Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2014  luglio 24 Giovedì calendario

LE INCERTEZZE SU MOSCA E MEDIO ORIENTE IN EUROPA NON È TEMPO DI FALSE PARTENZE


Un’impressione di falsa partenza, di movimentismo un po’ scapigliato accompagna l’esordio dell’Italia alla presidenza di turno dell’Unione Europea.
Certo è comprensibile e legittimo che all’arrivo a Bruxelles il premier Matteo Renzi fosse tentato di esercitare il credito, senza eguali, conquistato nelle urne europee. Ma proprio per questo la candidatura di Federica Mogherini al ruolo di Alto Rappresentante, concesso che sia questo un interesse primario per l’Italia, avrebbe dovuto essere gestita in modo meno arrembante, facendola emergere per consenso, rassicurando i Paesi più piccoli e soprattutto ragionando preventivamente sulle finalità, ripensando cioè il ruolo di Mr. o Ms. Pesc, che sicuramente non potrà e non dovrà più essere quello inadeguato fin qui incarnato da Lady Ashton.
Non è andata così. Nulla è perduto naturalmente, anche se le chance di farcela per il nostro ministro degli Esteri appaiono diminuite. Ma il rinvio al 30 agosto delle decisioni sulle nomine è per la presidenza italiana l’equivalente di partire con un piccolo handicap. Tanto più che la discussione senza esiti sui posti ha offerto l’immagine non bella di una Ue che non mette in cima alle sue priorità le troppe crisi che affliggono la scena internazionale, dall’Ucraina a Gaza, dall’emergenza immigrazione alla Libia.
Partire da Bruxelles in un semestre per noi cruciale, nel nostro tentativo di ricognizione della politica estera italiana, significa partire dal primo e più importante dei tre cerchi concentrici nei quali tradizionalmente si articola: Europa, rapporto con gli USA, Mediterraneo.
La presidenza di turno ci carica di un plus di responsabilità e ci pone dei vincoli. Dobbiamo far convivere la difesa sacrosanta dei nostri interessi con il compito di parlare per quanto possibile a nome di tutti. Lo stiamo facendo? L’Ucraina e i rapporti con Mosca amplificano questa contraddizione. Forse non è stata una buona idea quella del ministro Mogherini, durante la sua recente visita a Mosca, di evocare con grande evidenza il nostro appoggio al South Stream, il gasdotto che collegherebbe Russia ed Europa via Mar Nero aggirando l’Ucraina, ma che è osteggiato dalla Commissione europea. Fonti bruxellesi dicono che sia stato soprattutto questo a indispettire i Paesi baltici, sospettosi di ogni legame diretto tra gli antichi padroni e i partner europei.
Una questione di opportunità tattica non cancella però il fondo del problema: nel rapporto con Mosca, Roma deve poter difendere i propri interessi, così come fanno attivamente Parigi, Berlino e in fondo anche Londra, grande cassaforte della finanza russa, con buona pace dei proclami di David Cameron. La differenza è che gli altri non nicchiano di fronte agli eventi in Ucraina, vedi l’ultimatum lanciato a Putin nei giorni scorsi da Gran Bretagna, Germania e Francia. Sarebbe stato meglio se sotto quel monito ci fosse stata anche la firma della presidenza di turno italiana.
Un altro tema, scelto ad esempio: nel suo discorso d’introduzione, il nuovo presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker ha detto che nei prossimi 5 anni non ci saranno altri allargamenti. Questo significa che per i Paesi balcanici, dove oggi è in visita il ministro Mogherini, il discorso al momento è chiuso. Ma ciò rischia di minare la credibilità dell’Italia, che più di tutti è stata attiva su quel fronte. Non si poteva agire preventivamente, verificando le intenzioni di Juncker?
Sicuramente l’Italia ha un problema in più: ogni crisi restringe i nostri spazi di manovra in modo proporzionalmente maggiore di altri Paesi. Come per l’Ucraina, è vero in Libia, dove nonostante tutti gli sforzi politici, logistici e finanziari, non riusciamo a fare la differenza.
Sul resto del Medio Oriente, il quadro della nostra politica estera è variegato, ma nessuna colpa può essere imputata al nostro governo e alla nostra diplomazia. L’avanzata del califfato in Iraq e Siria è frutto in primo luogo dell’assenza americana, nonostante l’Italia la sua parte l’abbia fatta e continui a farla.
Molto più proficuo è il nostro bilancio in Iran, sul quale ormai si appuntano le residue speranze di un «game changer», una svolta legata all’eventuale accordo sul nucleare e in grado di innescare una nuova dinamica, aprendo prospettive di dialogo all’intero Medio Oriente. L’Italia ha fatto da apripista verso la nuova dirigenza di Teheran. Anche se di recente ci è sembrato di percepire una pausa nella nostra azione: nessuna visita, pochi contatti.
Su Gaza e la questione israelo-palestinese condividiamo purtroppo la paralisi collettiva, che impedisce all’intera comunità internazionale di influenzare positivamente gli avvenimenti lavorando a una tregua. Ci vorrebbe più Europa, ci vorrebbero più Stati Uniti, nulla cioè di quanto accade.
E più Europa ci vorrebbe anche alle nostre frontiere, dove l’Italia viene lasciata da sola ad affrontare una emergenza immigrazione non meno drammatica e violenta. Fanno bene su questo tema il premier e la sua squadra a reclamare a gran voce un vero approccio comune, regole, impegni e soprattutto risorse.
Buone notizie infine dalla diplomazia economica: i viaggi in Asia e in Africa di Matteo Renzi, alla guida di delegazioni di imprenditori, dimostrano che questo governo ha antenne sensibilissime verso una sfida decisiva per il futuro.