Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  gennaio 24 Giovedì calendario

ROMA —

Le Forze armate italiane cambiano. Meno uomini e donne, da 190 mila a 150 mila, nei prossimi dieci anni. Organizzazione e mezzi più efficienti. Addestramento mirato, maggiore sicurezza. Un processo lento, faticoso, ma la strada è imboccata.
«Disegniamo il nuovo modello di Difesa per l’Italia — spiega il capo di Stato maggiore della Difesa, ammiraglio Luigi Binelli Mantelli —. Un modello completamente integrato fra Esercito, Aeronautica e Marina. Un modello predisposto ad operare con l’Unione Europea, innanzitutto, e con Nato e Onu. Faremo perno sulle capacità più pregiate del personale militare. E sulla flessibilità necessaria a far fronte a crisi non prevedibili. Lo scenario internazionale fa presupporre non solo crisi “asimmetriche”, dove (vedi Afghanistan) pesa il fattore sorpresa tipico dei movimenti illegali e terroristici, ma anche crisi di maggiore intensità nelle zone del Pacifico e dell’Oceano Indiano».
L’ammiraglio Binelli è nella sua stanza di comando in via XX settembre. Il 31 gennaio compirà un anno nella più alta posizione nelle Forze armate. Da uomo di mare, dice che si è trattato, finora, di una «navigazione travagliata, a causa della situazione economica italiana».
Il ministro Di Paola, ammiraglio come lei, illustrò uno spostamento di percentuali.
«Oggi le Forze armate italiane spendono il 70 per cento circa del budget per il personale, il 18 per gli investimenti e meno del 12 per l’addestramento e le manutenzioni. Gli obiettivi teorici, indicati per la prima volta da Di Paola e confermati dall’attuale ministro Mauro, sono: 50 per cento personale, 25 investimenti, 25 addestramento».
Come procede il piano?
«Il progetto prevede la riduzione di 40 mila unità su 190 mila entro il 2024. Più la riduzione di 10 mila dipendenti civili. Un impegno che nessuna altra amministrazione dello Stato ha avuto il coraggio di intraprendere. Voglio sottolineare la grande tenuta di tutto il personale della Difesa. Il piano si aggiunge al blocco degli stipendi, al turn over ridotto, all’assenza di previdenza complementare. In questa situazione, ciascuno sta garantendo determinazione ed efficienza. Nessuno si è tolto l’elmetto nei teatri operativi. Il personale sarà comunque al centro della riforma, poiché avremo più fondi per addestramento e sicurezza».
Come avverranno gli esodi?
«Non faremo “esodati”, né tagli indiscriminati. Pochi giorni fa il governo ha varato i decreti delegati della legge di riforma 244 del 2012, recuperando le indicazioni delle commissioni parlamentari. È stato cancellato il meccanismo definito dal Corriere della Sera “scivolo d’oro” e che in realtà era un “esenzione dal servizio”: la possibilità di prepensionamenti a partire da 50 anni con l’85 per cento dello stipendio. Restano la ricollocazione presso altre amministrazioni dello Stato e l’aspettativa per riduzione quadri».
Quali categorie saranno più interessate dagli esodi?
«Oggi c’è un esubero di sottufficiali e una carenza di truppa. Il piano prevede quindi una riduzione del 42,5 per cento dei sergenti, del 28,2 per cento dei marescialli, del 17,8 per cento degli ufficiali e del 12,3 per cento di graduati e truppa».
Il bilancio della Difesa diminuirà?
«Il bilancio della Funzione Difesa è attorno ai 14 miliardi di euro l’anno, missioni all’estero escluse. Non crediamo possa scendere sotto questa soglia, se si vuole mantenere l’operatività sugli scenari internazionali, il livello dell’addestramento, la manutenzione dei mezzi. La riforma si basa su Forze armate di volontari professionali, che costano dieci volte più dei soldati di leva».
Prova invidia per i Paesi che offrono maggiori risorse alla Difesa?
«Sono orgoglioso di essere a capo di un’organizzazione che con poche risorse riesce ad essere apprezzata. Le nostre Forze armate non temono confronti con quelle di altri Paesi europei, grazie soprattutto all’impegno del personale. Ma siamo ai limiti. Già oggi non possiamo addestrare tutte le componenti, né fare la manutenzione di tutti i mezzi. Il rischio è di restare emarginati, di non riuscire più a contribuire al mantenimento della stabilità internazionale».
Nella «spending review» della Difesa è compresa anche la riduzione delle caserme, degli uffici, dei comandi?
«In venti anni abbiamo trasferito al Demanio infrastrutture per almeno due miliardi. Procediamo alla soppressione di 166 comandi ed enti, che porterà alla dismissione di 150 caserme e beni, il 20 per cento delle nostre strutture territoriali».
Però avete in corso piani molto costosi di acquisto di armamenti.
«Non ci svegliamo la mattina e acquistiamo questo o quell’altro “giocattolino”. Cerchiamo di acquisire capacità allineate con i requisiti della Nato e le capacità si associano a mezzi».
È sempre forte la polemica sugli aerei F35, per i quali è prevista una spesa di 12 miliardi.
«Le Forze armate devono possedere aerei di supporto alle azioni di terra con tecnologie aggiornate e i Tornado hanno fatto ormai il loro tempo. Non c’è al momento in Europa un mezzo aereo paragonabile per prestazioni e costi agli F35. Certo i numeri andranno adeguati alle risorse...».
Le Forze armate italiane, come quelle Usa, lasceranno l’Afghanistan a fine 2014. L’ultimo attentato è di venerdì scorso: 21 persone uccise in un ristorante a Kabul.
«Siamo in Afghanistan da dieci anni e credo che ci siano stati in quel Paese progressi straordinari per l’emancipazione femminile, la sanità, l’istruzione, lo sviluppo economico. Noi italiani abbiamo già trasferito 6 basi alle forze afghane e a febbraio consegneremo anche quella di Shindad. Resteranno mille uomini a Herat per addestrare le forze afgane. Ho fiducia che queste riusciranno a garantire la sicurezza del Paese».
Come valuta la situazione dei due marò sotto accusa in India?
«Non li chiamo marò. Massimiliano e Salvatore sono sottufficiali di marina del reggimento San Marco. Li sento spesso. Erano impegnati in una missione e hanno applicato le norme di comportamento assegnate. È ora che gli indiani capiscano che non si tratta di una vicenda giudiziaria, ma di un rapporto fra governi. Finora la partita è apparsa squilibrata a favore degli indiani. Con moderata soddisfazione noto negli ultimi tempi una maggiore incisività del governo italiano».
Andrea Garibaldi