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 2014  aprile 24 Giovedì calendario

COM’È CAMBIATO IL FISCO NELL’ERA DI BEFERA


Negli ultimi dieci anni la produttività media dei controlli fiscali è decuplicata, passando dai 1.200 euro del 2003 ai 10 mila euro del 2013. Ed è molto probabile che la maggior parte di questo incremento sia dovuto al sempre più intenso utilizzo delle banche dati da parte dell’Agenzia delle Entrate. Dai dati da noi elaborati sulla base dei numeri forniti ufficialmente dal direttore dell’Agenzia, Attilio Befera, emerge anche che nel 2013 solo un contribuente su 122 subiva un accertamento. Oggi siamo a uno su 67.
Altro dato interessante. Mentre il numero dei controlli formali (36 ter) è andato progressivamente riducendosi, passando da 1,6 milioni del 2003 a poco più di mezzo milione nel 2013, il numero delle verifiche è rimasto costante, il numero degli accertamenti è più che raddoppiato. È forse il caso di precisare che, per controllo formale, si intende un controllo meramente cartaceo sui dati della dichiarazione presentata dal contribuente. Si tratta di un lavoro che richiede molto tempo ed è caratterizzato da una produttività piuttosto modesta, anche perché un controllo formale è già effettuato dai Caf e dai professionisti che fungono da intermediari nella compilazione e trasmissione delle dichiarazioni dei redditi; questo il motivo per il quale, negli ultimi dieci anni, il numero di tali controlli si è ridotto a un terzo.
Per verifiche si intende l’attività di controllo sul campo, fatta in azienda o nel negozio, magazzino, laboratorio del contribuente. È un’attività complessa che ha l’obiettivo essenziale di far sentire il fiato sul collo ai contribuenti, ma che per l’impegno richiesto all’amministrazione non può essere incrementata in termini quantitativi. E infatti i dati dicono che il numero delle verifiche è sostanzialmente invariato.
Gli accertamenti, cioè l’attività conclusiva di qualsiasi tipo di indagine, gli atti con i quali si manifesta la pretesa tributaria, sono invece più che raddoppiati. Ma soprattutto hanno portato a un recupero medio di oltre 10 mila euro ciascuno (nel 2003 eravamo di poco sopra i mille euro). Il risultato è il frutto di una politica ben precisa dell’amministrazione, che negli ultimi anni ha puntato più sull’efficacia dei controlli che sulla procedura. Gli indirizzi operativi trasmessi agli uffici si potrebbero ormai grossolanamente tradurre con «andate a cercare dove ci sono i soldi. Non perdete tempo in inutili formalità. Andate al sodo. L’importante è il risultato».
Ma nonostante questa svolta nel senso del pragmatismo e del risultato concreto, un simile incremento del recupero non sarebbe stato possibile senza l’enorme potenziamento delle banche dati, soprattutto dell’Anagrafe tributaria. È dall’incrocio dei dati che prendono avvio, ormai, la maggior parte degli accertamenti. Sono redditometro, dati bancari, studi di settore, percentuali di ricarico, a motivare la maggior parte degli accertamenti e trasformarli in moneta per le casse dell’Erario. Il passaggio dalla cultura dell’atto alla cultura del risultato è stato reso possibile anche dal forte potenziamento di Equitalia, dotata negli ultimi anni di strumenti efficaci che hanno consentito di garantire percentuali di riscossione che prima non si potevano nemmeno immaginare: all’inizio di questo secolo si riscuoteva tra l’1 e il 2% di quanto veniva accertato; ora, anche se non ci sono dati precisi, tale valore si è moltiplicato almeno per 5.
Risultati importanti sul fronte della lotta all’evasione. Non c’è dubbio. Sull’altro fronte, quello della riduzione della spesa pubblica, degli sprechi e delle inefficienze, invece, non si è fatto nemmeno il primo passo.

Marino Longoni, MilanoFinanza 24/4/2014