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 2014  febbraio 23 Domenica calendario

SPALLETTI METTE IL MONDO IN UN CONO


Un’occasione forse unica. Un modello cui ci si potrebbe richiamare in futuro. Anche per reagire alla drammatica crisi che sta colpendo la maggior parte dei musei d’arte contemporanea italiani, tre importanti istituzioni pubbliche hanno deciso di ritrovarsi insieme intorno a un unico progetto espositivo. Un esperimento analogo era stato già tentato nel 2010 con le mostre itineranti sull’Arte povera e sulla Transavanguardia, tenutesi in diverse sedi (a distanza di qualche mese). Riprendendo esperienze già sperimentare a livello internazionale, un museo nazionale (il Maxxi di Roma), uno comunale (la Gam di Torino) e uno regionale (il Madre di Napoli) hanno deciso di collaborare, di «fare sistema».

La loro sfida è stata quella di pensare un’antologica dedicata a Ettore Spalletti, intitolata Un giorno così bianco, così bianco , disseminata tra il nord (Torino), il centro (Roma) e il sud (Napoli), suddivisa in tre capitoli autonomi, ma fortemente connessi tra di loro (il catalogo, anch’esso unico, è edito da Electa). Il 13 marzo (fino al 14 settembre) al Maxxi — a cura di Anna Mattirolo — sarà inaugurato il primo appuntamento: Spalletti, il quale ha deciso di riscrivere parti dell’edificio di Zaha Hadid, suggerendo un’esperienza visiva avvolgente, segnata da improvvise apparizioni. Dal 27 marzo (al 15 giugno) alla Gam — a cura di Danilo Eccher — si terrà la ricostruzione dell’atelier dell’artista, concepito come rifugio intimo, cripta di pensieri e di meditazioni, spazio dove maturano ipotesi e strategie: una sorta di museo privato. Infine, dal 13 aprile (al 18 agosto) il Madre — a cura di Andrea Viliani e Alessandro Rabottini — presenta un’antologica che ripercorre l’intero itinerario di Spalletti, dagli esordi (negli anni Sessanta) agli esiti più recenti del suo lavoro: un itinerario che, lungi dall’assecondare un andamento cronologico, mira a indugiare sui temi forti della ricerca di questa personalità.
Dunque, Spalletti. Ovvero, uno tra i maggiori solitari dell’arte italiana del nostro tempo, già presente in varie edizioni della Documenta di Kassel (1982 e 1993) e della Biennale di Venezia (1997). Una figura difficile da iscrivere in gruppi e in tendenze, cui sono state dedicate personali in musei prestigiosi, come il Musée d’Art Moderne de la Ville di Parigi (1991), l’Ivam di Valencia (1992), il Musée d’Art Contemporain di Lione (1996), il Musée di Strasburgo e il Museo di Capodimonte di Napoli (1999), la Fundacion La Caixa di Madrid ( 2000), l’Henry Moore Institute di Leeds (2005), l’Accademia di Francia di Roma (2006), la Galleria nazionale d’arte moderna di Roma (2010).
Poverista? Concettuale? No, piuttosto siamo dinanzi a una tra le poche voci più autenticamente religiose della nostra epoca. Una sorta di monaco del XX secolo, del tutto distante dai riti e dalle strategie del mainstream , indifferente nei confronti dell’idea dell’arte come provocazione e come scandalo, impegnato esclusivamente in esercizi compositivi lenti, in gesti cauti, in meditazioni lambite da pause, da esitazioni, da dubbi. Spalletti non lascia mai nulla al caso, né si affida a produzioni «meccaniche». Agisce come un aristocratico artigiano che attribuisce una centralità assoluta alla pratica artigianale: il fare con le proprie mani è il principio cui si è sempre attenuto. Segue procedure esecutive antiche. Calcola ogni momento, ogni linea, ogni pigmento. In possesso di una notevole maestria nella modellazione di diversi materiali (alabastro, marmo, foglia d’oro, carta), plasma monumenti compatti, solenni, del tutto privi di rimandi e di allusioni.
In lui, vi è innanzitutto il desiderio di portarsi al di là di ogni tentazione descrittiva o rappresentativa. La sua ambizione consiste nel procedere senza fretta, riconducendo l’arte alla sua essenza, alla sua struttura. Iscrivendosi all’interno di quella che Filiberto Menna definì la «linea analitica dell’arte moderna», si propone di semplificare. Tende verso la purezza della forma. Insegue la pulizia, la perfezione, l’imperturbabilità. Attinge solo ad alcune «unità linguistiche» finite e costanti, prive di ogni abbandono letterario.
A guidarlo sembra essere il celebre invito di Cézanne, il quale volle ridurre il mondo a cono, cilindro e sfera. Sulle orme di Cézanne, Spalletti insegue «verità percettive» non temporanee, ma eterne. Sorretto dalla convinzione secondo cui la realtà non è liquida ma solida, ricorre esclusivamente ad alcune geometrie fondamentali. Compie un difficile viaggio verso i «primari», nel quale un ruolo decisivo è assegnato al colore. Che Spalletti utilizza oscillando tra slancio aniconico e segreti rinvii. Da un lato, predilige il monocromo; sceglie di disgiungersi da ogni «interferenza» esterna; elabora una sintassi governata dal rispetto di regole auree: la sua è «un’iconografia senza icone». Dall’altro lato, rifiuta i colori puri, mentre predilige quelli caldi, in grado di dischiudere varchi verso altre dimensioni. Le sue non sono tonalità «di superficie», ma «atmosferiche», a tratti consapevolmente «svenevoli» (Barilli). Alludono sempre a un transito. Ad esempio, l’azzurro, il rosa, il grigio. Che vengono esibiti non nella loro respingente impersonalità (tipica delle soluzioni del minimalismo). Sono scelti perché pronti a «ospitare» chi osserva: in essi ci sentiamo come immersi. Ci accolgono, ma chiedono anche di non essere toccati. Hanno una profonda qualità emozionale: evidenti le assonanze con le culture del Mediterraneo. Rarefatti, sembrano respirare: si muovono in maniera impercettibile. Sembrano evocare in noi le sfumature della nostalgia.

Inoltre, i colori, nelle sculture di Spalletti, non sono mai «pellicolari»: non ricoprono le cose, ma promanano dalle cose stesse. E, soprattutto, detengono una loro potenza plastica. E sembrano espandersi nei contesti: si diffondono negli ambienti in cui vengono collocati. Dotati di una precisa consistenza oggettuale, contribuiscono a definire la spazialità dell’opera. Si impongono con la loro monumentalità non anacronistica, ma fragile. Spalletti scolpisce autentici blocchi di colore. Che, in alcuni casi, si collegano tra di loro; si continuano; seguono un ritmo modulare, spesso interrotto da calcolate imperfezioni e inesattezze. Spesso, si impone un effetto complessivo di omogeneità incrinata.
«Il colore, come si sposta, occupa lo spazio e noi entriamo. Non v’è più la cornice che delimitava lo spazio. Togliendola, il colore assume e invade lo spazio. E quando questa cosa riesce, è miracolosa», ha affermato Spalletti, le cui opere sembrano rifugiarsi nei territori dell’ammutolimento. Vivono nel silenzio. Che si oppone al rumore, senza annullare il linguaggio. Ha la capacità di precedere, e di contenere, ogni cifra. È un attimo, che va posto sempre in relazione con qualcosa: deve avere confini. Sta in un intervallo prolungato. È esito radicale di un brusio, che diviene indistinto. È strumento per svelare verità che si manifestano attraverso un casto sillabario di linee, di punti, di cromie. L’esito finale: raffinati giardini di pietre, all’interno dei quali possiamo isolarci dalle voci di fuori. Tempi mistici. Un tentativo per dar vita — anche nel nostro tempo disincantato — a un’arte spirituale.