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 2014  marzo 28 Venerdì calendario

Lo scambio tra Difesa ed Economia Gianni Riotta Se vi è ormai nota la percentuale del «3%» di Maastricht, camicia di forza che il premier Matteo Renzi prova ad allentare, imparatene una nuova, il «2% Nato»

Lo scambio tra Difesa ed Economia Gianni Riotta Se vi è ormai nota la percentuale del «3%» di Maastricht, camicia di forza che il premier Matteo Renzi prova ad allentare, imparatene una nuova, il «2% Nato». È la percentuale di Prodotto Interno Lordo dei Paesi dell’Alleanza Atlantica che i patti prevedono venga destinata alle spese militari. Gli americani fanno i generosi, con il 4,1% del Pil, gli europei i taccagni, in media solo l’1,6% Pil alla Difesa. La missione europea del presidente Barack Obama, nel mezzo della crisi ucraina seguita all’annessione della Crimea da parte di Vladimir Vladimirovich Putin, si condensa giusto nel brand «2%». Finite le cerimonie, i picchetti in alta uniforme, i palazzi scintillanti del Vecchio Continente, Obama ha detto in soldoni: «Fratelli, Putin è alle porte. Nessuna sa quando colpirà di nuovo dopo Cecenia, Georgia e Ucraina, forse tra Moldova e Transnistria dove ha già milizie. Se si muoverà, la Nato dovrà esser pronta e noi americani non possiamo pagare da soli». Il presidente Obama resta popolare in Europa, malgrado le incertezze su Siria, Iraq e Afghanistan e la prudenza nel riformare la raccolta dei metadati Nsa dopo le rivelazioni dell’ex agente Snowden ne abbiano appannato l’aureola. Ma l’offensiva di Putin costringe Casa Bianca e Unione Europea a ripensare il vecchio matrimonio senza amore. Obama non può solo dedicarsi al «pivot» verso la Cina, anche se nella sua prossima missione in Asia, in aprile, parlerà meno di Nato e più di frizioni Pechino-Giappone. Gli europei non possono più fingere di vivere nel 1962, con i Beatles, le minigonne a Carnaby Street, Kennedy a proteggere l’Occidente a Cuba. Chi fosse pessimista sul viaggio di Obama in Italia, rilegga però le cronache dopo la visita del presidente Richard Nixon a Roma, 27 febbraio 1969. Lo storico Guido Panvini ricostruisce quei giorni terribili, i militanti neofascisti e del Msi che ricordano la morte dello studente cecoslovacco Jan Palach e scrivono sui muri «W la visita di Nixon», (oggi molti dei loro eredi flirtano con Putin), mentre un corteo rivale di migliaia di giovani marcia verso l’Ambasciata Usa in via Veneto, con alla testa parlamentari del Partito Comunista e dello Psiup e striscioni contro «Nixon Boia», la «X» deformata in svastica. Scontri con la polizia, cariche, poi all’università lo studente anarchico pugliese Domenico Congedo cade da un cornicione e muore a 24 anni. Le proteste persuadono Nixon ad annullare la conferenza stampa a Roma. I distinguo di oggi scompaiono davanti alla violenza dei giorni di Guerra Fredda 1969: Obama definisce ora il presidente Napolitano «un amico», «uno statista», confidando di contar su di lui per la stabilità in Europa e in Italia. Altrettanto caloroso l’«endorsement», il sostegno che Obama offre a Renzi, lodandone «energia, ambizione, visione» e se in Italia «ambizione» è parolaccia, in America è virtù cardinale. Obama sa che l’Italia, con Austria e Cipro, è il Paese più cauto davanti alle sanzioni contro Putin, per l’interscambio economico che lega Roma a Mosca. Non chiede a Renzi di diventar falco come svedesi o come il ministro Sikorski in Polonia (nei discorsi da sindaco di Firenze, però, Renzi è molto «atlantico», rispetto a tanti nella sinistra). Gli chiede di restar fedele al ruolo italiano nella Nato, alleato fedele che conta poi su una mano di Washington nei giochi delle cancellerie europee, vedi entusiasmo per l’Expo 2015 di Sala. Obama mette le due cifre sul tavolo: se Renzi lavora al 2% sulla Difesa (senza obblighi sugli aerei F35 ma senza smobilitare le Forze Armate), lui lo copre con la Merkel sul 3% Maastricht. Può non bastare all’austera Cancelliera, ma meglio di niente. La Nato, Obama non ne fa mistero quando i reporter queruli si allontanano, non è in forma. Mentre Nixon e i parlamentari del Pci si fronteggiavano a Roma 1969, gli americani avevano in Europa 400.000 soldati. Oggi 67.000. Allora erano pronti al decollo 800 aerei militari Usa, adesso ne son rimasti 172, comprese 12 innocue cisterne volanti e 30 aerei cargo. La Marina aveva 40.000 uomini in Europa, per una flotta guidata da maestose portaerei. Sono rimasti in 7000 e non ci sono più portaerei a stelle e strisce di stanza nel Mediterraneo. Gli alleati han fatto di peggio, Londra ha sotto le armi 82.000 uomini, meno, osserva il New York Times citando l’ex capo di Stato Maggiore Dannatt, di quanti ne avesse Lord Wellington ai tempi della battaglia di Waterloo, 1815. Parigi taglia la Difesa a ogni finanziaria. La scommessa euro-americana su pace e status quo è dunque travolta dall’impeto di Putin, lamenta in un amaro editoriale l’ex ambasciatore Usa a Mosca McFaul http://goo.gl/uM00a6 . Ma, nota il professor Schindler del War College della Marina, il mea culpa di McFaul suscita a Mosca l’orgogliosa reazione di Vyacheslav Nikonov, sul giornale del Cremlino Rossiyskaya Gazeta: «La Russia ha vinto – scrive Nikonov - perché l’America è odiata, l’Europa dipende da noi, i Paesi emergenti detestano Washington, Cina e India ci sono amici e noi russi agiamo sul serio, gli americani no. La genealogia rende l’articolo (in versione russa http://goo.gl/EB6A3e) ancor più sprezzante, Nikonov è il nipote del ministro stalinista Molotov, autore del patto con il nazista Ribbentrop. Il dilemma strategico per americani ed europei resta oscuro, il Pentagono esclude ogni pressione militare su Mosca per l’Ucraina ma le sanzioni non funzioneranno subito, «Ogni ragazzo moscovita perbene – scrive Nikonov - ambisce a stare nella lista nera della Casa Bianca». La prossima mossa Usa-Ue andrà dunque ben ponderata. Oggi per Obama, la difficile tappa in Arabia Saudita, alleata dal 1933 con le prime trivellazioni Aramco, che contesta gli stop and go in Siria, Iran, Medio Oriente. Quanto al colloquio con il Papa, un osservatore attento dice «Obama ha apprezzato il Santo Padre, il Vaticano è più cauto. Obama parla di povertà nel mondo, il Segretario di Stato Parolin critica la riforma sanitaria e la politica familiare dei democratici». Ieri Obama ha chiuso la missione a Roma al Colosseo con il ministro Franceschini, senza blindarsi come Nixon 1969. Ma se Usa e Ue non vogliono dar ragione al nipotino di Molotov «la Russia ha vinto!», il lavoro davanti resta lungo, i sacrifici ardui, non come i comunicati al giulebbe. Twitter@riotta