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 2014  marzo 29 Sabato calendario

PARTI SOCIALI, I PERCHÉ DI UNA CRISI


La reazione dei principali sindacati italiani alle parole pronunciate ieri dal Governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco è sintomo di un alto grado di nervosismo o più probabilmente della netta percezione di come stia mutando - in negativo - l’orientamento della politica e dell’opinione pubblica nei loro confronti.
Commemorando il suo predecessore Guido Carli e ricordando un altro periodo difficile come l’inizio degli Anni 70, Visco ha detto che «lacci e lacciuoli, intesi come rigidità legislative, burocratiche, corporative, imprenditoriali, sindacali, sono sempre la remora principale allo sviluppo nel nostro Paese». Non si sono registrate repliche accese delle imprese, dei corpi burocratici o delle pur numerose corporazioni. Dai sindacati, invece - specie dalla Cgil e da una Cisl che tenta sempre più di distanziarsi dalla stessa Cgil - è arrivato un coro di proteste e di rimbrotti alle parole del Governatore.
Perché il sindacato s’indigna per quello che non è certo un colpo diretto e specifico? Perché avverte che l’attacco portato con insistenza nelle ultime settimane da Matteo Renzi alla sua funzione di rappresentanza - e a quella speculare delle associazioni imprenditoriali - parla oggi agli umori profondi del Paese e si trova in sintonia con essi. E dunque il mondo sindacale reagisce con sensibilità esasperata a ogni commento, anche incidentale, che metta in dubbio la sua ragion d’essere e ne sottolinei invece le rigidità che ostacolano le riforme.
Il segretario generale della Cgil Susanna Camusso - oggi il più diretto avversario di Renzi nella battaglia sulla rappresentanza delle parti sociali, ma di fatto anche nel dibattito interno al Pd sulla nuova legislazione del lavoro - sostiene che di crisi del suo sindacato non si può parlare perché gli iscritti aumentano. È vero che nel 2012, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati sul suo sito, gli iscritti alla Cgil sono saliti dello 0,49% arrivando a 5 milioni e 712 mila persone. Ma è vero anche che di quei 5,7 milioni 2,7 sono lavoratori attivi e ben 3 milioni pensionati. Tra i lavoratori attivi, poi, i lavoratori «atipici», ossia quelli con le forme di lavoro più diffuse tra i giovani al primo impiego, sono 71 mila e i disoccupati 13.500, ossia rispettivamente circa l’1,2% e poco più dello 0,2% del totale degli iscritti. Percentuali che danno con precisione la misura di quanto (poco) siano rappresentate in una grande organizzazione le nuove categorie del lavoro o quella dei senza lavoro.
In passato il sindacato, con la sua difesa dei diritti - e qualche volta dei privilegi - di chi un posto fisso lo aveva, era visto da chi stava ai margini del mondo del lavoro garantito come un soggetto forse estraneo ma non ostile; la prospettiva e la speranza dei disoccupati e dei lavoratori precari era appunto quella di entrare nel mondo dei «garantiti» difesi da quello stesso sindacato. Negli ultimi anni, invece, la situazione è cambiata radicalmente: chi non ha un lavoro non riesce a sperare che nel suo futuro ce ne sia uno; chi non ha un contratto a tempo indeterminato sa che difficilmente potrà approdarvi. In molte aziende e luoghi di lavoro dipendenti divisi dall’età e dunque da diverse forme contrattuali svolgono mansioni sostanzialmente identiche, ma con sensibili disparità di retribuzione e di diritti. Lavorano fianco a fianco divisi da barriere invisibili eppure altissime. E il sindacato oggi sembra stare da un lato solo di quelle barriere.
Il gioco al ribasso sui diritti e sulle tutele dei lavoratori è un rischio certamente da evitare, ma da evitare sono anche rigidità che non consentono alcun cambiamento. La sindrome del no - alle riforme del mercato del lavoro così come alla spending review - rischia di bloccare una spinta innovativa senza peraltro garantire un dividendo in termini di consensi a chi pronuncia sempre quel no.