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 2014  gennaio 19 Domenica calendario

I BIG DEL CREDITO «DRIBBLANO» LA NUOVA REGULATION


Sono stati annunciati, con l’enfasi tipica del marketing politico, come veri e propri «bastoni» in grado di limitare le speculazioni delle grandi banche globali. Ma nella realtà dei fatti, più che a «bastoni» assomigliano alle proverbiali «carote»: le riforme internazionali dei mercati finanziari di queste ultime settimane (dalla Volcker rule Usa, alle nuove disposizioni sulla leva finanziaria di Basilea 3) sono in realtà molto meno incisive di quanto la propaganda politica non lasci intendere. Nei fatti limiteranno molto meno del previsto l’attività speculativa delle grandi banche internazionali. Insomma: la turbo-finanza probabilmente non uscirà più di tanto ridimensionata da queste norme.
È la stessa Borsa a dimostrarlo. Il giorno in cui negli Stati Uniti è stato annunciato l’accordo sulla Volcker rule, che dovrebbe legare le mani alle banche sul trading proprietario, Goldman Sachs ha guadagnato a Wall Street l’1,23% e Morgan Stanley l’1,25%. Stessa reazione quando sono stati comunicati alcuni dettagli degli accordi di Basilea 3 sulla leva finanziaria: proprio le banche che dovrebbero soffrire di più, quel giorno hanno festeggiato in Borsa. Deutsche Bank ha guadagnato il 4,7%, Commerzbank il 5,51% e Barclays il 2,86%. Segnale che le grandi riforme tanto «grandi» non sono. E il motivo è chiaro: dietro i roboanti principi, queste stesse riforme accettano così tante deroghe e scappatoie che alla fine ridimensionano se stesse. Ecco come.

La leva: pillola «addolcita»
Una della cause della crisi è la cosiddetta leva finanziaria. Cioè il fatto che le banche svolgono tante attività (erogano prestiti, comprano titoli, operano in derivati) con poco capitale. Quindi con tanti debiti. Questo le rende vulnerabili. Il problema riguarda soprattutto le banche tedesche, francesi e britanniche. È per questo che il comitato di Basilea ha deciso di porre dei limiti alla leva: il minimo sarà del 3%. Per ogni cento euro di attività, insomma, le banche dovranno detenere almeno 3 euro di capitale.
A parte il fatto che il limite del 3% è da tanti considerato troppo basso, l’ultima versione degli accordi concede alle banche una serie di "trucchi" per ridurre contabilmente (ma non nei fatti) la loro leva. Per esempio i veicoli fuori-bilancio non saranno conteggiati per intero tra gli attivi, ma solo in parte. «Questo – osserva un addetto ai lavori – consentirà di ridurre del 40-50% il peso di questi veicoli nel conteggio della leva». Alle banche sarà poi concesso di calcolare il valore «netto» di alcuni derivati e dei pronti contro termine: anche questo ridurrà gli attivi. Dunque la leva. E così via.
Calcolano gli analisti di Credit Suisse che, con queste deroghe, Deutsche Bank a fine 2013 avrebbe (il condizionale è d’obbligo perché ancora non si conoscono molti dettagli tecnici) una leva del 2,6%, Barclays del 3,6% e Ubs del 3,2%: livelli già sufficienti. Solo Deutsche Bank dovrebbe aggiustarsi un po’ per raggiungere il 3%. Ma lo sforzo sarà minimo. Ben diverso sarebbe stato lo sforzo se il comitato di Basilea non avesse annacquato la normativa e avesse lasciato tutto come previsto lo scorso giugno: Deutsche Bank avrebbe avuto una leva dell’1,8%, Barclays del 2,5% e Ubs del 2,3%. In quel caso i dolori per aggiustarsi sarebbero stati ben più acuti. E i mercati finanziari sarebbero stati più al sicuro. Ma, evidentemente, la forte lobby bancaria tedesca, francese e anglosassone ha vinto la battaglia.

La temuta Volcker rule
Discorso simile per la Volcker rule Usa. La proposta iniziale era netta: bandire il trading «proprietario» (quello che le banche fanno in conto proprio e non per conto dei clienti) per limitare le attività rischiose delle banche. La Volcker rule finale, in effetti, bandisce il trading proprietario e limita molte attività speculative. All’apparenza, dunque, le intenzioni sono rispettate. Però la norma concede, su alcuni aspetti tecnici ma cruciali, una tale flessibilità che all’atto pratico riduce la sua portata virtuosa.
Il motivo dell’annacquamento nasce in effetti da un problema pratico: quando una banca compra un titolo o un derivato, è difficile capire se lo fa per conto di un cliente o per speculare sui propri bilanci. Il confine tra trading «proprietario» e «per conto terzi» è dunque difficile da trovare. Il problema è che la Volcker rule invece di definirlo lascia una forte discrezionalità: dice che le banche potranno detenere una «ragionevole» quantità di titoli in bilancio per soddisfare la domanda dei clienti. Il punto è che non è stato definito cosa significhi la parola «ragionevole». E così il gioco è fatto: «Questo permetterà alle banche di generare ricavi dall’apprezzamento dei titoli detenuti in questo modo», scrive Standard & Poor’s.
E una certa discrezionalità viene ammessa anche su altri aspetti cruciali della Volcker rule. Morale: «L’impatto della riforma non sarà minimo, ma neppure così severo come temuto», scrive S&P. Come dire: un effetto salutare ci sarà. Ma non così consistente come sperato. Del resto l’Europa, sullo stesso tema, è ancora più generosa: la Commissione europea sembra infatti intenzionata a proporre una versione ancora più «leggera» della riforma Liikanen, che mira a ridurre il trading proprietario.

La finanza non cambia faccia
Ricapitoliamo, dunque. La crisi è scoppiata nel 2007 anche perché le banche erano troppo grandi, troppo sbilanciate su attività speculative e avevano troppa leva. Sono passati sei anni, durante i quali sono state partoriti – calcola Boston Consulting – ben 1.200 nuovi adempimenti normativi per il settore bancario. Eppure gli istituti di credito sono ancora troppo grandi: i sistemi bancari britannico e francese sono oltre 4 volte più grandi dei rispettivi Pil nazionali.
Le americane sono più piccole, avvantaggiate però da normative contabili più favorevoli. Ma non si può dimenticare che – secondo i dati della Occ – JP Morgan detiene nella sua grande pancia 71mila miliardi di dollari di derivati (pari al Pil mondiale), Bank of America 61mila miliardi, Citigroup 58mila miliardi. Insomma: non proprio numeri che indicano sobrietà. Non proprio numeri che tranquillizzano.
m.longo@ilsole24ore.com