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 2014  febbraio 23 Domenica calendario

IL COLORE VIOLA DEL MANIERISMO


[Bill Viola]

Più di 80 opere di Pontormo e Rosso Fiorentino (tra cui 50 dipinti: ovvero, il 70 per cento della loro produzione), provenienti dai musei fiorentini, ma anche da Venezia, Napoli, Londra, Parigi, Washington, Vienna, Francoforte, Hannover; disegni, arazzi, incisioni; e tavole di Andrea del Sarto e Fra Bartolomeo che dei due massimi esponenti del Manierismo furono maestri: sono i numeri della mostra Pontormo e Rosso Fiorentino che si apre l’8 marzo a Palazzo Strozzi, a Firenze, a oltre mezzo secolo dalla mostra che nel 1956 la città toscana aveva dedicato a Pontormo e il primo manierismo fiorentino . Protagonisti, i due maggiori esponenti di quella che Vasari chiamava la «nuova maniera», artisti cioè che, liberatisi dall’obbligo di fedeltà all’osservazione della natura, creavano un universo figurativo popolato di immagini e colori fortemente antirealistici.
Nati entrambi nel 1494, l’anno della discesa in Italia di Carlo VIII re di Francia, i due pittori intraprendono percorsi divergenti: savonaroliano, il Rosso viaggerà molto senza mai lavorare per i Medici (morirà nel 1540, in Francia, dove era stato chiamato da Francesco I che gli aveva affidato la decorazione del castello di Fontainebleau); agnostico, benvoluto dai Medici ma abituato a vivere senza lussi, Pontormo muore nel 1557. Michelangelo è fin dall’inizio l’ispiratore del Rosso, Pontormo invece passa dallo studio di Leonardo alla scoperta di Dürer per approdare, nella maturità, a un recupero della lezione michelangiolesca.
Curata dal direttore degli Uffizi Antonio Natali e da Carlo Falciani, Pontormo e Rosso Fiorentino. Divergenti vie della «maniera » ha come manifesto e simbolo la Visitazione di Pontormo, conservata nella chiesa di San Michele di Carmignano. Dipinta, probabilmente, subito dopo la cappella Capponi di Santa Felicita a Firenze (la Deposizione , che insieme all’analoga opera di Rosso Fiorentino, custodita a Volterra, fu riprodotta da Pasolini nel suo film La ricotta ), la Visitazione , non citata da Vasari, deve la sua fortuna al Novecento che, di volta in volta, vede in quel quadro l’ispirazione dell’Espressionismo, della pittura metafisica, della Nuova Oggettività.
Nel 1995, la Visitazione di Carmignano viene rivisitata nel video di Bill Viola. Esposto alla Biennale d’arte di Venezia in quell’anno, The Greeting sarà ospitato a Palazzo Strozzi. E Bill Viola ha promesso che sarà a Firenze per l’inaugurazione.

La storia di un incontro
«La Visitazione di Pontormo è stata la prima opera d’arte antica che mi ha ispirato. E anche il primo set in cui abbiamo impiegato degli attori», racconta Bill Viola. «La Lettura» lo incontra a Firenze, nello studio del restauratore Daniele Rossi, davanti al quadro in corso di restauro e ripulitura. Viola e la moglie e collaboratrice Kira Perov non nascondono l’emozione di vedere da vicino e toccare quel capolavoro, che grazie al lavoro di Rossi svela inattesi colori. Per esempio l’azzurro luminoso del cielo, che invece finora appariva scuro e tempestoso. E anche le vesti delle quattro donne assumono nuova lucentezza.
Conosceva già quel dipinto, l’aveva visto negli anni passati a Firenze?
«No, in quegli anni pensavo solo ai video. Ero venuto a Firenze e lavoravo per lo studio di videoarte Art/Tapes/22 di Maria Gloria Bicocchi, diciotto mesi, fra il 1974 e il 1976. Ero giovane, tutto quello che era passato non mi riguardava. Il mio metro di giudizio era: se una cosa piace a tua madre, se per lei è comprensibile, allora è per definizione bad . I musei d’arte antica erano per me come ospedali tirati a lucido, fatti per conservare opere morte che interessavano solo vecchi studiosi. I pittori che mi piacevano erano Pollock, de Kooning, Rothko: arte astratta».
Certo, in quei due anni a Firenze era impossibile non imbattersi in testimonianze d’arte, in capolavori antichi.
«No, era veramente impossibile. Lo studio dove lavoravo era in via Ricasoli, fra il Duomo e il Museo dell’Accademia, quello in cui ci sono il David e I Prigioni di Michelangelo. Però il mio avvicinamento all’arte antica non è avvenuto nei musei, ma nelle chiese, dove c’è un gran viavai di gente, fedeli che accendono candele, bambini che scorrazzano, comitive di turisti molto rumorose. Come a Santa Croce, dove ci sono gli affreschi di Giotto; qui non è come nei musei, che il quadro te lo trovi davanti, all’altezza dei tuoi occhi: gli affreschi arrivano fino al soffitto, devi sforzarti per vedere qualcosa. È un ambiente vivo, le pareti rinviano l’eco delle voci, dei passi. Una volta, mi ricordo, feci un nastro audio con i rumori della chiesa».
E Pontormo?
«Ero entrato nella chiesa di Santa Felicita, subito dopo Ponte Vecchio, a vedere la Deposizione . Fui molto colpito dai colori. Uscendo mi domandai, sinceramente, che cos’avesse fumato il pittore per dipingere quei rosa, quegli azzurri incredibili. Sembrava avesse lavorato sotto l’effetto dell’Lsd. Ma la Visitazione no, non l’avevo vista. Del resto stava fuori Firenze, a Carmignano. Il mio incontro con quel quadro è avvenuto anni dopo, in California. Una storia buffa».
Che cosa successe?
«Ero andato in una libreria, cercavo un libro: non ricordo più quale. Mentre stavo uscendo vedo con la coda dell’occhio un volume appoggiato sul banco, un nuovo testo su Pontormo. Sulla copertina era riprodotta la Visitazione ; mi colpirono i colori. Di quel quadro non sapevo niente, ma non potevo smettere di guardarlo. Ho comprato il libro e l’ho portato a casa. Ma aspettai mesi prima di prenderlo in mano. Alla fine, apro il libro, lo leggo, resto affascinato dalle idee, dai colori di quel pittore. Nasce così l’idea di The Greeting : affittiamo uno studio a Los Angeles, cerchiamo tre attrici. Abbiamo usato una cinepresa speciale, 300 immagini al secondo, per dare l’effetto di slow motion , di tempo rallentato: così 45 secondi di girato vengono espansi fino a durare 10 minuti. All’epoca era qualcosa che non potevi fare con la videocamera. Era un film, che poi è stato riversato. Lo portai in prima mondiale alla Biennale di Venezia. Fu accolto subito con giudizi molto positivi».
Nel suo The Greeting noi vediamo il prima e il dopo del quadro di Pontormo: Maria ed Elisabetta che si avvicinano, si abbracciano, si parlano.
«La tecnica nuova, nata con il cinema, delle immagini in movimento permette questa continuità. In mancanza della quale i pittori antichi nei loro cicli di affreschi (o nei polittici) mettevano in sequenza i diversi momenti della vita del santo raffigurato, episodi temporalmente distanti. Con il cinema (e poi la videocamera) l’arte ha vissuto una rivoluzione altrettanto radicale di quella che ebbe luogo nel Quattrocento a Firenze: allora, con la prospettiva, si creò la rappresentazione a tre dimensioni. Occorreva studiare, disporre di conoscenze matematiche per padroneggiare la visione prospettica. Anche oggi scienza e tecnologia sono necessarie».
Ma che cosa significava, che cosa significa per lei ispirarsi a un quadro di un pittore rinascimentale?
«Non mi è mai interessato fare una riproduzione, la replica di un’opera d’arte così come si fanno le rievocazioni in costumi storici. Quello che mi importa davvero è cosa accade quando queste immagini entrano dentro di noi, ci vivono dentro, crescono, si trasformano in qualcosa d’altro. Guardo a lungo quelle immagini, lascio che penetrino, a volte faccio un disegno, ma non sempre, poi lo metto via, me ne dimentico. L’opera che realizzo, così, è qualcosa che nasce da quello che si è prodotto dentro di me, in un luogo che precede la parola, qualcosa che appartiene al mondo delle emozioni elementari di ogni essere umano. Quando mi misi a lavorare a The Greeting , mia madre era morta da poco, era nato il mio primo figlio, attraverso l’opera di quell’antico maestro mi aprivo al rapporto con le emozioni comuni a tutti, ai fatti fondamentali del vivere come la nascita e la morte».
Che non si tratti di copie fedeli, tableaux vivants, si vede già da The Greeting , dove per esempio le donne sono tre e non quattro, e i colori degli abiti non vogliono nemmeno lontanamente ricordare i colori di Pontormo.
«Mi interessava questo incontro fra due donne; una, Maria, giovane, in attesa di un figlio che, secondo il racconto dei Vangeli, non ha un padre. Sì, un angelo, una voce forse, le ha detto che sarà madre. Ma lei è turbata, impaurita, e nell’abbraccio con Elisabetta vuole trovare conforto, una spiegazione. Forse le due donne si dicono qualcosa. Qualche anno dopo, in Encounter , ho filmato un altro incontro: una ragazza e una donna più avanti negli anni. Camminano parallelamente su un terreno deserto, quando alla fine si incontrano, la donna anziana dà alla giovane una scatolina. Cosa c’è dentro? Non si sa. È un dono, e con quel dono in mano la ragazza torna indietro. E anche l’altra donna riprende il cammino».

L’acqua, la morte, la vita
Nelle scorse settimane Bill Viola ha donato alla Galleria degli autoritratti degli Uffizi il suo autoritratto. È il primo video che entra nel Corridoio vasariano. Camicia azzurra, pantaloni scuri, al collo un rosario buddista, l’artista è immerso nell’acqua con gli occhi chiusi, in un atteggiamento di assoluta quiete. Ha le braccia quasi conserte sul petto, mentre la camicia si increspa lentamente nel fluire dell’acqua. Ancora una volta l’acqua, come già in tanti altri video: Anthem del 1983, The Messenger , 1986, e finalmente Emergence , 2002, ispirato dalla Pietà di Masolino, l’affresco conservato a Empoli. Qui, il giovane nudo e bianchissimo si erge lentamente dal sepolcro da cui fuoriesce l’acqua. Singolare e bellissima opera, che rovescia il senso dell’originale (la Madonna e San Giovanni depongono Cristo nel sepolcro; qui invece emerge dal pozzo-sepolcro).
Ma perché c’è sempre l’acqua nelle sue opere?
«Per me l’acqua è la morte e la vita. È annegare e riemergere, passare da una forma di esistenza a un’altra. L’acqua è un elemento primordiale, ma non solo. È legato a un mio ricordo. Avevo sei anni, ero in vacanza con la mia famiglia vicino a un lago. Andavamo in barca, io all’improvviso scivolai e caddi giù. Mi ricordo che andavo sempre più in fondo, con gli occhi aperti. Ma non avevo paura. Sentivo che stavo passando da questa vita in un’altra vita. Ero tranquillo. Mio zio, che non mi vedeva più, si tuffò e mi venne a riprendere. Come fosse un angelo salvatore. Mi ricordo che quando mi fece uscire dall’acqua per respirare scoppiai in un pianto dirotto».