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 2014  luglio 24 Giovedì calendario

SEMPRE PIÙ POVERI IN ISRAELE

Tre anni dopo le proteste scoppiate a Tel Aviv, con migliaia di persone in piazza (e gli studenti accampati nelle tende) a chiedere aiuto al governo per far fronte all’impennata del costo della vita, in Israele aumenta sempre più il numero dei poveri. Spesso si tratta di cittadini appartenenti alla classe media che però, col passare del tempo, non sono più riusciti a tenere il passo e sono scesi nella gerarchia sociale.
Un indicatore prezioso di quanto sta succedendo nello Stato ebraico è l’attività dell’Ifla, un’organizzazione che presta denaro senza interesse a famiglie in difficoltà.
A essa si rivolgono i lavoratori che, nonostante l’ingresso di uno o due stipendi all’interno del nucleo familiare, non ce la fanno più ad arrivare a fine mese. Nei primi sei mesi dell’anno le domande di prestiti sono aumentate del 25% rispetto a dodici mesi prima. Come sottolinea Joe Rosen, direttore di Ifla, cresce il numero di membri della classe media che scivola in questa categoria. La vita è diventata molto cara in Israele e basta una spesa imprevista o un problema di salute a far precipitare la situazione.
Proprio mentre monta la tensione con i vicini di casa della Striscia di Gaza, l’impressione è quella di un paese a due facce: da un lato, le statistiche parlano di un incremento medio del 4% del pil negli ultimi quattro anni; dall’altro, i numeri riferiscono di un tasso di povertà ormai arrivato al 19%, il secondo all’interno delle nazioni Ocse, appena dietro il Messico. Israele si trova inoltre al quinto posto per disuguaglianze di reddito. L’ufficio centrale di statistica afferma che il 13,7% delle famiglie dove uno dei membri lavora, si trova sotto la soglia di povertà rispetto al 7% di 15 anni fa.
Questo non significa che lo Stato mediorientale non sia all’avanguardia in alcuni settori chiave dell’economia come l’hi-tech. Dan Ben David, direttore del centro di ricerche Taub, spiega che vi sono due Israele in uno. A convivere sono la nazione delle competenze e delle performance, con università tra le migliori al mondo e l’alta tecnologia in pieno sviluppo, e una fetta di popolazione che non è in grado di trarne beneficio. E non è vero che le difficoltà toccano soltanto gli ultraortodossi e gli arabi israeliani, come spesso viene fatto credere.
Recentemente un comitato nazionale che si occupa di lotta contro la povertà ha chiesto a gran voce al governo di stanziare 6,3 miliardi di shekel (1,36 mld euro) per combattere il disagio aumentando gli stanziamenti per la vecchiaia e la sanità, migliorando l’offerta abitativa e rafforzando il lavoro sociale. L’organismo lamentava il fatto che la società israeliana e le sue istituzioni trattassero con indifferenza le persone finite all’angolo.
In alcuni settori il costo della vita è sfuggito di mano. Mentre negli ultimi anni il salario medio è rimasto pressoché stabile, i prezzi delle case hanno registrato un balzo dell’80% dal 2007 a oggi. Inoltre gli affitti sono cresciuti del 40% tra il 2008 e il 2012. I generi alimentari sono del 25% più costosi rispetto all’Unione europea. Al di là di qualche provvedimento tappabuchi, finora l’esecutivo guidato da Benjamin Netanyahu non ha affrontato la crisi con chiarezza e determinazione. Le forze di opposizione lamentano che nulla è cambiato per la classe media e che i miglioramenti si notano soltanto per i più ricchi. E c’è chi come Gilles Darmon, presidente e fondatore di Latet, la principale organizzazione umanitaria del paese, sostiene che questa è la vera sfida per Israele: una questione ben più pericolosa per la sua coesione rispetto alla minaccia iraniana.
Massimo Galli, ItaliaOggi 24/7/2014