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 2014  marzo 29 Sabato calendario

CARO RENZI SU TELECOM IL DADO NON È TRATTO


Ci voleva un imprenditore brianzolo, con residenza in Svizzera e un capitale parcheggiato in Lussemburgo, per mettere in crisi usi e costumi del capitalismo straccione italiano. E della politica “distratta” – quando non “complice” – che su quegli stracci ha fatto banchetto, a partire dall’azienda più importante del Paese – Telecom – spolpata in anni di privatizzazioni e scalate “coi soldi degli altri”. L’uomo che vuole rottamare il “salotto buono” del capitalismo “relazionale” è Marco Fossati, 54 anni, magrissimo e schivo, quasi una fotocopia del padre Danilo, fondatore dell’impero della Star, quelli del doppio brodo di Carosello, del dado nella stagnola, delle salse pronte, n ragù Star, appunto.
Il 16 aprile, data dell’attesissima assemblea di Telecom, Fossati proverà per la seconda volta a cambiare il volto del campione nazionale delle telecomunicazioni, architrave dello sviluppo tecnologico del Paese, a partire dalla banda larga. Oggi Telecom è sotto il controllo degli spagnoli di Telefonica, in accordo con Intesa San Paolo, Mediobanca, Generali, il gotha del capitalismo italiano, pronti a vendere agli spagnoli pur di disfarsi della propria partecipazione. È il classico sistema delle scatole cinesi. Col controllo del 60 per cento di una società più piccola (Telco) gli spagnoli possono dettare legge in un’azienda cento volte più grande. A prezzi stracciati: a Telefonica e al suo presidente César Alierta sono bastati appena 400 milioni di euro per scalare Telecom, un gigante che vale 11 miliardi. Con quale obiettivo? Non certo gli investimenti nella banda larga, settore in cui l’Italia è fanalino di coda in Europa. Alierta vuole conquistare il mercato sudamericano, l’unico in cui la vecchia Sip continua ad avere un ruolo da protagonista, il primo boccone è già andato: Telecom Argentina è stata venduta. Sul secondo, Tim Brasil, si è messo di traverso un imprenditore ignoto ai più: Marco Fossati. La politica, invece, ha fatto orecchie da mercante. E ora tocca a un imprenditore brianzolo, sospettato di vecchie simpatie berlusconiane, far la morale al premier Renzi. Scavalcato a sinistra da chi meno te lo aspetti: «Al premier chiedo una politica industriale per digitalizzare il Paese. E Telecom Italia è l’attore principale di questa strategia», dice Fossati a left, mentre è impegnato nella preparazione dell’assemblea del 16, in frenetici incontri a New York con i fondi americani. «Non possiamo perdere altro tempo».
IL ROTTAMATORE
Marco Fossati è l’ultimo discendente di una dinastia assai giovane. Star, il nome dell’azienda di famiglia, deriva dalla nonna Stella. Suo nonno, Regolo, era un piccolo commerciante che aveva deciso di aprire un piccolo stabilimento di carni in scatola. Fu il padre di Marco Fossati, Danilo, ad avere l’intuizione geniale: il dado per il brodo, confezionato in dosi monouso. Sono gli anni del boom economico e lo stabilimento in Brianza cresce senza sosta insieme al patrimonio della famiglia. I Fossati diventano una delle più potenti famiglie italiane, entrano nel salotto buono di Ifil (Fiat) e di Mediobanca, stringono affari con le partecipazioni statali, fanno acquisizioni estere. Sono partiti quasi da zero: la loro è una tipica storia del saper fare italiano, gli imprenditori con la casa sopra i forni, che sono i primi a varcare i cancelli e gli ultimi a uscire. Cattolici per credo, ma calvinisti per etica. Democristiani doc, vicini a CI, sono tra i primi finanziatori del Banco alimentare di Don Giussani. Benevoli coi dipendenti, severi col sindacato. È una storia di successo, ma anche una storia tragica. Negli anni 80 un cugino di Danilo, Adelmo, viene rapito e ucciso. Nel 1987 un Commando di rapinatori fa irruzione nella villa di Arcore della famiglia Fossati. Danilo ne resta scosso, si sente insicuro e si trasferisce in Svizzera. Pochi anni dopo, è il 1995, avviene il fatto tragico che cambia la storia della famiglia: Danilo Fossati viene trovato morto nello stabilimento, suicida. Il timone passa al fratello Luca. Ma nel 2001, il Cesna che lo trasporta da Malpensa a Parigi si schianta poco dopo il decollo. La guida del patrimonio finisce nelle mani di Marco, che torna in fretta e furia dalla California, dove si era stabilito. Luca era l’uomo della finanza, mentre lui Marco si era fatto le ossa in azienda. Il cattivo rapporto col padre lo aveva portato lontano, per inseguire la sua curiosità e le sue passioni sportive, il golf – proprio come il papà – e il Triathlon, sport da “iron-man”, che Marco pratica tuttora; 4 chilometri a nuoto, 180 in bicicletta, 42 chilometri di corsa, da eseguire in immediata successione, senza pause, in 10-11 ore. Per uno scherzo della storia sarà Marco Fossati, proprio lui, identico in viso e nel fisico al padre Danilo, a dismettere l’impero di famiglia. Vende tutto, e molto bene. Incassa una ricca plusvalenza dalla cessione agli spagnoli di Gallina Bianca dell’antica Star. Fa solo due errori: il primo, attraverso la Findim Group (la holding familiare di cui fanno parte anche il fratello Giuseppe e le sorelle Daniela e Stefania) cede una quota dello 0,5 per cento di Apple poco prima dell’uscita dell’iPhone; il secondo, acquista per 1,2 miliardi il 5 per cento di Telecom Italia, compra quando le azioni valgono 2,3 euro, ma oggi i suoi 671 milioni di azioni valgono 80 centesimi l’una, un terzo. Il resto del patrimonio, escluso piccole partecipazioni, resta liquido. Tre miliardi di euro in attesa di collocazione.
Chi lo conosce giura che non li investirà in Telecom, piuttosto li lascerà liquidi. Marco Fossati non ha un ufficio a Roma né a Milano, neppure una casa in terra natia. Dell’Italia non si fidava già prima. Ancor meno oggi, dopo una battaglia durata anni dentro Telecom. Ha imparato a diffidare dei suoi compatrioti. Non si fida, eppure non molla. Lui, ricco e forte di ottimi rapporti a Wall Street, è isolato in patria. Solo contro l’interò “nucleo duro” del capitalismo italiano: Intesa, Generali, Mediobanca, schierati dalla parte degli spagnoli di Telefonica. Alleati anche con Mediaset, che sta a guardare, attenta che non si invada il suo campo. Con Berlusconi, Marco Fossati, aveva anche provato a intessere un dialogo. Nel 2008 porta Allerta a incontrare il Cavaliere, proponendo una strategia comune per lo sviluppo delle rete e dei contenuti, forse anche una fusione. Non se ne fa niente. Berlusconi e Telefonica si alleano invece contro di lui. Obiettivo: mantenere lo status quo.
Il ribelle del capitalismo italiano svela la voragine di capacità imprenditoriale del Paese. Chiede una public company, un piano industriale, una governance democratica, strategie industriali in partnership con lo Stato. Quello che dovrebbe fare la politica: regole e investimenti per lo sviluppo del Paese. Invece se li trova tutti contro: Enrico Letta se n’è lavato le mani, a tutto vantaggio degli spagnoli. E a Matteo Renzi Fossati chiede un incontro, senza ottenere risposta. Oggi gli manda un messaggio tramite left: «L’Italia e Telecom hanno accumulato troppi ritardi nella realizzazione delle reti di nuova generazione e nell’offerta di nuovi servizi. Occorre recuperare velocemente. Credo che il premier Matteo Renzi si renda perfettamente conto che il raggiungimento degli obiettivi dell’Agenda digitale europea sia un obiettivo strategico per il Paese. Telecom Italia è l’attore principale di questa strategia, possiede la principale autostrada tecnologica del Paese. Si tratta di costruire la terza corsia, la rete ngn. Per fare questo il governo deve indicare una strategia chiara e tempi certi. Permettere gli investimenti privati con misure di vantaggio fiscale e con politiche regolatorie che diano certezza nel tempo per il ritorno degli investimenti. Ma non possiamo perdere altro tempo».
Mentre Renzi ci pensa. Marco Fossati gira gli Stati Uniti, per spiegare ai fondi pensione un diverso sviluppo possibile per Telecom. Un finanziere italo-svizzero-lussemburghese alleato coi fondi pensione degli insegnanti di Chicago e quello dei dipendenti pubblici del Nevada, per salvare l’industria italiana. Un mondo al contrario.
POVERA TELECOM
Adesso, dice Fossati a Renzi, bisogna passare dal pensiero all’azione. Le ragioni di questa fretta sono presto dette. Con 53 mila dipendenti e un fatturato di 23,5 miliardi di euro, Telecom Italia è la settima impresa italiana, una delle prime 500 al mondo. Ma è anche un asset fondamentale per lo sviluppo del Paese. Da essa dipendono gli investimenti sulla banda larga, lo sviluppo delle infrastrutture legate alle nuove tecnologie digitali. Non è solo un’impresa che compete nel business del traffico dati e dei telefonini. È un’azienda che può aprire le autostrade in cui potranno viaggiare nuovi mercati (non solo i servizi su web, ma anche la televisione). All’appuntamento con il futuro Telecom arriva in ritardo. Dai tempi della privatizzazione è vittima di un lungo elenco di scalate, tutte “a debito”. Prima Colaninno, poi Tronchetti Provera, infine gli spagnoli. La tecnica è simile: una piccola holding finanziaria scala la montagna Telecom coi soldi delle banche. Poi, una volta conquistata la preda, trasferisce su di essa i suoi debiti. Per ripianarli Telecom vende le partecipazioni straniere (negli anni 90 era presente in 24 Paesi) e ritarda gli investimenti. Risultato: con 28 miliardi di euro di debiti oggi Telecom può vantare di essere il campione nazionale nell’ultimo Paese europeo per penetrazione della banda larga. Il rapporto Caio lo testimonia senza possibile smentita: solo il 18 per cento degli italiani ha una connessione di 50 mega, mentre il 60 per cento dei tedeschi può vantare una banda superiore ai 100 mega. Mediaset ringrazia: il mercato italiano resta impenetrabile per colossi internazionali come Netflix, il mercato della televisione on demand resta asfittico.
All’ultima tornata di questa storia arrivano gli spagnoli di Telefonica. Nel 2007 conquistano Telco, la holding di controllo di Telecom, insieme a Generali, Mediobanca, Intesa San Paolo: quelli del salotto buono, del capitalismo relazionale, gli stessi di tutte le “operazioni di sistema”, italiani doc, messi a guardia degli spagnoli.
L’ASSALTO DEGLI SPAGNOLI
Il seguito della storia avviene nel pieno dell’era Renzi. Il 24 settembre del 2013, il colpo di scena. Telefonica sottoscrive un aumento di capitale di Telco e l’opzione all’acquisto delle quote possedute dai tre soci italiani. A Roma è uno shock, con soli 324 milioni Telefonica acquisisce il 66 per cento di Telco, cioè il controllo di fatto dell’intera Telecom Italia. Il governo sembra distratto, e a correre ai ripari è il senatore Pd Massimo Mucchetti, ex vicedirettore del Corriere della sera, profondo conoscitore e inflessibile critico dei meccanismi del capitalismo salottiero. Mucchetti propone una riforma della legge sull’Opa, con l’obiettivo di farla finita con le scatole cinesi: se Telefonica vuole il controllo di Telecom lanci un’offerta pubblica d’acquisto sull’intera azienda. In parole povere, tiri fuori i quattrini. La legge costringerebbe tutti a giocare ad armi pari. Ma il governo Letta smentisce il suo senatore e blocca tutto. La strada per Telefonica sembra spianata. A Madrid non interessa la banda larga italiana. Gli spagnoli guardano al Brasile e all’Argentina, dove le controllate di Telecom sono in diretta concorrenza proprio con Telefonica. La compagnia di Buenos Aires viene venduta lo scorso novembre a 960 milioni di dollari, nonostante abbia in cassa 650 milioni di dollari. La seconda, Tim Brasil, è al centro di una vicenda più complessa; installata in un mercato in crescita, fornisce il 30 per cento del fatturato dell’intero gruppo. Ma si trova sotto la lente dell’antitrust di Brasilia: l’azienda tricolore, infatti, è il secondo operatore mobile, il primo si chiama Vivo, ed è controllato’da Telefonica. Il controllore di Telecom Italia è un concorrente della stessa Telecom in Sudamerica. In Italia nessuno batte ciglio, ma in Brasile tutto ciò è vietato. L’antitrust locale lascia a Telefonica due opzioni: o gli spagnoli abbandonano la scalata a Telecom Italia o Tim Brasil dev’essere venduta. Madrid tifa per la seconda ipotesi. I partner italiani in Telco sono d’accordo. Ma Fossati va su tutte le furie: rilascia interviste ai giornali; denuncia i rapporti opachi tra i fondi rappresentati da Assogestioni, teoricamente indipendenti ma nei fatti vicini ai tre azionisti italiani; fa scoppiare lo scandalo del “convertendo”: un prestito obbligazionario convertibile in azioni, particolarmente conveniente, varato nottetempo dal cda di Telecom e tenuto nascosto a gran parte degli azionisti (a partire dalla Findim). E ancora, costringe alle dimissioni il presidente di Assogestioni, Domenico Siniscalco, ex ministro delle Finanze e rappresentante in Italia della Banca d’affari Morgan Stanley, capofila del pool che gestisce il convertendo. Infine, convoca un’assemblea di Telecom, il 20 dicembre del 2013, chiedendo l’azzeramento del cda. Si va alla conta. Fossati perde per un pugno di voti. Poco prima dell’assemblea, un report di Deutsche bank scrive nero su bianco: «In qualche modo Fossati ha già vinto: è riuscito a mettere in luce l’eccezionale conflitto di interessi in Telecom... l’era delle “scatole cinesi” in Italia è in ogni caso destinata a finire, non solo per Telecom Italia, ma per l’interò sistema». La sconfitta è in realtà una vittoria: Tim Brasil non viene venduta.
LA SCELTA
Ed eccoci a oggi. Il 16 aprile l’assemblea di Telecom rimetterà in scena lo scontro dello scorso dicembre. È una lotta all’ultimo voto. Marco Fossati vola a New York, per convincere Wall Street delle proprie buone ragioni. Agli americani l’imprenditore italiano illustra un piano complessivo: propone di dividere l’azienda in tre tronconi (mobile, fisso, servizi); si oppone alla dismissione di Tim Brasil; rilancia l’idea di un aumento di capitale per rimettere in campo gli investimenti necessari in Italia. Chiede un sistema di governance più democratica; oggi, infatti, il board di Telecom viene eletto con una specie di Porcellum: alla lista più votata vanno i 4/5 del cda, e non viene garantita – sostiene Fossati – l’indipendenza dei manager. L’idea non è nuova, la propose negli anni 90 Romano Prodi, prima che il governo D’Alema portasse a compimento la fallimentare privatizzazione: fare di Telecom una public company, cioè una società in cui nessuno degli azionisti abbia un potere determinante, gestita, da un management professionale e indipendente. Lo scontro si concentra tutto sulla presidenza: da un lato Telco propone Giuseppe Becchi, ex presidente di Eni. A cui Fossati contrappone Vito Gamberale, ex manager Sip, attuale presidente di F2i, il fondo infrastrutturale italiano, partecipato dalla Cassa depositi e prestiti. Due manager pubblici per due diverse idee della più grande impresa privata italiana. E il governo, cosa fa? Letta si era contraddistinto per la posizione pilatesca. Nessun intervento su Telecom, nessun freno agli spagnoli. Gabriele Galatieri di Genola, presidente di Generali, l’aveva detto chiaramente a Massimo Mucchetti, durante un’audizione in Senato: l’operazione ha avuto il via libera «da chi di dovere». E il nuovo esecutivo? Sulla questione, Renzi risulta non pervenuto. Quando l’esponente del Pd Andrea Ranieri lo scorso dicembre chiede alla direzione del partito una discussione franca su Telecom, l’allora segretario si dice convinto dell’importanza dell’argomento: «Ne parleremo alla prossima direzione». Poi, l’assalto a Palazzo Chigi. Ora, il premier Renzi, ha nelle mani la difficilissima partita del rinnovo dei cda nelle aziende pubbliche, e ha l’opportunità di rottamare anche il decrepito del capitalismo italiano. Ma secondo i maligni, il suo accordo con Berlusconi conterrebbe una clausola segreta: nessuno sviluppo della banda larga, per non aprire un mercato concorrenziale dove oggi domina il duopolio Rai- Mediaset. Cosa farà Renzi? Si siederà nel salotto anche lui, l’ultimo arrivato? Ascolterà i consigli interessati di Mediaset? O darà sostegno alla rottamazione di Fossati? E non si dica: decide il mercato. Diceva il saggio che «il mercato non esiste in natura». Lo fanno gli uomini, con le loro scelte.