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 2013  dicembre 31 Martedì calendario

GALLI «TUTTI SANNO SEGNARE MA PARARE SOTTO IL SETTE…»


Mezzo secolo in porta, così abbiamo deciso di titolare la nostra inchiesta sul mondo dei numeri 1, anzi, sulla storia i numeri 1. In questo mezzo secolo, nessun altro ruolo ha subito la trasformazione come quello del portiere. Che prima parava a mani nude e ora deve giocare con i piedi, prima godeva di una specie di impunità e ora se sbaglia intervento di un centesimo di secondo prende il rigore e l’espulsione. Abbiamo intervistato 6 portieri in rappresentanza ciascuno del proprio decennio: Giuliano Sarti per gli anni ’60, Dino Zoff per i ’70, Giovanni Galli per gli ’80, Luca Marchegiani per i ’90, Gigi Buffon per il 2000, Francesco Bardi per questo decennio. E’ un percorso fatto di istinto e di studio, dalla “calza braga” rosa di Sarti ai palloni dalla traiettoria assurda dell’epoca di Buffon e Bardi. Su alcuni temi, i 6 numeri 1 hanno opinioni diverse, ma su un punto sono tutti d’accordo, da Sarti a suo nipote Bardi: per stare in porta devi avere la vocazione. Alla quarta puntata, gli anni ’80, arriva Giovanni Galli, il primo studioso del ruolo che ha interpretato. E’ stato il portiere della Fiorentina, del Milan, del Napoli e della Nazionale al Mondiale messicano, poi ha fatto il diesse della Fiorentina in C2, è opinionista a Mediaset e si è da poco diplomato a Coverciano come allenatore. Difficile trovare uno che abbia una visione del calcio così completa. Galli è d’accordo con Buffon: i portieri dovrebbero ribellarsi alla regola dell’espulsione per chiara occasione da gol.
Galli, perché ha fatto il portiere?
«La storia è simile a quella di tanti ragazzi, ma con una particolarità. Avevo 12 anni, giocavo centrocampista nella squadra della Pubblica Assistenza di Pisa, alla prima partita del campionato mancava il portiere e mio padre Mario mi disse: “Dai, vai tu in porta”. Giocai quella partita e anche quella dopo e parai benissimo. Due settimane dopo mi chiamarono, come portiere, nella rappresentativa pisana che doveva giocare il torneo delle 4 Repubbliche Marinare. Così sono rimasto inchiodato in porta».
La particolarità?
«Mio padre mi ha raccontato che quel giorno mi spinse in porta perché mi aveva visto giocare con i miei amici nelle partitine che iniziavano alle due del pomeriggio e finivano solo quando era buio. Negli ultimi minuti, quando il risultato era 35 a 34 per la mia squadra, andavo io in porta e non mi facevano mai gol. Insomma, l’aveva capito in anticipo».
Come dice Zoff, anche se un portiere non la percepisce subito, dentro ha una vocazione.
«È vero. Se mi dicessero “rifai tutta la carriera, con le stesse vittorie, giocando con le stesse squadre e scegliendo però il ruolo che vuoi tu”, io rifarei il portiere».
Qual è stato il primo gesto tecnico imparato?
«Come raccogliere la palla da terra. Avevo anche una dote naturale, o almeno questo mi disse Egisto Pandolfini (ex giocatore della Fiorentina e della Nazionale e poi storico scopritore di talenti dal 70 ai ’90, ndr): la visione di gioco».
Com’era il portiere ai suoi tempi?
«Era un autodidatta. Io ho avuto il mio primo preparatore, Nardino Costagliela, a 25 anni».
Era più istinto che studio.
«Ma anche adesso è così. Un portiere lo puoi migliorare, ma non costruire. Alla base deve esserci l’istinto. Io ho attraversato l’evoluzione del ruolo, dal portiere che raccoglieva la palla con le mani e la scambiava tre o quattro volte con il difensore al portiere che deve giocare bene anche con i piedi. E rispetto ai miei tempi, che comunque sono abbastanza recenti, c’è ancora qualcosa che mi infastidisce: non essere considerato come gli altri giocatori».
In cosa si nota?
«Esempio: non concepisco perché un portiere, durante l’allenamento, deve lavorare vicino alla bandierina del calcio d’angolo. E’ sbagliato, deve stare al centro con i suoi compagni, non va escluso. Deve essere un valore aggiunto e come tale va apprezzato».
Buffon sostiene che la critica non ha una profonda conoscenza del ruolo.
«Sa cosa mi da fastidio? Quando leggo sui giornali il modulo di una squadra: 4-4-2. Ma si gioca in 10 o in 11? Perché nessuno scrive 1-4-4-2? Nell’immaginario della gente noi siamo quelli del “toh, c’è anche il portiere. Anche se poi, al primo errore, finiamo sulla graticola».
Questa è la mentalità. Ma perché è così?
«Forse perché i giornalisti, come tutti gli altri che guardano il calcio, possono sempre segnare un gol da centravanti, ma non potranno mai parare un tiro nel “sette”».
Anche dall’intervista di Zoff affiora un orgoglio particolare del ruolo: chi è stato e chi è portiere avverte un forte senso d’appartenenza al ruolo, come fosse una categoria a parte.
«È così. Albert Camus, Nobel per la letteratura nel ’57, era un portiere. Chi ha studiato un’opera di questo scrittore, “Lo straniero”, ha detto: “Non è vero che Camus ha scritto quel libro perché ha fatto il portiere. E’ vero il contrario: ha fatto il portiere perché sapeva di scrivere quel libro”. Il portiere è solitario e solidale».
Zoff è stato un’eccezione, ben pochi portieri sono diventati allenatori ad alto livello.
«Ma il portiere può fare l’allenatore meglio di tanti altri, perché ne ha già la mentalità: è solo contro tutti come l’allenatore. E conosce i movimenti di tutti, dai difensori agli attaccanti».
I suoi successori bloccano meno la palla ed escono meno di porta. Vero o falso?
«Vere tutt’e due le osservazioni».
Colpa dei nuovi palloni?
«In parte sì. Prendiamo la storia dei tiri respinti. Oggi bloccare la palla è più difficile di ieri, ma un portiere deve sapere che quando blocca il pallone determina la fine di un’azione, la sua squadra può disporsi tranquillamente e la difesa può respirare. Se respinge, tiene i compagni sempre sotto pressione. Vedo troppe respinte inutili, troppi portieri già predisposti mentalmente alla respinta. Il primo istinto del portiere deve essere quello di bloccare il pallone. Esistono tre tipi di interventi: la parata, quando si blocca la palla; la respinta, quando capisci che non puoi parare e ti serve tutto l’istinto per evitare il gol; la deviazione, che è l’intervento perfetto, perché il ragionamento si unisce all’istinto».
Però i palloni sono un bel problema.
«E’ vero. Anche perché oggi tutti possono mettere potenza nel tiro, così la palla va dove vuole. In parte era già successo quando dall’Adidas siamo passati al Tango. Prendiamo i gol di Jhon Charles: quando gli arrivava la palla, sopra c’era la neve tanto restava in cielo. Ma quando hanno cominciato a crossare Causio, Cabrini, Conti, Rocca, Nela, poi Maldini, e quelli erano i miei tempi, la palla arrivava veloce e tagliata e non era facile uscire nemmeno allora».
Chi è stato il portiere più forte della sua epoca?
«Devo dire Buffon, che ho visto a 17 anni e che continuo a vedere adesso. Zoff l’ho conosciuto da vicino solo al Mondiale di Spagna, non ho avuto il modo di seguirlo da vicino per tutta la carriera come ho potuto fare con Buffon. Da quando ha iniziato a oggi Gigi è stato il migliore, tranne gli anni successivi all’infortunio».
E’ anche il più forte al mondo?
«Adesso ha una concorrenza robusta, a cominciare da quel carroarmato di Neuer: sbaglia, lo fischiano e lui come se niente fosse. Ha una fisicità mostruosa, è proprio un tedesco».
I nostri giovani come stanno crescendo?
«Ce ne sono tanti. Bardi ha avuto la possibilità di crescere e di sbagliare. Sto aspettando Leali e Colombi. Perin? Sta maturando. Non serve essere estroversi per impressionare la critica e la gente, un portiere ha bisogno di equilibrio e continuità. Mi ricorda lo Zenga prima maniera, ma gli auguro di diventare bravo e di fare una carriera come Walter».
Non c’è un portiere che abbia digerito la regola dell’espulsione in caso di fallo da rigore sull’attaccante lanciato a rete.
«Per forza, quella regola è una follia, una bestialità. E’ la repressione dell’istinto del portiere e di un gesto tecnico stupendo. E’ come se un bei giorno decidessero che il gol in rovesciata non vale più. Non c’è niente di più bello di una rovesciata per un attaccante e, allo stesso modo, non c’è niente di più spettacolare di un portiere che si tuffa fra i piedi di un attaccante per prendergli la palla. Campioni come Jascin, Ghezzi e Banks ne avevano fatto un’arte».
Dovreste ribellarvi, come categoria.
«Sì. Magari proponendo qualche regola diversa: giochiamo senza portiere, impediamo al portiere di parare con le mani, allarghiamo le porte di 5 o 6 metri. Qualunque novità di questo tipo sarebbe comunque meglio di quella che ha inventato chi non sa cosa sia lo spettacolo in una partita di calcio. Più seriamente, l’ammonizione basta e avanza. Al massimo si può pensare a un’espulsione a tempo».
Quali sono le scuole europee dei portieri?
«Parlerei di stile, più che di scuola. C’è lo stile tedesco: è un portiere di pallamano, copre la porta col fisico. Lo stile brasiliano: hanno trasformato in portieri dei giocatori di pallavolo, hanno una rapidità incredibile quando vanno giù, Dida è un esempio tipico. Lo stile spagnolo: sono tutti uguali, Zamora, Arconada, Zubizarreta, anche Casillas, sembrano fatti con lo stampino, grande velocità, elasticità ed esplositività, l’esempio di oggi è Reina, un grande portiere. Lo stile italiano è quello più completo, anche perché, rispetto agli altri, subiamo più pressioni».
E lo stile inglese?
«È lo stile di niente. Non hanno nulla».
Lei ha vissuto il Mondiale dell’86 con la concorrenza di Tancredi fino alla vigilia del debutto con la Bulgaria. Fa bene a un portiere avere una motivazione del genere?
«Io quella volta ho sbagliato. Quando Bearzot, all’ultimo allenamento all’Azteca, mi disse: “Ragazzo, domani tocca a te”, considerai il mio Mondiale finito lì. Avevo vinto il duello e invece stavo commettendo un grave errore».
Stessa storia con Pazzagli, al Milan.
«Era una storia un po’ diversa. Con Franco Tancredi ci siamo rivisti sui campi, con Andrea invece è rimasta un’amicizia stupenda. Ho voluto bene davvero a quel ragazzo».
Non è come Casillas e Diego Lopez?
«Casillas non è vecchio, ha 32 anni, come Lopez, ma se prima Mourinho (e magari si poteva pensare a chissà cosa) e poi Ancelotti hanno deciso di metterlo in panchina in campionato deve cominciare a farsi qualche domanda. Tipo: sono sempre lo stesso portiere di sempre? Mi alleno con la stessa voglia di prima? Penso solo al calcio o anche a qualcos’altro? Quando io ho cominciato a farmi queste domande, ho smesso».
Galli, la parata che non dimenticherà mai.
«A Firenze, l’anno che rischiammo di retrocedere, contro il Bologna: levai la palla di Nanni dal sette. Finì 0-0».
L’errore?
«Al Mondiale dell’86, il gol di Maradona».
Però Bearzot disse che non fu colpa sua, ma della difesa.
«Va bè, lasciamo stare, quel gol mi ha reso ancora più famoso. Fra qualche anno, chi vedrà di nuovo quel filmato, dirà: “Ma chi è quel brodo che era in porta?”».
(4. segue).

La prima puntata (Buffon) è stata pubblicata il 27 dicembre, la seconda (Sarti) il 28 dicembre, la terza (Zoff) domenica 29.