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 2014  gennaio 20 Lunedì calendario

BASTA ASPIRANTI SCRITTORI


[Gianrico Carofiglio]

LA PROVOCAZIONE
Sconsigli a un giovane scrittore. Ai tanti che sognano di diventare romanzieri, Gianrico Carofiglio dice chiaro e tondo di lasciar perdere, tanto è inutile: «Su mille che scrivono un romanzo, pochissimi arrivano a essere pubblicati, forse lo 0,5 per cento. Di questi, una percentuale altrettanto ridotta riesce a vendere qualcosa. E di questi una percentuale ancora più piccola riesce a farne il proprio mestiere. Le possibilità di avere successo con la scrittura non sono maggiori di quelle che offre la lotteria di Capodanno». Per dissuadere gli aspiranti narratori dall’incamminarsi su una strada pressoché impraticabile, Carofiglio ha deciso di tenere una serie di videolezioni intitolate “Come non diventare scrittori”. I suoi interventi sono ospitati da ifioridelmale.it, un sito nato recentemente per riservare alla cultura, alla letteratura e all’arte uno spazio su internet.
Fa una certa impressione sentire questi discorsi dalla voce di uno che da anni è stabilmente sdraiato nelle classifiche di vendita dei libri (l’ultimo romanzo, “Il bordo vertiginoso delle cose”, edito da Rizzoli, è ai vertici ormai da un paio di mesi). «Ci vuole fortuna – dice - e il primo fortunato sono io. Scrivere è un mestiere bellissimo, che implica una certa dose di talento, ma non solo quello. Ci sono autori di grande talento che non hanno preso gli autobus giusti. E viceversa ci sono autori modesti, anche molto modesti, che sull’autobus sono saliti al momento giusto».
Per esempio?
«No, i nomi non li faccio. Non mi piace parlare male di persone che fanno il mio stesso lavoro. D’altra parte nessuno può pensare di piacere a tutti».
Neanche lei.
«Neanche io, certamente. Se quello che scrivi piace a tutti vuol dire che non hai scritto nulla. Nulla che metta in movimento emozioni, sentimenti, gusti. Quando ricevo una recensione negativa a volte mi chiamano gli amici della casa editrice, preoccupati che io ci sia rimasto male. Ma io non ci rimango male».
Come mai ha avuto voglia di fare queste anti-lezioni di scrittura?
«Gli amici che hanno messo su questo sito, ifioridelmale.it, un’iniziativa molto interessante, mi hanno chiesto se potevo fare qualcosa per loro. Così ci è venuta l’idea di sconsigliare gli aspiranti scrittori. In realtà è anche un modo per dare qualche consiglio a chi abbia comunque voglia di provarci. L’unica cosa che si può davvero insegnare è quello che non si deve fare. Dire cosa si deve fare mi sembra impossibile».
E i tanti corsi di scrittura creativa che sono nati negli ultimi anni?
«Ce ne sono alcuni buoni, altri francamente imbarazzanti. Ma al di là del giudizio sui singoli corsi, la chiarezza degli obiettivi, che a volte c’è, a volte meno. Nel momento in cui si offre un corso di scrittura si dovrebbe precisare che è altamente improbabile che il corso possa produrre anche un solo scrittore. D’altra parte va detto che, in presenza di una base, la si chiami talento o attitudine, fare un corso o leggere un buon manuale può abbreviare un tirocinio altrimenti lungo e penoso».
Lei i manuali li ha letti?
«Quasi tutti. Quello di Stephen King, che è di lettura molto piacevole, lo lessi quando stavo scrivendo il mio primo romanzo “Testimone inconsapevole”. Un ottimo manuale è “Come scrivere una grande sceneggiatura” di Linda Seger, è costruito sulla scrittura per il cinema ma lo consiglio a chiunque voglia scrivere romanzi».
Dunque ammette che manuali e scuole di scrittura creativa possono essere utili.
«Avrei mai potuto diventare un calciatore io? No, neanche se avessi frequentato tutti i corsi di calcio creativo che volevo. Però sarei diventato più bravo a giocare a pallone».
E che giudizio dà di una trasmissione televisiva come “Masterpiece”, il reality show per aspiranti scrittori? Non c’è il rischio di incentivare l’idea che fare il romanziere sia una cosa facile, che bastino due o tre insegnamenti per diventare un professionista?
«Il rischio esiste. Ma non voglio creare polemiche, anche perché io “Masterpiece” non l’ho mai visto e non voglio avere un atteggiamento dogmatico come quelli che avevano un giudizio negativo prima ancora che andasse in onda».
Si dice che il nostro è un paese dove si legge poco e si scrive troppo.
«Non so se sia così. È vero però che molti sono convinti che si possa scrivere senza leggere. Una volta andai a parlare in una scuola di scrittura importante; dovevo tenere un seminario dedicato a un libro. Il titolo era stato annunciato agli allievi con largo anticipo: era ”Mattatoio n. 5” di Kurt Vonnegut. Quando arrivai in classe scoprii, con mia grande sorpresa, che solo due o tre di loro l’avevano letto. Ed erano persone che pagavano per frequentare quei corsi».
In una delle sue lezioni su ifioridelmale.it lei definisce lo scrivere «un lavoro molto duro». Non è un po’ esagerato?
«Certo, spaccare le pietre è peggio. Ma scrivere nel senso di raccontare la verità non è duro, è durissimo. Una volta Joyce si mostrò avvilito perché in un giorno di lavoro aveva scritto cinque parole; un amico gli fece notare che per i suoi standard era già un buon risultato, e lui rispose: “Sì, ma ancora non so in che ordine vanno”. Andare alla ricerca della parola giusta è un lavoro difficilissimo, penoso. Perciò ho accolto con entusiasmo l’idea di fare questa intervista, che mi ha consentito di rinviare il momento in cui mi metterò a lavorare».
Pietro Piovani