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 2014  luglio 24 Giovedì calendario

BLOB IL VANGELO DI PASOLINI PER IL FOGLIO DEI FOGLI 28 LUGLIO 2014

La migliore opera su Gesù nella storia del cinema». Con queste parole l’Osservatore Romano ha celebrato i cinquant’anni del Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini [1].

Il film è una fedele versione del racconto evangelico, dall’annunciazione alla Madonna alla resurrezione di Cristo. Mereghetti: «Pasolini sceglie volti non professionisti, gira tra i sassi di Matera e gli scabri paesaggi del Sud Italia. Lo stile alterna la macchina da presa a mano che insegue il volto dei personaggi a composizioni memori della pittura quattrocentesca, la brutalità realistica (gli indemoniati, il lebbroso, la crocifissione) e l’elegia estatica (il battesimo, l’annuncio finale)» [2].

In realtà, quando fu presentato alla Mostra del Cinema di Venezia, il 4 settembre 1964, il giornale della Santa Sede riservò al film un’accoglienza tiepida. Titolo dell’articolo: «Fedele al racconto, non all’ispirazione del Vangelo» [3].

Oggi, invece, a firma Emilio Ranzato, L’Osservatore ha modificato giudizio: «L’ispirazione è degna di un credente. Conferma così la validità e la forza della parola cristiana da una parte, ma dandogli un contesto più vero in cui potersi propagare dall’altra, il regista vuole certamente dare una stoccata tanto al mondo marxista quanto a quello ecclesiastico. Allo stesso tempo, però, forse inaspettatamente, trova un rifugio in cui vivere in pace la propria equidistanza da quei due poli» [1].

Franca Giansoldati: «Erano i tempi del post Concilio, di Papa Montini, del mondo diviso in due blocchi, delle tempeste ideologiche. In generale il film fu apprezzato dalla critica cattolica ma sottoposto a una raffica di giudizi negativi da parte della sinistra» [3].

«Ideologicamente ambiguo», scrisse l’Unità [4].

Pasolini si difese rispondendo ai critici che aveva potuto fare quel Vangelo così come era stato fatto, proprio per il suo non essere cattolico «nel senso restrittivo e condizionante della parola: non avendo verso il Vangelo né le inibizioni di un cattolico praticante (inibizioni come scrupolo, come terrore della mancanza di rispetto), né le inibizioni di un cattolico inconscio (che teme il cattolicesimo come una ricaduta nella condizione conformistica e borghese da lui superata attraverso il marxismo)» [3].

Al Festival di Venezia ricevette il Gran premio della Giuria e gli sputi dei fascisti [4].

La dedica nei titoli di testa del Vangelo secondo Matteo: «Alla cara, lieta familiare memoria di Giovanni XXIII».

Alfredo Bini, il produttore del Vangelo, ha raccontato che occorsero ben trenta taxi per portare i cardinali al cinema Ariston di Roma, dove aveva organizzato la proiezione del film. I padri conciliari, quando lessero nei titoli di testa la dedica a Giovanni XXIII, applaudirono felici, e alla fine uscirono contenti dalla sala [5].

Marco Belpoliti: «E pensare che solo due anni prima il regista era stato condannato da un tribunale a quattro mesi per vilipendio alla religione, dopo l’uscita de La ricotta, dove Stracci, il poveraccio sottoproletario, interpretava il ladrone buono per poi morire di indigestione sulla croce» [5].

«Per capire davvero l’emozione e la rivelazione che portò il Vangelo secondo Matteo nel 1964 occorre a quel che l’Italia era stata sin lì: l’Italia della censura più ottusa e violenta, l’Italia andreottiana che aveva condannato Umberto D di De Sica (…) Nel 1961 Accattone aveva proposto il mondo dei romanzi di Pasolini sul sottoproletariato romano: dovette attendere per mesi il visto della censura e alla prima proiezione si susseguirono aggressioni e provocazioni di neofascisti. L’anno dopo fu la volta di Mamma Roma: a Venezia lo accolse una gazzarra di estrema destra, mentre un manifesto del Msi definiva gli intellettuali di sinistra “aborti mentali”, destinati a trasformare l’uomo in “tubo digerente”(per citare solo le volgarità minori)» (Guido Crainz) [6].

«Vuole la mitologia pasoliniana che l’idea del Vangelo sia nata in un pomeriggio di dubbi e tormento del regista, in un albergo di Assisi, il 2 ottobre 1962, nell’attesa della visita francescana di Giovanni XXIII. Andare? Non andare all’incontro col pontefice? La mano scivola sul comodino, afferra una copia dei Vangeli, l’occhio corre a Matteo, il più “ebraico” e “iracondo” degli evangelisti, quello che più umanizza il Figlio di Dio» (Michele Smargiassi) [7].

Alla fine del 1960 l’Osservatore Romano aveva difeso la libertà di censura sotto minaccia. Scriveva: «La censura italiana non è moralmente libera di operare per la quotidiana scatenata aggressione stampa, che l’accusa di tutte le nefandezze» [6].

Per la parte di Gesù Pasolini aveva pensato di proporre il ruolo a Jack Kerouac, ad Allen Ginsberg o al poeta russo Evtusenko. Poi conobbe Enrique Irazoqui, diciannovenne spagnolo, studente di economia, antifranchista, sindacalista, arrivato in Italia per cercare appoggi politici e finanziamenti per il Partito comunista spagnolo. «Forse la mia faccia gli ricordava la pittura che amava: Giotto, Piero della Francesca, El Greco. Eppoi c’era il fatto che ero un militante rivoluzionario» [8].

Nelle pause di lavorazione donne vestite di nero si avvicinavano a Irazoqui e gli chiedevano miracoli sul momento. Poi, sorprendendolo con la sigaretta in bocca, si ritiravano sdegnate [8].

Ninetto Davoli sedicenne, che tra un ciak e l’altro si aggrappava alla giacca di Pasolini implorando: «Pier Paolooo, moo compri er motorino?» [8].

Alla madre Susanna fece recitare la parte della Madonna da vecchia. Sul set la trattava malissimo. Ai piedi della croce la voleva disperata. Le gridava: «Pensa a Guido!». Guido era l’altro figlio, partigiano morto ammazzato nelle foibe [8].

Tra gli scrittori e gli intellettuali coinvolti nel film: Natalia Ginzburg (Maria di Betania), Rodolfo Wilkock (Caifa), Giorgio Agamben (Filippo), Enzo Siciliano (Simone) eccetera [2].

Belpoliti: «Pasolini cattolico non era mai stato. Si dichiarava ateo, sin dagli anni della militanza comunista in Friuli, anche se la religione lo attirava senza dubbio, per la commistione con la cultura contadina, da cui era partito per il suo marxismo spontaneo, costruito su poche letture di Marx. Semmai, più che con la religione, il rapporto di Pasolini era con il sacro, tema che attraversa tutta la sua opera poetica» [5].

Nel 1975, l’amico artista Fabio Mauri, alla Galleria d’arte moderna di Bologna, proiettò il film sul petto di Pasolini stesso, trasformato in schermo vivente [7].

Anche dopo Il Vangelo, Pasolini ha continuato a lavorare sulla tradizione cristiana: in particolare, aveva progettato di girare un film sull’apostolo Paolo. Nel 1968 aveva portato a termine un abbozzo di sceneggiatura già abbastanza completo, ma varie difficoltà ne impedirono la realizzazione, cui evidentemente teneva molto, si tentò di trovare una produzione ancora nel 1974 [9].

Lucetta Scaraffia: «Si tratta di una proposta per molti aspetti ancora più audace di quella adottata per il Vangelo: l’intera vicenda del santo doveva essere trasportata ai nostri giorni, “per dire esplicitamente, e senza neanche costringerlo a pensare, allo spettatore, che San Paolo è qui, oggi, tra noi e che lo è quasi fisicamente e materialmente. Che è alla nostra società che egli si rivolge; è la nostra società che egli piange e ama, minaccia e perdona, aggredisce e teneramente abbraccia”» [9].

(a cura di Luca D’Ammando)

Note: [1] Emilio Ranzato, L’Osservatore Romano 21/7; [2] Il Mereghetti, Baldini e Castoldi, 2014; [3] Franca Giansoldati, Il Messaggero 22/7; [4] Gianfranco Morra, ItaliaOggi 24/7; [5] Marco Belpoliti, La Stampa 22/7; [6] Guido Crainz, la Repubblica 22/7; [7] Michele Smargiassi, la Repubblica 18/7; [8] Marco Cicala, il venerdì 30/8/2013; [9] Lucetta Scaraffia, L’Osservatore Romano 21/7.