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 2014  febbraio 23 Domenica calendario

LA BIOGRAFIA DIMENTICATA E PROIBITA


Nel marzo 1946, i proprietari della Libreria Antiquaria Nironi & Prandi di Reggio Emilia segnalavano, ai cultori di studi dannunziani, un libro assai raro - «L’Arcangelo. Vita e miracoli di Gabriele d’Annunzio» - ritirato dal commercio a qualche ora dal suo ingresso nelle librerie del regno, nel marzo 1931. Il volume - opera di Federico Vittore Nardelli - era apparso a due mesi di distanza dalla biografia dannunziana "autorizzata" di Angelo Sodini edita da Arnoldo Mondadori. Gabriellino d’Annunzio - secondogenito del Vate - aveva segnalato l’ignobile libello all’illustre genitore; Benito Mussolini aveva impartito le necessarie disposizioni affinché ne venisse immediatamente impedita la vendita. Di lì a poco, Federico Nardelli - persuaso di poter fornire al poeta i chiarimenti che avrebbero consentito di ottenere la revoca del provvedimento - giungeva al Vittoriale. Al fedele Giovanni Rizzo, D’Annunzio affidava l’incarico di allontanare l’autore della biografia e le due donne che lo accompagnavano, ritenute dal Vate sue "complici": la giornalista romana Ester Danesi Traversari e sua figlia, Natalia Danesi Murray. A ricostruire i contenuti della biografia dannunziana e le vicissitudini del suo autore - costretto ad abbandonare precipitosamente l’Italia, all’indomani del provvedimento mussoliniano - è il volume di Sara Follacchio «L’Arcangelo. Vita e miracoli di Gabriele d’Annunzio. Storia di una biografia dimenticata», Ianieri Edizioni, 2013.
«L’opera ha il pregio - osserva Gianni Letta nella sua prefazione - di restituire un’epoca e i suoi protagonisti e, tra questi, Federico Vittore Nardelli, ingegnere e poeta, scienziato e letterato, organizzatore culturale e abile oratore, promotore di ideali spirituali e universali ed editore, aviatore e inventore di geniali interventi urbanistici». Nato ad Avezzano il 4 aprile 1891 - dunque abruzzese come il sommo poeta - l’autore della vituperata biografia aveva compiuto gli studi classici e universitari a Roma. Nel giugno 1915, dopo aver frequentato un corso libero universitario di pilotaggio, si era arruolato volontario. Nel Battaglione Aviatori Lamarmora aveva provveduto a collaudare personalmente, alla presenza dei piloti a cui sarebbero stati assegnati, i novanta apparecchi Farman su cui erano stati impiantati motori verticali fissi in sostituzione dei motori rotativi francesi. Nel 1920, lasciato il servizio attivo, aveva affidato amare riflessioni sul conflitto e sugli effetti ch’esso aveva prodotto sugli uomini al suo primo romanzo: Il mondo senza pace. Nel 1923, ispirandosi ai grandi romanzieri russi, aveva composto il racconto «Nicewò». Nel recensirlo, Guido da Verona aveva espresso il convincimento che la cerebralità inquieta e creativa dell’autore avrebbe presto prodotto l’opera d’arte che non si cancella. Nel 1927, aveva pubblicato il suo terzo romanzo - «La panarda» - descrivendovi il lungo pranzo tradizionale marsicano caratterizzato da trenta portate e da tre giorni di libagioni. Virgilio Brocchi ne aveva esaltato la maestria nell’arte dello scorcio e del chiaroscuro, osservando come le doti di dipintore e stilista risultassero perfino maggiori rispetto a quelle di romanziere. Nel 1930, aveva pubblicato la sua prima raccolta di poesie - «Europa» - che recava traccia del suo peregrinare nelle città simbolo di quel lungo Ottocento che con la grande guerra si era concluso. I versi descrivevano le cose morte e morenti della vecchia e gloriosa civiltà europea e la dura necessità dei tempi nuovi. Sulla copertina del libro, una croce si ergeva a simbolo di quel grande inno di morte che si levava dal lento disfarsi del vecchio mondo. Un anno dopo la pubblicazione dei suoi primi versi, Federico Nardelli dava alle stampe «L’Arcangelo». Lo scrittore russo André Levinson, nel recensirlo, notava in verità come non risultasse facile decifrare le intenzioni dell’autore e comprendere se si trattasse di un atto di devozione o di derisione, poiché il biografo - con tono, talvolta entusiastico e solenne, talvolta scabroso e cinico - con incredibile disinvoltura mescolava ciò che appariva degno di ammirazione e ciò che risultava odioso, aspetti sublimi e ridicoli, episodi eroici, descritti in termini prosaici, e indiscrezioni, frutto di uno sguardo capace di seguire il poeta fin nell’alcova. Era pur vero che Federico Nardelli non celava la propria ammirazione nei confronti dell’uomo e dell’artista ma ne celebrava il profilo nelle vesti che lo rendevano unico e inimitabile: quelle del geniale istrione, del sincero mistificatore, dell’appassionato illusionista, dell’ispirato mitomane.
«D’Annunzio non volle capire - osserva Gianni Letta - eppure il profilo del poeta racchiuso in quelle pagine era la cosa più somigliante all’originale mai prodotta sul Comandante, non era affatto un "ignobile libello" scandalistico da vietare, ma un D’Annunzio raccontato, anche nei suoi aspetti istrionici, da un D’Annunzio cristiano a lui paradossalmente devoto».
Molti anni dopo, Federico Nardelli avrebbe ricordato con immutato orgoglio e amarezza il ritiro fulmineo del libro dalle librerie, l’esortazione del presidente del Tribunale speciale Guido Cristini - suo conterraneo - ad allontanarsi dall’Italia, perché Mussolini non voleva fargli del male, la decisione di costruirsi un timbro a secco con su scritto "non c’è miseria senza colpa". Rifugiatosi a Parigi, accoltovi come colui ch’avea mandato in bestia Gabriele, aveva incontrato Luigi Pirandello e - in una povera stanza d’alberguccio di Montmartre - ne aveva scritto la biografia: «L’uomo segreto. Vita e croci di Luigi Pirandello». Nell’inviarla ad Arnoldo Mondadori, l’aveva accompagnata con una fotografia in cui appariva con il drammaturgo siciliano, affinché fosse manifesto il gradimento del biografato. L’uomo segreto aveva registrato un’accoglienza ben diversa, rispetto a quella destinata all’Arcangelo: tremila copie rapidamente esaurite nei tre mesi successivi alla pubblicazione e la riconoscenza di Luigi Pirandello per la sapiente delicatezza con cui Federico Nardelli aveva trattato la sua dolorosa umanità segreta. Nei primi mesi del ’34, dopo anni trascorsi tra Parigi e New York, Federico Nardelli era rientrato definitivamente in Italia: aveva composto con Fabrizio Sarazani una commedia "antipirandelliana" - Antitragica - e una seconda raccolta di versi. Nel corso e all’indomani del secondo conflitto mondiale, la maturazione di una visione cristiana della storia, il convincimento che l’esistenza di un ordine soprannaturale rendesse l’andamento delle cose umane non più imperscrutabile, lo avevano reso profeta e antesignano di un impegno pubblico che richiamasse l’attenzione di autorevoli esponenti del vaticano e del mondo politico italiano sull’imminente età del teologismo, del Regno di Cristo. A Pio XII - del quale seguiva e commentava con devota ammirazione discorsi e radiomessaggi - Nardelli affidava il compito di condurre gli uomini nella nuova era. Alla composizione di opere profetiche, affiancava così l’impegno all’interno di realtà associative culturali e politiche - l’Associazione per il progresso degli studi morali e religiosi, il Comitato internazionale per l’Unità e l’Universalità della Cultura, il Centro per la Storia delle Scienze, delle Tecniche e del Lavoro, Civiltà Italica, l’Unione Romana - la collaborazione, da oratore, alle iniziative promosse dalla Pontificia Commissione di Assistenza, quella da relatore nei convegni di Storiologia promossi dal principe Giovanni Ruspoli. Negli stessi anni, con uguale energia, Nardelli aveva modo di coniugare rigore e creatività in campo ingegneristico in qualità di esperto in elettrogeosmosi, con interventi con la corrente elettrica sugli speroni friabili delle colline di Civita di Bagnoregio, di Pian Castagnaio e del Viterbese, ad impedire che franassero. La personalità poliedrica e il multiforme ingegno di Federico Vittore Nardelli - come osservava l’amico Sandro Paparatti - lo rendevano all’anagrafe professionale, ingegnere esimio; alla cronaca civica progettatore e realizzatore di piani geniali per la urbanistica di Roma, per la circolazione, per la salvaguardia di città storiche che muoiono; alla informazione culturale autore di libri di poesia, di critica, di saggistica, di filosofia, di apologetica, di esegesi. Il 21 dicembre 1973, era L’Osservatore Romano ad annunciarne la scomparsa. Paparatti, un anno dopo, lo avrebbe commemorato nel corso della Messa degli Artisti, nella chiesa di Santa Maria di Montesano. Il fedele amico Dante Pariset ne avrebbe ricordato l’originale e complesso profilo in un opuscolo, «Vita opere e fatti di F.V. Nardelli». Nei successivi quaranta anni, dell’ingegnere umanista si sarebbe perduto il ricordo. Oggi, la storia della sua biografia dannunziana - «L’Arcangelo» - consente di sottrarre, al tempo stesso, Federico Vittore Nardelli all’oblìo e la donazione delle carte del suo Archivio privato, alla Biblioteca provinciale "Gabriele D’Annunzio" di Pescara, di indicare agli studiosi la straordinaria opportunità di continuare ad esplorarne il poliedrico profilo rinascimentale.