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 2014  luglio 24 Giovedì calendario

«CESARO PARLA DIRETTAMENTE AI BOSS PAGAVA 50 MILA LIRE PER OGNI VOTO»


NAPOLI — Stavolta niente aneddoti sulle sue gaffe con l’italiano o i suoi coloriti soprannomi. Stavolta sul parlamentare di Forza Italia ed ex presidente della Provincia di Napoli Luigi Cesaro c’è poco da scherzare: è accusato di concorso esterno in associazione mafiosa e turbativa d’asta, e se la Camera dei deputati concederà l’autorizzazione, andrà in carcere. Il gip del Tribunale di Napoli Alessandra Ferrigno si è espressa sulla richiesta inviatale oltre due anni fa dalla Procura antimafia e ha disposto l’arresto di Cesaro, nonché dei suoi fratelli Aniello e Raffaele e di altre cinque persone, tra le quali Raffaele Bidognetti, figlio di uno dei capi storici dei clan Casalesi.
Mentre l’ordinanza di custodia cautelare nei confronti del parlamentare berlusconiano è stata inviata a Montecitorio, lui ha già fatto sapere che chiederà ai suoi colleghi di autorizzare l’esecuzione del provvedimento.
La vicenda al centro dell’indagine condotta dai pubblici ministeri Antonello Ardituro, Giovanni Conzo, Marco Del Gaudio e Cesare Sirignano, con il procuratore aggiunto Giuseppe Borrelli, riguarda due appalti che nel 2004 dovevano essere assegnati dal Comune di Lusciano, in provincia di Caserta: uno riguardava la realizzazione di un centro di riabilitazione motoria composto da alcune piscine, e l’altro gli interventi previsti dal Piano di insediamenti produttivi (Pip) che l’impresa dei fratelli Cesaro si aggiudicò garantendo al clan Bidognetti — secondo le dichiarazioni di alcuni pentiti e altri riscontri emersi dalle indagini — una quota del 7 per cento sull’ammontare della commessa e ottenendo quindi l’appoggio della cosca, che a Lusciano era in grado di pilotare le assegnazioni grazie a un capillare controllo dell’amministrazione comunale.
I pentiti Gaetano Vassallo e Luigi Guida riferiscono che furono proprio i Cesaro, tramite l’ex consigliere regionale dell’Udeur Nicola Ferraro, originario di Casal di Principe e già coinvolto in altre inchieste di camorra, a proporsi e a proporre il pagamento di una tangente ben più alta di quella (3 per cento) che il clan riscuoteva in quella zona, dove abitualmente lavorava la ditta Emini, il cui titolare fu rapidamente liquidato da un emissario dei Bidognetti che gli disse chiaramente di tenersi fuori da quell’appalto. I Cesaro parteciparono da soli, e ovviamente vinsero, salvo poi rinunciare quando stava per venire fuori che avevano falsificato le dichiarazioni sui requisiti obbligatori per poter concorrere.
Ma ciò che avvenne durante i mesi delle trattative e delle assegnazioni delinea, scrive il gip, «la fotografia di quel mortale intreccio tra camorra, politica e imprenditoria che assume una connotazione tanto peculiare che in alcuni passaggi diviene quasi difficile stabilire quale tra i tre poli assuma l’iniziativa e tenga effettivamente in mano i “fili” degli accordi».
Una «fotografia» che racconta anche cose non strettamente legate alla vicenda degli appalti ma molto esplicative del «metodo Cesaro» in politica. Ne riferisce il pentito Vassallo, quando racconta ai pm di una riunione elettorale che Luigi Cesaro tenne a casa del fratello Aniello: «Tutti gli elettori disposti a vendere il proprio voto li registrava memorizzando il nominativo e il numero del seggio e dava loro metà di una banconota da lire cinquantamila. Durante le elezioni, alcuni scrutatori, direttamente retribuiti da Gigino Cesaro, si occupavano di annotare se gli elettori si erano regolarmente presentati; successivamente si verificava la rispondenza tra il numero dei voti previsti e quelli effettivamente acquisiti. Nel caso in cui vi era corrispondenza, l’elettore riceveva l’altra metà della banconota».
In un altro verbale, Vassallo definisce Cesaro non «un politico-camorrista, ma un camorrista-politico» e spiega che è lui «il vero protagonista dei rapporti tra la politica e i clan camorristici» perché ha «un grande potere imprenditoriale, economico e camorristico, oltre che politico, tanto che tratta direttamente con i capi, senza intermediari». E racconta di quando lo incontrò in quello che il gip definisce «un tipico summit di camorra», a casa della sorella di Francesco Pezzella, detto ‘o Tabaccaro, che i pm descrivono come «capozona di Lusciano per il clan dei Casalesi, gruppo Bidognetti, poi assassinato», e lo vide appartarsi con Raffaele Bidognetti e Luigi Guida (all’epoca reggente del clan) «in un’altra stanza per discutere del Pip di Lusciano». Vassallo lo riconosce senza ombra di dubbio perché lo conosce bene, «fin dagli anni 1989-90», i tempi della comune militanza nel Psi in cui Cesaro, racconta Vassallo, fu «esponente della componente di Giulio Di Donato».
Una storia politica antica, quella di Cesaro, ma nell’ordinanza si fa riferimento anche alla sua storia giudiziaria, ancora precedente, che lo vide incriminato per rapporti con la camorra di Raffaele Cutolo, condannato e poi assolto in Appello. E a riprova del suo legame con l’ex boss di Ottaviano, il gip cita una intercettazione raccolta in carcere in cui Cutolo, durante un colloquio, indica a sua nipote Roberta di far rivolgere la zia Rosetta a Cesaro che «è uno importante adesso, gli può trovare un grande lavoro... Mi deve tanto, faceva il mio autista figurati!».