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 2014  gennaio 19 Domenica calendario

DOPO LA MAMMA TIGRE, ECCO IL GRUPPO TIGRE


Cinesi, esiliati cubani, nigeriani, indiani, ebrei, iraniani, libanesi, mormoni: che cosa hanno in comune questi gruppi culturali che popolano gli Stati Uniti d’America? «A dispetto delle idee sull’eguaglianza, alcuni fanno meglio di altri. Come i mormoni, che hanno un successo sbalorditivo negli affari, o i cubani di Miami che in una generazione sono passati dalla povertà al benessere. O i nigeriani che si guadagnano dottorati con voti altissimi. O indiani e cinesi d’America che hanno un reddito superiore a quello degli altri americani. O gli ebrei, che forse hanno il reddito più alto di tutti». E chi ha fatto la scoperta? Ma naturalmente Amy Chua, professoressa di Yale con un debole per il complesso di superiorità e che ora ha annunciato il suo nuovo libro: The Triple Package , in uscita a febbraio.
L’avevamo lasciata tre anni fa, alle prese con due figlie adolescenti, la sua carriera di docente di diritto in una delle più prestigiose università del mondo, un trionfo (e una polemica) globalizzata per un testo dal titolo Perché le madri cinesi sono superiori , subito seguito dal bestseller Il ruggito della mamma tigre (pubblicato in Italia da Sperling & Kupfer). Amy Chua spiegava alle madri d’Occidente come preparare i figli ad avere successo nella vita, come evitare di essere deboli e troppo protettive. Metodo orientale, perché Chua, classe 1962, viene da una famiglia di immigrati cinesi trapiantati nel Midwest e perché le statistiche internazionali classificano gli studenti cinesi come i migliori (almeno per i test scolastici).

Qualche esempio della strategia della mamma tigre: una delle sue bambine, Lulu e Sophia, tornò a casa con un bel voto in un compito di matematica, ma non il migliore della classe, era seconda dietro una compagnetta di origine coreana. La signora Chua non ebbe dubbi, bisognava intervenire con una bella cura di ripetizioni: ordinò di risolvere duemila problemi di matematica per notte fino a quando non conquistò il rango di prima della classe. In un’altra situazione la mamma, delusa dai progressi troppo lenti con le lezioni di piano, minacciò l’altra figlia di bruciarle tutti gli animaletti di pelouche se non fosse riuscita subito a eseguire alla perfezione un brano complicato. Risultato assicurato: una sfilza di A in pagella.
Seguirono milioni di copie vendute e un’infinità di critiche, insulti e anche qualche minaccia di morte via email. Betty Ming Liu, insegnante di giornalismo alla New York University sostenne che «genitori come Amy Chua sono la causa per la quale molti americani di origine asiatica, come me, finiscono in terapia». La saggista Ayelet Waldman rispose sul «Wall Street Journal» con un intervento — In difesa delle mamme occidentali colpevoli, ambivalenti e preoccupate — nel quale tirava fuori un dato terribile sulle ragazze americane di origine asiatica: tra i 15 e i 24 anni c’è un tasso di suicidi superiore alla media. I più moderati la accusarono di sfruttare le paure dell’Occidente nei confronti dell’ascesa cinese come superpotenza mercantile. David Brooks, editorialista del «New York Times», osservò che Chua giocava con il timore americano di declino nazionale, lo spettro del Nuovo Secolo Cinese. Quanto al mito della mamma tigre , Brooks aveva una tesi opposta: Amy Chua non era troppo dura, quasi una parodia di Crudelia Demon, ma addirittura iperprotettiva, perché quando alla quattordicenne Lulu veniva proibito di andare a dormire a casa della compagna del cuore — per non perdere quattro ore filate di esercizi musicali — la si privava di un confronto emotivamente molto più impegnativo. Insomma, i ruggiti che impongono ai figli di correre a casa a fare i compiti da soli, sarebbero un modo di ritirarli dalle esperienze della vita di relazione, che possono lasciare qualche ferita. Conclusione: «Amy Chua in realtà è una pappamolle».

Ora la professoressa ripete l’operazione e, dai genitori tigre, passa ai «gruppi culturali» con artigli capaci di afferrare il successo. Questa volta Amy Chua non si presenta da sola ma con il marito Jed Rubenfeld, anche lui docente di Yale. The Triple Package è il bagaglio di tre caratteristiche che portano all’ascesa sociale: il complesso di superiorità, l’insicurezza, il controllo dell’impulso. La coppia spiega che agli americani viene insegnato come nessun gruppo sia superiore agli altri, sotto nessun punto di vista. «Ma poi, tutti i gruppi di successo credono — senza dirlo ad alta voce — di essere eccezionali, scelti, superiori». Simile il ragionamento per la seconda qualità fondamentale, l’insicurezza: «Chi si sente insicuro e inadeguato cerca di mettersi alla prova e riesce». Completa il pacchetto del perfetto gruppo tigre il controllo dell’impulso, che si riferisce alla «capacità di resistere alla tentazione, specialmente quella di arrendersi di fronte alla difficoltà della prova o di accontentarsi della prima gratificazione, di vivere al momento».
Può sembrare banale, sebbene la coppia fornisca una serie di dati a sostegno della tesi sulla supremazia degli otto gruppi — dai cinesi che hanno figli primi della classe ai nigeriani, passando per i mormoni re del business e della politica. Ma le prime reazioni sono state feroci. «Salon», influente sito web, ha scritto che Chua e Rubenfeld «propongono una spregevole teoria sulla superiorità razziale». Il «New York Post» avverte che la coppia non usa mai i termini ethnic o racial , ma poi lancia l’anatema: «Dopo averci detto che le madri cinesi sono le migliori e preparano i figli all’ascesa inarrestabile della Cina, non sorprende che ora Chua torni con una tesi ancora più incendiaria, regolata sull’ansia profonda per la situazione economica, sulla paura collettiva che la classe media americana stia per scomparire, sulla convinzione sbagliata che la riforma dell’immigrazione si tradurrà in minori opportunità per gli americani. In conclusione: questo libro vuole spaventare la gente, proprio come fanno i razzisti».
Finora, il commento migliore che abbiamo trovato su The Triple Package è questo: «Ricco di dati statistici e provocatorio». È riapparsa anche Ayelet Waldman, che ha usato la nuova arma del disprezzo sociale, Twitter: «Amy Chua esce con il volume 2 di “Scriverò qualcosa di pazzo perché voi compriate il mio libro e mi rendiate ricca”». In materia, la recensione di «Forbes», che di successo economico se ne intende, comincia con: «Predizione: il nuovo libro di Amy Chua non venderà bene come l’altro».
Lei, la professoressa della mamma tigre e ora del gruppo culturale tigre ha confessato di avere un punto debole: «Non sono brava a godermi la vita». E Sophia, la figlia maggiore rieducata al primato con duemila problemi di matematica, è ad Harvard, dove si era laureata la madre. Ha un blog «New tiger in town», dove scrive: «Grecia antica o civiltà romana? Dico romana, mi piace l’aspetto imperiale, la promessa di cittadinanza in cambio di servizio».

@guidosant