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 2014  marzo 28 Venerdì calendario

MA QUALE GAS AMERICANO: CE LO SIAMO GIÀ GIOCATO


Unire dollari e ideali è la specialità degli Stati Uniti. Il Nobel per Pace Barack Obama non fa eccezione: l’offerta del presidente americano di mettere a disposizione del Vecchio continente lo shale gas rientra in questa tradizione.
Al Dipartimento di Stato la crescente dipendenza europea dal gas russo di Gazprom era vista da anni come una minaccia alla stabilità dell’Alleanza atlantica. Washington ha provato a contrastare la “politica del tubo” russa contrapponendo una “politica del tubo” marchiata Unione europea e sponsorizzata dagli States: ma il progetto del gasdotto Nabucco, che prevede di far arrivare nelle nostre case il metano di Turkmenistan e Paesi vicini senza coinvolgere la Russia, liberando così l’Europa dal condizionamento politico di Mosca, ha arrancato. Assai più spedito (anche grazie al contributo italiano) ha marciato sinora il gasdotto rivale, South Stream, voluto da Mosca e nel quale l’Eni svolge un ruolo importante. Rispetto al rivale, South Stream è in fase più avanzata e vanta maggiori certezze sull’approvvigionamento. Difficilmente ci sarà domanda per il gas di ambedue le infrastrutture e la vittoria di South Stream sulla pelle di Nabucco significherebbe l’aumento della dipendenza europea dal gas russo, che già oggi compra da Mosca il 24% del gas che brucia ogni giorno.
L’aggressione russa alla Crimea ha rappresentato l’opportunità che a Washington aspettavano da tempo per provare a ribaltare il tavolo della geopolitica (e, già che c’erano, ad allargare il business delle corporation americane). Gli Stati Uniti, che nel 2007 importavano il 16% del proprio fabbisogno di metano, si avviano rapidamente a diventare esportatori netti, e il merito è tutto dello shale gas, il gas di scisto estratto con nuove tecnologie dalla frantumazione delle rocce. Da qui, l’offerta di Obama ai leader Ue: lo shale gas «è disponibile per le esportazioni in Europa».
Se non altro per diversificare le fonti di approvvigionamento, accettare sarebbe nell’interesse del Vecchio Continente, e soprattutto dell’Italia, che essendo priva di energia nucleare è più dipendente dal gas rispetto agli altri. Il problema è che non si può fare. Di certo non in tempi brevi, tantomeno quelli previsti dalle sanzioni che Obama vuole varare contro Mosca per isolarla politicamente ed economicamente. Tra qualche lustro, forse. Più realisticamente, mai.
L’unico modo con il quale lo shale gas americano può essere esportato dalle nostre parti, infatti, consiste nel trasformarlo in Gnl, cioè gas naturale liquefatto, caricarlo su navi metaniere e trasportarlo sulle coste europee, dove deve essere ritrasformato in metano, quindi immesso nei gasdotti e distribuito. Servono, cioè, impianti di liquefazione sulle coste statunitensi, navi metaniere per il trasporto del Gnl e rigassificatori sulle coste europee. Di questi tre ingredienti, gli unici di facile reperibilità sono le seconde. Al momento gli Stati Uniti hanno operativo uno solo impianto di liquefazione e imbarco, in Alaska. Altri cinque sono progettati o in costruzione: per vederli in funzione ci vorrà qualche anno anno. Soprattutto, latitano i rigassificatori. E qui la colpa è soprattutto nostra.
Dal punto di vista geografico, l’Italia sarebbe l’hub perfetto per raccogliere il Gnl americano e spedirlo verso l’Europa centrale. Ma sulle coste dello Stivale figurano appena tre terminali di rigassificazione, dei quali solo due realmente operativi: quello di Rovigo, che fa capo ad Edison, dal quale nel 2012 sono passati 6,2 miliardi di metri cubi di gas, pari al 9,2% delle importazioni italiane, e quello di Panigaglia (gruppo Eni), che ha accolto l’1,7% del gas entrato in Italia. Il terzo rigassificatore è quello al largo di Livorno (joint venture tra il gruppo tedesco E.on e Iren, multiutility controllata dalle municipalizzate del Centro-Nord). È entrato in funzione lo scorso dicembre, ma al momento è tristemente privo di lavoro, perché a causa della crisi economica e della (temporanea) mancanza di autorizzazioni a ricevere metaniere di capacità superiore ai 138mila metri cubi, non ha ancora siglato alcun contratto di fornitura. A pieno regime avrebbe una capacità teorica di 3,75 miliardi di metri cubi l’anno, pari al 5% del fabbisogno nazionale di gas.
Il resto dei rigassificatori italiani esiste solo sulla carta. Anzi, esisteva. L’elenco dello «Stato dei progetti per nuovi terminali Gnl» stilato dal ministero dello Sviluppo Economico è un’interminabile sfilata di occasioni perdute. Undici progetti, per nessuno dei quali è prevista la data di inizio esercizio. Per molti di essi, in compenso, c’è già la certezza che non entreranno mai in funzione. Il progetto del rigassificatore di Taranto è stato archiviato dal ministero dell’Ambiente nel settembre del 2012. Il progetto per la costruzione del rigassificatore di Porto Recanati è stato sospeso, ormai da anni, da Gas de France-Suez. Quello per il rigassificatore della Rada di Augusta, in provincia di Siracusa, è stato abbandonato. Per il rigassificatore di Zaule (Trieste) si va verso il ritiro della concessione. E a novembre è stato ufficializzato il recesso di British Gas dalla costruzione del rigassificatore di Brindisi: fuga dovuta alle interminabili litanie e agli stop subiti dal gruppo inglese in un calvario politico e burocratico lungo più di dieci anni. Gli altri impianti, quale più quale meno, sono tutti sub judice. Costruire un rigassificatore in Italia è facile come impiantare una centrale nucleare. Il risultato è che oggi l’89% del gas importato dall’Italia arriva via tubo.
Adesso spunta Obama con la sua proposta di sostituire il metano russo con quello americano. Nel caso dell’Italia, vorrebbe dire rinunciare a quei 23,9 miliardi di metri cubi di gas l’anno, pari al 35,2% del nostro fabbisogno, che Mosca ci spedisce attraverso il gasdotto che passa per il Tarvisio. Per rimpiazzarli con lo shale gas a stelle e strisce occorrerebbe avere in funzione tre nuovi rigassificatori con una capacità annuale di 8 miliardi di metri cubi. Cioè la massima possibile, pari a quella dell’impianto di Rovigo. Ovviamente servirebbero entro breve tempo, perché la Russia va punita adesso, non tra dieci anni. Qualcuno ci crede?