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 2014  gennaio 08 Mercoledì calendario

LA TERRA CHE UCCIDE I FIGLI


Nella «terra dei fuochi» fuoco non ce n’è, c’è il fumo nero che si vede da lontano, c’è la puzza che di notte sveglia i palazzi, le luci accese, le finestre sbattute. Mamma mia, ancora, e che è?
Dice padre Maurizio Patriciello che l’uomo può convivere con molte cose, ma che il fetore ti entra dentro, ti rivolta lo stomaco e ti fa venire nella testa delle domande. «A me è successo così: una notte come tante mi sono svegliato per l’odore, ho chiuso la finestra, mi sono seduto davanti alla croce appesa al muro e ho chiesto: Signore, che dobbiamo fare? Dieci minuti dopo stavo scrivendo come un pazzo su Facebook, raccontavo, chiedevo, insultavo. La mattina dopo avevo migliaia di risposte. Non mi sono fermato più. All’ultima fiaccolata eravamo 100 mila, un grande successo, ma anche una sconfitta: quanta gente è stanca di stare zitta?».
Padre Patriciello è prete al Parco Verde di Caivano, un agglomerato di case che — come tutti gli altri qui intorno — «è un peccato mortale». Dopo il terremoto di Napoli del 1980 i finanziamenti pubblici hanno fatto svuotare i bassi di Napoli ed edificare questi concentrati di miserie «economiche, sociali, culturali. Mostri, in cui poi mettono un prete, gli danno l’etichetta di “anticamorra” e stanno sereni tutti», dice lui che è diventato il simbolo della protesta della gente della «terra dei fuochi», la voce che grida alla messa della domenica, nei cortei, alle fiaccolate, durante i funerali dei bambini morti di tumore, nati e cresciuti in questo pezzo di Paese in cui i roghi tossici sono solo la parte visibile del problema.
La questione dell’avvelenamento della Campania («Dal Basso Lazio ai Campi Flegrei», come disse nel 1997 il pentito dei Casalesi Carmine Schiavone in una deposizione alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei 
rifiuti, secretata e declassificata solo nell’ottobre scorso) inizia negli anni ’80 con l’ingresso della camorra nel business dello smaltimento dei rifiuti tossici delle industrie del Nord e forse anche della Germania. I prezzi offerti sono ridicoli, ma nessuno si fa domande. Non costa niente, in effetti, interrare illegalmente i fusti contaminati, sversare i fanghi tossici o radioattivi, solo un po’ di soldi da dare ai vecchi latifondisti a cui della terra non frega più nulla, tanto fanno altro e i campi li affittano ai contadini che ci coltivano frutta e verdura. «Tra vent’anni moriremo tutti di tumore», disse Schiavone. Fu ottimista, la strage è cominciata anche prima, forse perché a quei veleni se ne sono aggiunti altri. Gli elettrodomestici delle rottamazioni «porta il frigo vecchio te lo diamo nuovo», gli pneumatici del «cambio gomme a prezzi stracciati», l’eternit dei tetti che smaltire in regola costa troppo e allora lo si fa a pezzi e lo si butta sotto i ponti, gli scarti dell’industria campana che lavora in nero e che in nero se ne deve liberare, mischiandoli con i rifiuti urbani tanto da far esplodere le discariche, bruciandoli nelle campagne.
Gli androni dei palazzi della «terra dei fuochi» risuonano del tic tac dei martelletti: qui ci si spacca i polpastrelli per fare scarpe bellissime, a mano, in nero, per 15 euro al giorno. Se vuoi mantenere la commessa, adesso che sui roghi si sono accesi i riflettori e le aziende non vogliono correre rischi, devi pensarci tu agli scarti: pellame, colla, vernice. Il fumo dei fuochi nasconde molte cose: il ricatto, il disprezzo e l’ignoranza.
LE TREMILA PECORE dei Cannavacciuolo avevano tutte un nome, mi spiegano che è possibile distinguerle l’una dall’altra se, come facevano loro, ci mangiavi accanto e ci dormivi pure e se, in buona sostanza, gli volevi bene a quegli animali che ti facevano campare da generazioni col loro latte, i formaggi e gli agnelli leggeri, che la sera prima che venissero a prenderli per il macello c’era sempre qualcuno che diceva: «No, questo no, questo me lo tengo io, non ce la faccio a darlo». Facevano il pascolo vacante le pecore con i nomi: andavano sui terreni, mangiavano la risulta del raccolto, fertilizzavano. Una cosa buona per tutti che andava avanti dal 1700. Poi nel 1997 iniziano a nascere i primi agnellini strani: due teste, un occhio solo in mezzo, la coda ai lati del corpo».
«Mostri», ricorda Alessandro che allora era bambino e che in trecento anni è il primo Cannavacciuolo a non fare il pastore. «Mio padre e mio zio hanno iniziato a dire che qualcosa non andava, a fare 
manifestazioni. Solo nel 2003 la Asl ha fatto i controlli: hanno trovato nelle pecore 51 picogrammi di diossina, 3 è il limite massimo. Ma i risultati ce li hanno comunicati otto mesi dopo, intanto abbiamo continuato a vendere il latte, a mangiare i nostri formaggi, ad ammalarci».
Alessandro ha 25 anni, studia Giurisprudenza e gli è stata assegnata una scorta h24 – ma dov’è? Chiedo. Mai vista, mi risponde – perché da anni si è messo a fare nomi e cognomi di chi è responsabile dei veleni ad Acerra, della morte delle sue pecore, della fine della sua famiglia.
«I Pellini, che avevano un’azienda per lo smaltimento dei rifiuti, anche tossici, una per la produzione del calcestruzzo e una per quella del compost. Hanno messo tutto insieme: il loro compost faceva paura, era grigio, lo spargevano sui terreni, sversavano i liquidi illegalmente, con la connivenza delle forze dell’ordine e di una parte della magistratura. Un processo infinito li ha condannati solo a traffico illecito di rifiuti, quando il reato vero è il disastro ambientale. Io non ho paura di dire queste cose, anche se mi hanno minacciato, ammazzato i cani, scavato buche per dirmi che è lì che ci metteranno. Organizzo manifestazioni, faccio fare le analisi del sangue alla gente. Parlo, perché finché parlo sono vivo. Parlo perché da quel giorno che ci hanno ucciso tutto il gregge e noi piangevamo non ho niente da perdere. Sono giovane, ma io so che da questa terra non me ne voglio andare. Non ce ne dobbiamo andare noi, se ne devono andare loro».
DON PATRICIELLO DICE che è bello che si stia cominciando a scalare la montagna, «ma se lo fai con le scarpe da cerimonia non sai quando arrivi in cima». Per sapere quanto è ripida e ghiacciata la parete bisogna parlare con le mamme delle cartoline. Si chiamano così perché in undici si sono fatte fotografare da Mauro Pagnano con le foto dei loro bambini, hanno stampato 45 mila copie dei loro ritratti e le hanno mandate al presidente Napolitano e a papa Francesco. Ci sono le foto e non i bambini perché loro sono morti, di tumore. Tonia contro il suo medulloblastoma ha combattuto per quattro anni: dai due ai sei, poi il 26 agosto del 2013 ha vinto lui. Questo tipo di tumore del cervello ha un’incidenza di un caso ogni 200.000 persone. Ad Acerra, dove Tonia è nata e dove vivono meno di 60 mila persone, ce l’hanno avuto in quattro. Il suo è stato cattivissimo e bastardo: dopo ogni operazione sembrava andato via, ma poi i puntini tornavano sempre. «Tonia ha subito cinque interventi al cervello e due autotrapianti di midollo, cicli di chemio durissime, radioterapie cranio spinali tanto dolorose da richiedere ogni giorno un’anestesia. Per 40 giorni», dice Pina Leanza, sua mamma. «Ma è sempre stata una bambina allegra, anche quando siamo state più di un mese in isolamento dopo il trapianto in una stanza di tre metri per tre, e il presepe l’abbiamo fatto con le cannucce del succo di frutta. Solo alla fine diceva: mamma, mi sento i vermi in testa, e allora io per mandarli via le facevo lo shampoo con il balsamo».
Il nemico di Dalia, 12 anni, invece, è stato un linfoma non Hodgkin che si è presentato senza troppi convenevoli con una massa di 14 centimetri. Quando glielo diagnosticano chiedono a Tina, sua madre, se per caso vive in una zona molto inquinata e lei risponde di no: «A Casalnuovo c’è tanta campagna, io pensavo che l’inquinamento fosse quello delle macchine». Le dicono che con quel tipo di tumore ha il 95 percento di probabilità di salvarsi, si sbagliano: anche con lei il male va e torna, nonostante le cure. Dalia, che è bravissima a scuola e campionessa italiana di karate, smette di fare tutto e aspetta. «Abbiamo fatto anche la Di Bella, diecimila euro in due mesi, una colletta tra amici e parenti. Non è servita a salvarla, ma l’ha fatta morire con meno dolore. Dalia ha saputo tutto, da subito. La trovavo davanti al computer, cercava informazioni sul suo male».
«Quando ti muore un figlio smetti di vivere anche tu. Sopravvivi. Ma se ti muore perché qualcuno ha delle colpe, delle responsabilità, allora la tua sopravvivenza diventa una lotta», dice Tina. «Io da quando Tonia è andata via sono un leone. E così le altre mamme delle cartoline». Hanno deciso che farsi forza non basta, che bisogna sapere, denunciare, informare e così si ritrovano quasi tutti i giorni «a piangere, ridere, e arrabbiarsi». «Dalia», dice Tina, «ha combattuto una guerra che non era la sua, troppo grande, troppo assurda. Io ho il dovere, verso di lei, di onorare il suo ricordo continuando a combattere. Di insegnare che se non curo il posto dove vivo, non potrò curare le persone che ci vivono».
NON GLIELO DICO per dire, perché lei è di Vanity Fair, ma questa è una lotta soprattutto di donne», dice Antonio Marfella, medico tossicologo e oncologo dell’ospedale Pascale di Napoli. «E io, anche per questo, sono pieno di speranza», annuncia, appena prima di raccontare che i reparti di oncologia di alcuni ospedali campani stanno letteralmente esplodendo; che al Pascale hanno appena fatto una sala giochi per i bambini perché, pur non essendo un oncologico pediatrico, l’età delle donne ricoverate è così bassa che quasi tutte hanno figli piccoli; che in 3 anni il numero di casi in cui i medici di base hanno inserito il codice Asl 048 (quello per indicare una patologia di neoplasia maligna) è aumentato tra il 60 e l’80 per cento nella zona tra Napoli e Caserta. «E stiamo parlando delle province» con l’età media tra le più basse in Italia».
Eppure è speranzoso. «Sì, perché stiamo assistendo a un risveglio civile, che non è una protesta nimby (Not In My Back Yard, non nel mio giardino, ndr) di gente che non vuole l’inceneritore, ma è la sollevazione di un pezzo di Paese che sta pagando pesantemente e per primo per un sistema che vige anche altrove. La differenza è che qui è stata usata la camorra che, ignorante com’è, ha avvelenato anche se stessa. Ma i pesci del Po stanno diventando ermafroditi, il cancro al seno alle ventenni si referta anche a Milano». Per lui tutto comincia a metà degli anni 2000, quando, come responsabile di laboratorio del Pascale, nota quasi improvvisamente un crollo vertiginoso nell’età delle diagnosi di tumore. E una certa omogeneità nelle aree di provenienza. «Sa, a me non piace quest’idea dell’oncologia per cui con il cancro si può convivere tutta la vita, non brindo alla diagnostica che scopre tumori nei giovanissimi, penso che sia un fallimento. Penso che di tumore non ci si dovrebbe nemmeno ammalare, e che il nostro primo dovere deve essere tutelare l’ambiente. Non tutto è perduto, nemmeno qui. Siamo a metà del cammino: adesso sappiamo, ci resta da fare».
BONIFICA, DA QUESTE parti, è una parola che fa paura, perché è il carro che sta per passare, il carro con i soldi, quello su cui metterà le mani la camorra «che prima ci ha avvelenati e adesso ci vorrà ripulire, in un ciclo perfetto solo per loro», dice don Patriciello. A dicembre i terreni agricoli di questa zona di Campania sono ancora verdi: la verdura non è stata raccolta, non la vuole nessuno. Al mercato all’ingrosso l’ultimo prodotto che è stato venduto sono stati i pomodori, ma a dieci centesimi al chilo: non valeva nemmeno la pena raccoglierli. Poi più niente. Giuseppe d’Ambrosio mi porta al suo campo di verze che stanno ingiallendo a terra. «Coltivavo tabacco, poi ho pensato che volevo produrre qualcosa che facesse bene e non male, e ho messo frutta e verdura, non immaginavo questo», e fa un gesto con la mano, ad abbracciare quella cosa contro natura. «I campi contaminati sono solo l’1 per cento di quelli coltivati», dice Enzo Tosti del Coordinamento comitati fuochi, «ma, nel dubbio e per paura, stanno pagando tutti». Il decreto legge approvato il 3 dicembre stabilisce che tutti i terreni debbano essere analizzati e classificati come idonei o non idonei a coltivazioni alimentari. «Un campo contaminato non è perso: ci sono le coltivazioni nofood, come i pioppi o la canapa. I pozzi tossici si possono bloccare, i canali bonificare», dice Tosti. «Bisogna recuperare il rispetto per la terra. Mia nonna chiamava le sue zucchine ’e criature, le figlie».
Un filo sottile lega le ragazze in ciabatte e camicia da notte che vedono i loro figli nella sala giochi di oncologia e il nostro frigo nuovo, gli agnellini belli che nessuno vuole dare da ammazzare e le tasse che strozzano gli imprenditori, gli occhi di velluto dei bambini che non ci sono più, che ti guardano dai muri dei tinelli delle mamme delle cartoline e le scarpe fatte a mano, la verza sana che Giuseppe ha raccolto per farci la minestra per la sua famiglia e la voce di padre Patriciello che diventa roca appena c’è un po’ di umido, ma che ancora pochi ascoltano. Questo filo non si chiama destino, si chiama speranza.

CINQUE GIORNI FA
L’ex ministro (Mara Carfagna) rimanda al mittente il decreto del Governo sulla Terra dei Fuochi perché con contiene risorse aggiuntive rispetto a quelle già stanziate dalla giunta Caldoro e non risolverà il problema. “Da qui la decisione di presentare 100 emendamenti ma – chiarisce il deputato Paolo Russo – non a scopo ostruzionistico ma per riempire il decreto di contenuti e risorse per le bonifiche. “Servono più uomini per il controllo, maggior fondi e più concertazione aggiunge Russo. Ci ancora tempo per migliorarlo e cambiarlo. “Magari – auspica Pina Castiello – con un intervento del Presidente della Repubblica
Giorgio Napolitano”.

BRUNETTA E CONFERENZA STAMPA FORZA ITALIA
(ASCA) – Roma, 14 gen 2014 – ”Di fronte a questioni rilevanti il Movimento 5 stelle o va sul tetto oppure fa melina lanciando la palla sugli spalti. Ci dispiace che i colleghi pentastellati non abbiano contribuito in modo significativo al miglioramento del decreto ”Terra dei fuochi’ e siamo certi che non lo abbiano fatto per malavoglia ma, temiamo, per incapacita’. Quella che stanno portando avanti ci sembra una strategia intimidatoria volta a frenare l’azione e la proposta emendativa di Forza Italia”. Lo dichiara in una nota Renato Brunetta, presidente dei deputati di Forza Italia. ”Abbiamo ottenuto l’esenzione del ticket per i programmi di prevenzione e diagnostica precoce contro le malattie tumorali, l’invio dei militari nei territori interessati dal fenomeno dei roghi e degli sversamenti illegali di rifiuti, l’indicazione di parametri certi per le bonifiche e per l’utilizzo dell’acqua di falda. E siamo anche riusciti a fare in modo che per le bonifiche potranno essere utilizzate le risorse sequestrate ai clan e che negli appalti sara’ applicato il modello Expo 2015 contro le infiltrazioni della criminalita”’, aggiunge Brunetta. ”Sono questi i risultati che la Campania ha raggiunto grazie al lavoro dei nostri parlamentari. Quello dei grillini e’ solo l’atteggiamento di chi perde sul campo e ruba la palla. Per trovare una verginita’ di merito provano, infatti, ad attaccare in modo bislacco ed immaturo proprio Paolo Russo che, fin da quando presiedeva la Commissione d’inchiesta sulle ecomafie, ha denunciato in Parlamento e con atti ufficiali distorsioni, connivenze e disastri nel sistema dei rifiuti indicando criticita’ e soluzioni che, puntualmente chi governava la Campania ha disatteso. Impareranno che gli attacchi strumentali sono un boomerang ed apprenderanno anche come, un gruppo di opposizione, puo’ contribuire a migliorare una norma non per i propri elettori ma per il Paese”, conclude Brunetta.

TERRA DEI FUOCHI NEL LAZIO
ROMA - «Io ho salvato Roma dal caos rifiuti, in questa materia sono l’oracolo». Manlio Cerroni, proprietario della discarica di Malagrotta, accusato di associazione a delinquere e truffa, si è difeso così nel corso dell’interrogatorio di garanzia davanti al gip, durato circa tre ore. Nel rispondere alle domande del magistrato, Cerroni ha più volte spiegato di non aver violato alcuna legge e si è spesso definito «il salvatore della patria», respingendo tutte le accuse. «Dovreste farmi un monumento - ha detto Cerroni a un certo punto - per quello che in questi anni ho fatto». «Non ho mai pagato nessun politico» ha detto anche il «re dei rifiuti». Secondo l’avvocato, infatti, non sarebbe stato lui a cercare la politica, bensì il contrario. Al termine dell’interrogatorio i legali di Cerroni non hanno presentato istanza di scarcerazione. Ora il prossimo passaggio è il tribunale del riesame, le carte da leggere sono tantissime.

Inchiesta sui rifiuti, arrestati Cerroni e altri sei

Inchiesta sui rifiuti, arrestati Cerroni e altri sei
Inchiesta sui rifiuti, arrestati Cerroni e altri sei
Inchiesta sui rifiuti, arrestati Cerroni e altri sei
Inchiesta sui rifiuti, arrestati Cerroni e altri sei

«IL SUPREMO» - Nelle carte di giudici, Cerroni che era definito anche «Il supremo» era a capo di un sistema che influenzava le scelte della pubblica amministrazione. Le intercettazioni dimostrano rapporti con politici regionali e nazionali e anche con giornalisti. Cerroni era sotto inchiesta da mesi e i magistrati avevano chiesto misure cautelari già nel 2013 ma il fascicolo era stato rubato. È durato invece due ore l’interrogatorio di Bruno Landi, ex governatore della Regione Lazio. Cerroni e Landi sono agli arresti domiciliari dal 9 gennaio come altre sei persone.

Bruno LandiBruno LandiL’INCHIESTA - L’accusa principale di associazione per delinquere è ipotizzata per 9 dei 21 indagati coinvolti nella vicenda giudiziaria. I sette agli arresti domiciliari sono: Manlio Cerroni, Lazio Bruno Landi, Luca Fegatelli, fino al 2010 a capo della Direzione regionale Energia, Francesco Rando e Piero Giovi, storici collaboratori del patron di Malagrotta, Raniero De Filippis , e Pino Sicignano, direttore della discarica di Albano Laziale. Le accuse, secondo le diverse posizioni, sono di associazione per delinquere, traffico di rifiuti, frode in pubbliche forniture, truffa e falso ideologico.
Giovedì l’attività del gip proseguirà con l’interrogatorio di garanzia per Luca Fegatelli e di Raniero De Filippis responsabile del dipartimento del territorio della Regione Lazio dall’ottobre 2007 all’ottobre 2010.

INDAGATO NEO PRESIDENTE AMA - Mercoledì pomeriggio è in corso in Campidoglio un vertice tra il sindaco di Roma, Ignazio Marino, l’assessore all’Ambiente, Estella Marino, e il neo-presidente e ad di Ama, Ivan Strozzi. Una riunione convocata dopo le notizie che vedrebbero il nuovo presidente dell’azienda dei rifiuti indagato per traffico di rifiuti come ex ad di Enia, l’azienda multiservizi che operava a Parma, Reggio Emilia e Piacenza.

L’INTERPELLANZA - «Dopo l’arresto di Cerroni il Governo verifichi lo stato del sottosuolo delle sue discariche per evitare una «Terra dei Fuochi» nel Lazio. L’arresto di Cerroni è solo l’inizio e non deve assolutamente essere il fumo negli occhi per rimanere inermi di fronte al problema della gestione del ciclo dei rifiuti». Lo afferma la senatrice Maria Elena Fattori che «per questo motivo ha presentata una interpellanza rivolta al premier Enrico Letta e ai ministri Andrea Orlando, Beatrice Lorenzin e Flavio Zanonato.