Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2014  marzo 29 Sabato calendario

I BIG AMERICANI TORNANO A GUARDARE ALL’ITALIA


NEW YORK Dopo gli apprezzamenti per l’Italia espressi da Barack Obama, la parola passa ai protagonisti americani meno diplomatici, quelli dei mercati. E il barometro rivela, anche qui, segni incoraggianti, da non sprecare.
Charles Shriver, gestore di Total Allocation Fund di T.Rowe Price, colosso con oltre 692 miliardi di dollari di asset, sfoggia «moderato ottimismo» sugli sforzi del Paese e del suo governo di voltare pagina. Una scommessa indicativa di come si respiri maggior fiducia sia sul debito sovrano che sulle aziende, seppur con il caveat di riforme da realizzare e di un’economia che si scuota. E di come questa fiducia si stia traducendo in nuove mosse concrete da parte dei grandi investitori, da Jp Morgan a Legg Mason.
Per Shriver, che gestisce 63 milioni, questo ottimismo prende oggi la forma d’una strategia di «modesto sovrappeso» nel portafoglio azionario: «La nostra equity allocation per l’Italia è pari all’1-2% dell’esposizione totale in azioni», spiega. «Abbiamo quote in Generali, Telecom Italia, Eni», continua. Una selettiva e limitata esposizione a titoli finanziari: «Unicredit, Intesa Sanpaolo». E in società fresche di collocamento: «Siamo entrati in World Duty Free, lo spin of di Autogrill», aggiunge.
A guidare l’approccio non sono più solo, come nel recente passato, «valutazioni attraenti, in Europa e in Italia, rispetto agli Usa». C’è anche un quadro economico «in leggero miglioramento» che può sostenere gli utili. «Cerchiamo e vediamo nuove opportunità di pari passo con schiarite su crescita e bilanci. L’enfasi può spostarsi verso il potenziale di redditività delle aziende». Cioè sui meriti di sempre più mirate operazioni, dopo che sono diminuiti i rischi estremi con la rete di sostegno della Bce e i passi avanti nella politica fiscale e nell’unione bancaria europea. «Oggi guardiamo a società ben gestite, adeguatamente strutturate, che possono conoscere significativo sviluppo nonostante le sfide economiche».
Legg Mason, gruppo che in tutto gestisce asset per 451 miliardi, non è da meno sul debito sovrano. «L’Italia è il 30% del mio risk budget complessivo, il massimo per una singola posizione», afferma Andrew Cormack, gestore di portafoglio dell’affiliata Western Asset Management. «Siamo costruttivi come non mai sui bond italiani. Le valutazioni sono ora più care, ma ancora attraenti rispetto ai bund o ad alcuni titoli corporate americani e il trend è fondamentalmente positivo». Cormack si aspetta oltretutto maggiori interventi di sostegno all’economia europea e della periferia da parte della Bce entro l’anno. E con la «normalizzazione degli spread obbligazionari, anche la Corporate story, la storia delle singole aziende, diventerà più interessante per gli investitori». Mark Grant, managing director di Southwest Securities e consulente di fondi Usa, sottolinea a sua volta l’interesse di «un numero di istituzioni americane, oltre che asiatiche e modiorientali. Un interesse che spesso riguarda i nomi più noti, Telecom, Eni, Enel, i marchi della moda. Ma che potrebbe allargarsi con il miglioramento del clima».
Da Cormack e Grant arrivano però anche avvertimenti. «Gli investitori americani guardano con favore al governo Renzi e ai suoi progetti. Ma restano preoccupazioni, dal sistema bancario alla trasparenza dei bilanci. Molti aspettano di vedere cambiamenti significativi, riforme politiche e sociali», dice il banchiere di Southwest. Cormack è ancora più preciso: «La politica è stata in passato il maggior freno per l’Italia rispetto alla Spagna. Adesso c’è un upgrade su questo fronte. Gli investitori hanno preso nota di Renzi, della sua popolarità e degli impegni a riforme strutturali. Ma bisogna vedere come procederanno. Sono ambiziose e se mancherà dinamismo, il nostro atteggiamento potrebbe mutare. Serve crescita in Italia e davanti a un deterioramento dell’economia dovremmo ricrederci».