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 2014  marzo 24 Lunedì calendario

DAL NOSTRO CORRISPONDENTE

NEW YORK
Il libero scambio significa occupazione, porterà più posti di lavoro agli americani, e saranno impieghi ben remunerati ». Parola di Bill Clinton. Era l’inizio del 1994. Il presidente degli Stati Uniti firmava vent’anni fa un trattato che fu l’atto di nascita della globalizzazione. Era l’avvio di un processo “rivoluzionario”, che ha dato nuove regole all’economia mondiale, ha segnato il destino di interi popoli, ha sconvolto gerarchie secolari. Nel 1994 Clinton stava firmando il North American Free Trade Agreement (Nafta) quando dichiarò con fiducia e orgoglio l’avvento di un’era di prosperità per gli
americani. Oggi il bilancio della globalizzazione, almeno nei paesi occidentali di vecchia industrializzazione, è a dir poco controverso, oscilla tra ambivalente e catastrofico. Per i suoi effetti sull’occupazione, sui redditi da lavoro, sulla giustizia sociale, sull’ambiente, è considerata più spesso una calamità che una manna. Al compimento dei suoi vent’anni “questa” globalizzazione si scopre orfana: non si organizzano celebrazioni, nessuno ne rivendica la paternità. E se Bill Clinton ha a cuore le chance di sua moglie Hillary di conquistare la Casa Bianca nel
2016, la incoraggerà a schierarsi con quell’ampio fronte di forze (sindacati in testa) che chiedono limiti, vincoli e tutele “contro” la globalizzazione.
Il Nafta non è tutto, ma è una parte importante di questa storia. Quel trattato firmato con convinzione ed entusiasmo da Clinton (dopo che era stato negoziato dall’Amministrazione
repubblicana di George Bush padre), faceva cadere gran parte delle barriere agli scambi in tutto il Nordamerica. Canada, Stati Uniti e Messico diventavano un mercato unico, all’interno del quale i prodotti e i capitali circolavano liberamente (meno le persone: dal Messico verso gli Stati Uniti i flussi migratori hanno continuato a subire restrizioni). In parallelo un esperimento analogo di libero scambio stava avvenendo in quegli anni in Europa: la costruzione del mercato unico europeo, ispirato dalla stessa filosofia e da un identico ottimismo sui benefici dell’apertura delle frontiere. E tuttavia il Nafta è considerato perfino più importante, per diverse ragioni. Anzitutto le dimensioni di quell’esperimento. Messi insieme, Usa Canada e Messico rappresentano il più ricco mercato
del pianeta. Oggi la loro popolazione aggregata si avvicina al mezzo miliardo, i loro Pil addizionati sfiorano i 20.000 miliardi di dollari, il reddito pro capite punta verso i 40.000 dollari annui.
Inoltre il mercato unico europeo, pur essendo stato disegnato prima (1992), andava al traino ideologico dell’America: dal premio Nobel dell’economia Milton Friedman, al presidente
repubblicano Ronald Reagan, gli Stati Uniti erano stati la base della riscossa neoliberista che avrebbe conquistato il mondo. L’America andò più avanti di tutti gli altri, privatizzando a oltranza,
ricacciando indietro il ruolo dello Stato, tagliando il Welfare (anche sotto Clinton). Infine con il Nafta gli Stati Uniti fecero le prove generali dell’esperimento successivo, ancora più vasto: la
creazione del World Trade Organization (Wto), e la cooptazione della Cina nella nuova architettura degli scambi mondiali. Nel primo capitolo di questa storia c’era il Messico al posto della Cina. Su scala più piccola, ma comunque significativa, è verso il Messico che iniziarono le delocalizzazioni. Moltre imprese, non soltanto americane ma anche giapponesi o sudcoreane che producevano per il mercato Usa, andarono a insediare le nuove fabbriche subito a ridosso del confine messicano. Si chiamarono “maquiladoras”, erano l’embrione di quel che sarebbe accaduto con la Cina e altre nazioni emergenti. In Messico le multinazionali americane e giapponesi andavano a cercare manodopera a basso costo, sindacati deboli, poche regole a tutela dell’ambiente, modesta
pressione fiscale. Ancora oggi il bilancio di quell’operazione spacca in due gli osservatori americani. Da una parte la U.S. Chamber of Commerce (una sorta di Confindustria) esalta i benefici del Nafta sottolineando che «l’interscambio Usa-Messico è balzato da 337 miliardi a quasi 1.500 miliardi di dollari». Sul fronte opposto la confederazione sindacale Afl-Cio, denuncia che «settecentomila posti di lavoro americani sono stati trasferiti in Messico». Altre controversie riguardano l’impatto ecologico: fin dall’inizio una organizzazione ambientalista californiana, il Sierra Club, denunciò l’invasione di Tir messicani sulle autostrade a Nord di San Diego, con un degrado dell’inquinamento. Oggi paradossalmente è dal Nord che viene la minaccia, il Canada vuole inondare gli Stati Uniti di idrocarburi con il maxioleodotto XL Keystone.
Fin da principio il pericolo più grave fu individuato nella condizione dei lavoratori. Cinque anni dopo il Nafta, i sindacati riuniti
nell’Afl-Cio si unirono ai verdi, ai terzomondisti, agli anarchici e ai blac-block nella “battaglia di Seattle” il 30 novembre 1999, quando quarantamila manifestanti assediarono il summit del Wto. Ma il pensiero unico neoliberista era ancora egemonico nell’establishment e nei governi, anche di sinistra. A riprova di quali fossero le aspettative sugli effetti della globalizzazione, in quella fine millennio un dibattito sorprendente divampava ai vertici del partito comunista cinese: l’ala sinistra era convinta che fosse un errore aderire al Wto, paventava la colonizzazione della Cina da parte del capitalismo occidentale.
Un inizio di ripensamento ai vertici, si è avuto con la crisi del 2009. In quell’anno Barack Obama, appena insediatosi alla Casa Bianca, vara la maxi-manovra antirecessiva (800 miliardi di spesa pubblica) intitolata American Recovery and Reinvestment Act, e vi inserisce la Buy American Provision. È una clausola protezionista, “compra americano”: indica che ogni dollaro di quella manovra va usato per appalti a imprese Usa, per comprare made in Usa. Non a caso scattano subito i ricorsi dei partner, il governo canadese denuncia una violazione del Nafta. Ma è il segnale di un cambio di atmosfera.
Vent’anni dopo, la globalizzazione è sotto accusa anche nei “templi” che ne avevano celebrato la religione. Basta aprire il sito del Wto per trovarvi un lungo e approfondito studio dal titolo “Delocalizzazioni, occupazione: come rendere la globalizzazione socialmente sostenibile?”. Il Fondo monetario internazionale, a lungo identificato con l’ortodossia liberista del “Washington consensus”, nel suo sito ospita una lunga ricerca su questo tema: “La globalizzazione abbassa i salari e trasferisce all’estero i posti di lavoro?”. Qualcosa sta cambiando anche nelle tendenze dell’economia reale. A una recente convention della multinazionale danese Maersk, la più grande compagnia marittima mondiale e il leader nel trasporto di container, sono state proiettate analisi che dimostrano come il traffico merci internazionale «rallenta»
rispetto alla crescita mondiale.
Il premio Nobel Joseph Stiglitz (nell’analisi che qui pubblichiamo) invita Obama a non affrettare i tempi dei nuovi trattati di libero scambio. Ce ne sono due in gestazione, uno tra gli Usa e le economie del Pacifico, l’altro tra gli Usa e l’Unione europea che verrà evocato da oggi negli incontri di Obama all’Aia (G7), a Bruxelles (Ue e Nato), a Roma. Un altro premio Nobel, Paul Krugman, fu uno dei primi teorici della globalizzazione ma oggi non esita a dichiarare che «è stata governata malissimo». Una tesi mette in diretta correlazione la stagnazione dei redditi da lavoro, e la concorrenza dei paesi senza sindacato come la Cina. Analisi più sofisticate indicano che la globalizzazione è una concausa, insieme con il progresso tecnologico che ha ridotto l’uso della forza lavoro soprattutto nelle mansioni
meno qualificate. Tutto questo però non basta a spiegare la dilatazione delle diseguaglianze. Gli stipendi dei chief executive dovrebbero essere sottoposti alle stesse pressioni al ribasso: oggi la Silicon Valley californiana pullula di giovani manager venuti dall’India. Invece le paghe dei top manager sono schizzate verso l’alto mentre gli stipendi del ceto medio hanno perso quota ovunque. La globalizzazione, nelle analisi più raffinate di Daron Acemoglu, James Robinson e Chrystia Freeland, è stata usata dalle elite per costruire una “società estrattiva”: con una mobilità sociale bloccata, un potere politico influenzato dalle lobby, normative fiscali che accentuano le diseguaglianze garantendo l’elusione alle rendite finanziarie. Il bilancio che ne fa Stiglitz è confermato dal Census Bureau federale: «Un lavoratore maschio adulto in America oggi guadagna
meno di 40 anni fa».

ARTICOLO DI JOSEPH STIGLITZ
Il libero commercio è stato un principio cardine dell’economia nei primi anni di questa disciplina. Sì, vincitori e perdenti esistono, diceva la teoria, ma i vincitori possono sempre risarcire i perdenti, così che il libero commercio (o perfino un commercio più libero) sia una soluzione vantaggiosa per tutti. Questa conclusione, purtroppo, si basa su numerosi presupposti, molti dei quali sono semplicemente sbagliati. Teorie più vecchie, per esempio, ignoravano il rischio e presumevano che i lavoratori potessero passare senza problemi da un posto di lavoro all’altro. Si presumeva anche che l’economia fosse alla piena occupazione, così che i lavoratori spostati dalla globalizzazione si sarebbero rapidamente mossi da settori a bassa produttività a settori a più alta produttività. Quando però c’è un alto livello di disoccupazione, e a maggior ragione quando una consistente percentuale di disoccupati è rimasta priva di lavoro a lungo (come accade adesso), una simile compiacenza non ci può essere. Oggi sono venti milioni gli americani che vorrebbero trovare un posto a tempo pieno ma non ci riescono. In milioni hanno smesso di cercarlo. Di conseguenza, c’è un rischio concreto che il personale spostato in un settore protetto da un posto di lavoro a bassa produttività di fatto finisca coll’entrare nelle lunghe file dei disoccupati a produttività zero.
Questo fenomeno nuoce perfino a chi riesce a mantenere il proprio posto di lavoro, dato che la maggiore disoccupazione aumenta al ribasso la pressione sui salari. Possiamo anche metterci a discutere sul motivo per il quale la nostra economia non è performante come si crede che debba essere — se ciò dipende da una mancanza di domanda aggregata o se avviene perché le nostre banche, più interessate alla speculazione e alla manipolazione dei mercati che al prestito, non stanno garantendo gli adeguati finanziamenti alle piccole e medie imprese. A prescindere dalle cause, però, la realtà è che questi accordi commerciali rischiano di aumentare la disoccupazione.
Una delle cause per le quali siamo in questa brutta situazione è che abbiamo gestito male la globalizzazione. Le nostre politiche economiche incoraggiano l’esternalizzazione, l’outsourcing dei posti di lavoro, e le merci prodotte all’estero con manodopera a basso costo possono essere riportate con poca spesa negli Stati Uniti. Così, i lavoratori americani capiscono di dover competere con quelli all’estero, e il loro potere contrattuale è indebolito. Per questo motivo fondamentale il reddito medio reale dei lavoratori di sesso maschile con un posto di lavoro a tempo pieno è inferiore rispetto a quello di 40 anni fa.
La politica americana odierna aggrava questi problemi. Anche nella migliore delle ipotesi, la vecchia teoria del libero commercio diceva soltanto che i vincitori avrebbero potuto risarcire i perdenti, non che l’avrebbero fatto. E così è stato: non l’hanno fatto. Anzi, hanno fatto il contrario. I sostenitori degli accordi commerciali spesso affermano che per far diventare competitiva l’America non si dovranno tagliare soltanto i salari, ma anche le tasse e le spese pubbliche, soprattutto quelle relative a programmi che vanno a sostegno dei normali cittadini. Dovremmo accettare di
soffrire a breve termine, dicono, affinché sul lungo periodo ne traggano beneficio tutti. Ma, come disse una volta John Maynard Keynes in altro contesto, «nel lungo periodo saremo tutti morti». In questo caso, ci sono poche prove dalle quali evincere che gli accordi commerciali porteranno a una crescita più rapida o più profonda. I critici del Partenariato trans-pacifico (Tpp, Trans-Pacific Partnership, Trattato di libero scambio con 11 nazioni del Pacifico intorno alla Cina,
NdT)
abbondano perché sia l’iter sia la teoria sulla quale esso si basa sono un fiasco. L’opposizione al Tpp è fiorita non soltanto negli Stati Uniti, ma anche in Asia, dove i colloqui si sono arenati.
Mettendosi alla guida di una protesta a tutto campo contro l’ente responsabile del Tpp, Harry Reid, leader della maggioranza del Senato, sembra averci dato una piccola tregua. Sembra anche che a vincere questa scaramuccia siano stati coloro che pensano che gli accordi commerciali arricchiscano le multinazionali a spese del 99 per cento. Di fatto, invece, è in corso una guerra molto più estesa per garantire che le politiche commerciali — e la globalizzazione più in generale — siano strutturate in modo tale da migliorare gli standard di vita della maggior parte degli americani. L’esito di questa guerra è tuttora incerto. Più volte ho ribadito due punti: il primo è che l’alto livello di disuguaglianza presente oggi negli Stati Uniti (e il suo enorme aumento negli ultimi trent’anni) è il risultato cumulativo di tutta una serie di politiche, programmi e leggi. Tenuto conto che il presidente stesso ha sottolineato che la disuguaglianza è la priorità numero uno del paese, ogni nuova politica, ogni nuovo programma, ogni nuova legge dovrebbe essere valutata dal punto di vista del suo effettivo influsso sulla disuguaglianza. Accordi come quello del Tpp hanno contribuito in modo sostanziale a questa disuguaglianza. Le multinazionali potrebbero trarne beneficio, ed è addirittura possibile, per quanto non garantito, che migliori anche il prodotto interno lordo così come è misurato per prassi. È assai probabile, però, che il benessere dei normali cittadini subirà un duro colpo. E questo mi porta al secondo punto, che ho più volte sottolineato: l’economia con effetto a cascata è una leggenda. Arricchire le multinazionali — come farebbe il Tpp — non necessariamente aiuterà chi si trova a metà della piramide economica, e tanto meno quelli più in basso.
(Traduzione di Anna Bissanti) © 2014, The New York Times