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 2014  marzo 29 Sabato calendario

LA GUERRA CIVILE TRA I DUE ISLAM CHE SCUOTE IL REGNO DI ERDOGAN


Quando guardavamo alla Turchia di Erdogan, negli scorsi anni, vedevamo la tenacia di una nuova classe imprenditoriale, il miracolo economico, la voglia di Europa, la crescente reputazione del Paese nel grande Medio Oriente. Sapevamo che il suo leader era un fervente musulmano e che aveva scontato qualche mese di prigione per avere letto in pubblico una poesia in cui vi era un verso inquietante: i minareti sono le nostre baionette. Sapevamo che il suo avvento era stato percepito dalla Turchia laica come una potenziale minaccia, ma ci sembrava che la sua battaglia contro l’influenza dei militari nella vita politica del Paese fosse democraticamente giustificata. Non avevamo dimenticato l’impiccagione del primo ministro Adnan Menderes nel settembre del 1961 dopo un colpo di Stato delle Forze armate, il primo di una lunga serie. Non ignoravamo che i militari avevano un diritto d’intervento nella cosa pubblica e godevano di una sorta d’immunità giudiziaria. Se Erdogan voleva assoggettare le Forze armate a un governo eletto democraticamente, l’Europa lo avrebbe approvato e sostenuto.
I primi dubbi cominciarono quando scoprimmo il carattere autoritario del primo ministro, la sua insofferenza per il dissenso e la libera stampa. E divennero certezze quando assistemmo a un maxiprocesso contro i vertici delle Forze armate che assomigliava a un regolamento di conti. Ma continuammo a pensare che la questione centrale del Paese fosse uno storico duello fra le due principali componenti della sua identità nazionale: le tradizioni musulmane della Turchia anatolica e il retaggio laico di Kemal Atatürk, fondatore dello Stato Repubblicano. Non sapevamo invece, o non ne eravamo sufficientemente consapevoli, che nell’Islam turco esistessero due anime alquanto diverse. La prima, quella di Erdogan, aspira alla conquista dello Stato, è intransigente e autoritaria, ha subito l’influenza della Fratellanza musulmana, nata al Cairo nel 1928 e duramente repressa dai militari egiziani negli scorsi mesi. La seconda e un «Islam delle opere», tollerante e dialogante, simile per certi aspetti ai Movimenti nati nelle società cattoliche durante il Novecento, da Opus Dei a Comunione e Liberazione. Il suo leader è Fethullah Gülen, imam per alcuni anni a Smirne, poi fondatore di una sorta di congregazione secolare chiamata Hizmet (servizio). Non ha una struttura visibile, ma può contare sulla lealtà di un grande numero di militanti e simpatizzanti, annidati nelle industrie, nel mondo accademico e soprattutto in due centri nevralgici del potere statale: la polizia e l’ordine giudiziario. La sua principale attività è l’educazione: cinquecento scuole in più di cento Paesi, soprattutto nei grandi territori musulmani dell’Africa e dell’Asia, da cui il movimento trae buona parte dei suoi finanziamenti. Quelle in Turchia preparano gli studenti all’ingresso nelle università e sono anche un eccellente strumento per la formazione di nuovi fedeli.
È probabile che Gülen, sino alla fine degli anni Novanta, credesse di potere convivere con i militari. Quando si accorse che la convivenza stava diventando sempre più difficile, installò il suo quartier generale negli Stati Uniti ma non rinunciò alle sue attività turche e, alla vigilia delle elezioni turche del 2002, strinse un’alleanza con Erdogan. Fu il patto della vittoria. Erdogan poteva contare sulla macchina del suo partito e sul consenso elettorale conquistato negli anni in cui era sindaco di Istanbul; mentre Gülen portava in dote la rete degli infiltrati. Insieme avrebbero conquistato il governo, insieme avrebbero lavorato per ridurre drasticamente il potere dei militari. Senza l’imam della Pennsylvania e i suoi seguaci nell’ordine giudiziario non sarebbe stato possibile, probabilmente, il maxiprocesso contro le Forze armate iniziato alla fine del 2010 e terminato nel settembre 2012: 365 imputati, 325 condanne fra cui alcuni ergastoli ridotti a vent’anni di carcere duro.
Ma i rapporti tra Gülen e Erdogan, nel frattempo, si erano guastati. Mentre il primo si sarebbe accontentato di esercitare una forte influenza senza poteri formali e istituzionali, il secondo voleva un potere pieno, senza debiti nei confronti di chicchessia e cominciò, qualche tempo dopo la formazione del governo, una sorta di purga diretta a eliminare dalla macchina dello Stato tutti coloro che avevano altre lealtà. Fu quello il momento in cui Gülen decise di passare al contrattacco e la politica turca divenne una guerra civile fra le due maggiori famiglie islamiche del Paese. Nel febbraio del 2012 un procuratore di Istanbul convocò nel suo ufficio Hakan Fidan, capo del Servizio d’intelligence, una delle istituzioni che gli uomini di Gülen non erano riusciti a infiltrare. Voleva interrogarlo e verosimilmente incriminarlo per i contatti che il Servizio avrebbe avuto con le organizzazioni clandestine del Pkk, il partito della resistenza curda. Erdogan dette istruzioni a Fidan di non obbedire alla convocazione e accelerò l’epurazione dei seguaci di Gülen. Non basta. Qualche mese dopo, decise che le scuole preparatorie della rete scolastica di Hizmet sarebbero state sostituite da scuole di Stato: una misura che colpisce al cuore la capacità di proselitismo e l’indipendenza finanziaria dell’organizzazione gülenista. Ma l’imam aveva altre carte da giocare. Non passò molto tempo prima che la stampa e le reti sociali ricevessero la trascrizione di conversazioni telefoniche da cui risultava la corruzione di molti ministri e, in un secondo tempo, dello stesso Erdogan. La partita non è finita. Ciascuno dei combattimenti ha ancora munizioni e non esiterà a servirsene.
Per l’Unione Europea questa crisi turca sarà una fonte di grande imbarazzo. Era facile sostenere Erdogan quando voleva togliere ai militari il diritto di tutela che pretendevano esercitare sulla società nazionale. È diventato più difficile quando l’Ue ha constatato che l’eliminazione dei militari gli avrebbe permesso d’instaurare un regime autoritario. Diverrà ancora più difficile quando occorrerà scegliere fra due avversari che hanno egualmente contribuito a violare alcune delle principali regole dello Stato di diritto. È meglio Erdogan almeno sino a quando potrà dimostrare di essere gradito a una buona parte degli elettori? O è preferibile un leader religioso tollerante, ecumenico, pronto a dialogare anche con Israele, ma capo di uno Stato ombra servito da una legione d’infiltrati? La scelta, spetterà, oltre che all’Europa, anche agli Stati Uniti. Ma di questo parlerò in un articolo dedicato alla politica estera della Turchia di Erdogan.
(Continua — 2. La prima puntata è stata pubblicata giovedì 27 marzo)