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 2014  gennaio 20 Lunedì calendario

“VI RACCONTO IL MIO MESTIERE DI TRAFFICANTE DI UOMINI”


«Tutti vogliono venire in Italia. Io aiuto le persone. Realizzo sogni ». Kabir, faccia pulita e sorriso aperto, è ben vestito, ha scarpe eleganti e una giacca alla moda con gilet trapuntato. Pare un agente di viaggi. Dal suo aspetto non penseresti mai a un trafficante di uomini. Kabir, pachistano cinquantenne, preferisce definirsi “mediatore”: «Forse lo fareste pure voi, se sapeste di guadagnare così facile — azzarda Kabir — per ogni persona portata dal Pakistan in Italia trattengo dai 3.000 ai 4.500 euro. C’è un po’ di rischio, è vero, ma è accettabile: io intanto prendo il denaro, poi Dio provvede».
Dimenticate le vittime disperate e i piccoli scafisti che per pochi spiccioli le trasportano in Europa, oggi la più grande e criminosa “agenzia viaggi” del mondo muove milioni di migranti e fattura tra i tre e i dieci miliardi di dollari l’anno. Un esempio: per la tratta più cara, quella dalla Cina agli Usa, il biglietto costa dai 40 ai 70mila dollari.
Solo la cocaina produce di più. È un business popolato da tanti piccoli delinquenti, dietro ai quali si celano spesso grandi mercanti di clandestini, gente in doppiopetto dalle immense fortune. Sono gli “smugglers”, i trafficanti d’uomini, i “mercanti di carne umana” condannati ieri anche da Papa Francesco.
Una star del mercato è senza dubbio il turco Muammer Küçük. Per anni è stato il boss indiscusso degli sbarchi illegali nel Mediterraneo. La sua specialità: nasconde i migranti nella pancia delle barche a vela. Quanto guadagna? Basta chiedere a chi lavora per lui, come Ohran, skipper turco: «Calcolate che solo ultimamente sono stati arrestati trentacinque suoi capitani, che hanno portato in tutto venti barche. Ognuna di queste, se non la fermano, fa cinque o sei viaggi a stagione. Un’imbarcazione porta, a viaggio, un guadagno medio di 50mila dollari. Fanno più o meno 300mila dollari a stagione. Se si moltiplica per le venti barche fermate, sono 6 milioni di dollari. Ed è solo parte del colossale fatturato del trafficante turco. Da un peschereccio di venti metri, Muammer ricava molto di più: 500mila dollari, di cui 400mila vanno tutti in tasca sua». Certo, non mancano le spese. C’è, per esempio, da oliare alcuni ingranaggi: «Un ufficiale corrotto riesce a ricavare circa 40mila dollari a stagione. Di solito è un tenente o un colonnello».
A far parlare gli “smugglers” è un libro-inchiesta: “Confessioni di un trafficante di uomini” (in uscita il 23 gennaio per Chiarelettere). I due autori, Andrea Di Nicola e Giampaolo Musumeci, hanno viaggiato a ritroso sulle rotte dei migranti, alla scoperta delle fonti dei flussi migratori. Come le isole Kerkenna, in Tunisia. Da qui ci si imbarca per l’Italia.
Emir ha un peschereccio con un motore da 30 cavalli. Lampedusa dista 64 miglia, se il mare è buono si raggiunge in dieci ore. «Come recluto i migranti? Ho cinque persone in giro per la Tunisia che mi cercano i clienti — spiega Emir — stanno a Tunisi, Sidi Bouzid, Djerba. Lavorano dove sono conosciuti, devono essere del posto. Io da questo affare devo ricavare il più possibile. Qui, durante la rivoluzione del 2011, era un macello: venivano da tutto il Paese, dopo essersi venduti ogni cosa. Tutti volevano andare a Lampedusa. Non pensate che sia facile, per fare questo business bisogna essere coraggiosi. Tutti devono avere paura di te. I clienti più tranquilli sono gli africani neri, sono timorosi, se ne stanno quieti. Le teste calde sono i tunisini, sono spesso delinquenti o galeotti che arrivano da Tunisi o dall’interno. Sono dei piccoli boss nella loro regione. Io li massacro subito di botte, non ho scelta. Devono capire immediatamente chi comanda. E assesto loro subito due manate in faccia come si deve».
Risalire tutti i nodi della rete è impossibile. Le tratte sono spesso in subappalto, così i grossi trafficanti non si sporcano le mani. «Mi chiamano El Douly, “l’internazionale”, perché sono uno che ha viaggiato molto. Vengo da un villaggio della zona di Suez, in Egitto. Mio padre era ingegnere, grazie a lui ho potuto studiare: mi ha pagato la scuola fino alle superiori». El Douly opera in una delle zone più calde per l’immigrazione irregolare. Gestisce una rete egiziana, che collabora con una grande rete libica specializzata nel muovere i migranti verso la Sicilia. «Ora sono cresciuto nel mio business ed è la gente a cercarmi — racconta El Douly — nei piccoli villaggi dell’Egitto i giovani hanno bisogno di me. Qui non c’è un vero capo, un regista. Siamo in tanti, ci conosciamo e ci fidiamo l’uno dell’altro. Ognuno fa un pezzo del lavoro. È una rete, una collaborazione. A volte la fiducia passa dai legami tra clan, che in alcune regioni del mondo sono molto forti». Insomma, «se cercate un solo capo, significa che non avete ancora capito nulla di questo business».