rispondere dell’accusa di calunnia, e gli servirà a riflettere su quanto possa essere controproducente per la sua stessa causa, invocare l’omofobia laddove c’era solo una nottata brava.