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 2014  gennaio 08 Mercoledì calendario

LA MANINA DI DRAGHI SUL FUTURO DI MPS


Le diplomazie sono all’opera e non hanno smesso di manovrare nemmeno durante le festività natalizie. Del resto, la partita che si gioca al Monte dei paschi di Siena è assai delicata. I dossier sono tanti: ieri la Consob tedesca ha messo sotto accusa Deutsche Bank per i derivati Santorini venduti a Mps. Ma sotto i riflettori c’è soprattutto lo scontro aperto tra la Fondazione azionista e il vertice della banca, dopo il no dell’ente al piano presentato da Alessandro Profumo e Fabrizio Viola. Il presidente e l’amministratore delegato di Rocca Salimbeni per ora lasciano sul tavolo la minaccia di dimissioni: non hanno ancora digerito la bocciatura all’aumento di capitale da realizzare a gennaio. Ha «vinto» il numero uno della Fondazione, Antonella Mansi, che ha fatto slittare l’operazione a maggio.
Un allungamento dei tempi non gradito ai top manager di Mps. L’uscita di scena, così, potrebbe arrivare nel consiglio di amministrazione che Profumo dovrebbe convocare per il 14 gennaio. Tuttavia, cresce il pressing - dal Tesoro alle associazioni di categoria - per evitare un addio capace di «destabilizzare non solo il Monte paschi, ma l’intero sistema bancario italiano» spiega un banchiere di lungo corso.
Un ruolo chiave nel tentativo di ricucire lo strappo tra la Fondazione e il vertice della banca è giocato da Enrico Granata, appena nominato direttore generale della stessa Fondazione. Granata ha un lungo trascorso all’Abi: a Palazzo Altieri era arrivato nel 1994 dal Tesoro dove, nella prima metà degli anni ’90, ha lavorato anche con Mario Draghi, all’epoca dg di via Venti Settembre. E in queste ore il «legame» tra l’ex alto dirigente della Confindustria del credito e il presidente della Banca centrale europea è tornato alla ribalta. A Siena se ne parla con insistenza. Perché il nuovo numero due di Palazzo Sansedoni - che si insedia formalmente oggi - avrebbe, tra altro, una sorta di mandato speciale: da avvocato e fine giurista dovrebbe negoziare la pace tra Profumo e gli esponenti politici locali del Partito democratico. Ieri il sindaco di Siena, Bruno Valentini (Pd), ha detto di puntare «all’unità di intenti».
Si vedrà. Sulle doti da mediatore di Granata - che era stato frettolosamente allontanato dall’Abi nel 2011 dall’ex re di Mps, Giuseppe Mussari, e adesso si godela rivincita -scommettono in tanti. In ballo c’è pure a la trattativa con le banche estere che vantano un credito da 340 milioni di euro nei confronti di Palazzo Sansedoni. Si punta anche al «rapporto diretto» che il dg della Fondazione, da direttore centrale Abi ,aveva instaurato con Profumo. Il quale, con l’ex manager Abi come interlocutore, avrebbe una garanzia in più: un’ipoteca in casa dell’azionista.
L’interesse a evitare scossoni, come accennato, è diffuso. Non è un caso che un pezzo da novanta del calibro di Federico Ghizzoni, ad di Unicredit, abbia apertamente dichiarato, ieri a Firenze, di sperare che «Profumo rimanga». E, salvo sorprese, il presidente dovrebbe restare al suo posto. Più articolata la posizione di Viola. Anche perché l’ad del Monte avrebbe ricevuto un’offerta allettante da Piero Giarda, fresco presidente della Banca popolare di Milano. Giarda vorrebbe Viola come amministratore delegato a Piazza Meda, ruolo che il fondo Investindustrial vorrebbe invece affidare a Giuseppe Castagna. Lo stipendio preteso dall’ex dg di Intesa, tuttavia, sarebbe fuori budget: 1,5 milioni tra retribuzione base e premi.