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 2014  luglio 24 Giovedì calendario

SCUFFET E GLI ALTRI, IL CALCIO CHE STUDIA

Al Catania manca Amalgama? Ditemi in che squadra gioca e io lo compro”. Ad Angelo Massimino, presidente più lavico del vulcano della sua Catania, le cose della vita sembravano semplici. C’erano i mestieri, le possibilità degli uomini: “C’è chi può e chi non può, io può”, la serena accettazione dell’immutabile parabola dell’esistenza. I disgraziati prendevano a calci un pallone, i figli dei ricchi studiavano e per il resto del mondo, né atleti né eredi di fortune costruite altrove, palla lunga e tantissimo pedalare.
Massimino non c’è più, latitano anche i padri padroni e quelli putativi del portiere Simone Scuffet, i dirigenti dell’Udinese, da oggi sono un po’ più poveri. Hanno infatti rinunciato, non senza sgomento appena lenito dalla retorica sul beau geste, a nove milioni di euro cash offerti dall’Atletico Madrid. La rivelazione diciottenne del campionato deve studiare, forse laurearsi e con i suoi genitori ha deciso che il tempo di partire, un po’ morire e diventare per il disturbo miliardari, possa aspettare ancora un po’.
In un recente passato i calciatori laureati erano rari. In campo magari vestivano lo stesso riflessivo ruolo di Scuffet (uno tra i pochi, il dottor Lamberto Boranga, medico, numero uno del Cesena Anni 70 scriveva poesie ed era considerato poco meno di un alieno), ma guadagnando cifre distantissime dai pedatori odierni, nell’agio solitario di osservare le cose dalla prospettiva da cui i confini appaiono meno confusi, marciavano verso il domani consapevoli che un giorno scendere dalla giostra sarebbe toccato anche a loro. Decenni dopo, archiviato l’idealismo dei simboli, la lezione di un altro laureato come il dottor Socrates, i pugni chiusi e i libri di Paolo Sollier, corsi Cepu , diplomi e pergamene si sono diffusi.
Non più stravaganza del santone di turno, passeggera anomalia di genere in un mestiere abitato da truppe dedite allo svago senza pensieri, alla conquista compulsiva e alle spider, ma progressiva normalità di un microcosmo in cui alle stravaganze degli Zigoni o dei Balotelli, subentrano le scelte degli Scuffet.
Uno per cui “studiare è importante”. Uno che si è mosso nel solco dell’avvocato Guglielmo Stendardo, difensore che iniziò ad affrontare attaccanti e libri quando era a Lecce, per poi laurearsi in Giurisprudenza e specializzarsi tra Roma e Bergamo. Stendardo è la bandiera di chi è riuscito a coniugare il tanto tempo libero con l’ipotesi di un domani e il suo vecchio allenatore in Salento, Mario Beretta, il vessillo di chi ha saputo comprendere e assecondare al momento giusto. Nei giorni della laurea di Stendardo , il tecnico lo lasciò a casa. Non convocato per la trasferta di Catania (Massimino non avrebbe capito) per lasciarlo libero di concentrarsi su: “Un appuntamento emotivamente così importante”. Non ha avuto problemi neanche Giorgio Chiellini. Prima di avvertire il morso di Suarez, aveva sperimentato quello dei tomi di Istituzione del diritto pubblico, solo uno dei venti e più esami necessari a ottenere la Laurea in Economia e Commercio. Chiellini ha studiato: “Per staccare un po’ la spina”, mentre una gloria ingiallita del Treviso che fu, Gigi Beghetto, decise di iscriversi a Scienze politiche all’alba del 2000 dopo aver visto l’immagine della brutale aggressione di un tifoso del Cagliari ai danni di Emanuele Manitta, portiere del Messina.
Non si sa se per gratitudine, emulazione o semplice curiosità, Manitta, che all’epoca colpito da un pugno alla nuca svenne, ha deciso di mettere la testa sui volumi. Dieci anni dopo si è laureato. Scienze motorie. Le discipline che si occupano dell’attività fisica anche attraverso lo studio della psicologia. Per Manitta, a stretto contatto con la demenza e la cinetica violenta, materia di un possibile trattato.
Malcom Pagani, il Fatto Quotidiano 24/7/2014