Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2014  gennaio 08 Mercoledì calendario

VOTTORIA PUCCINI E LUI HA SUPERATO LA PROVA DELLA TORTA


«L’ho pensato per ogni uomo che ho amato: “Da vecchi metteremo la dentiera nello stesso bicchiere”. Ma con Fabrizio non è solo questo. Mi sento finalmente appagata, arresa bene, in pace. Come quando “non devi più”: avere paura, fremere, cercare altro, aspettare».
Vittoria Puccini sfila via le scarpe col tacco e sale a piedi nudi sul cornicione dell’Hotel Excelsior. Deve essere gelido, e lei per maniera non dà a vederlo, ma deve salirle il freddo, sotto il vestito lungo Blumarine che indossa per l’ultimo cambio d’abito di queste foto.
Roma è luce, e cupole, e un cielo screziato di nuvole. Si sporge: «Non soffro di vertigini. Finché non guardo giù i pedoni piccoli piccoli: allora mi gira tutto, e devo scendere dalla giostra».
Ma giù non guarda. Ha trentadue anni, e quello che dalle sue parti si chiama «ungrandaffare». Il toscano le esce come qualcosa di involontario e di amato, da conservare con cura. È Firenze, l’infanzia, la madre che non c’è più e che, con quella stessa inflessione nella voce, la richiamava per pranzo mentre lei bambina si attardava in giardino, con in braccio il coniglio di pezza che ora ha passato alla figlia Elena, «sette anni, tutta suo padre», l’attore Alessandro Preziosi, che non rimase solo il Conte Ristori con cui Vittoria, da Elisa di Rivombrosa, viveva una tormentata passione in costume.
Pure nel fuori copione finì male. Male li trattarono i titoli di giornale: un tradimento – una leggerezza, forse qualcosa di più – su cui lei rivendica oggi il diritto all’oblio.
Al dolore seguì un’altra storia, tormentata anche quella, con un collega, Claudio Santamaria, prima che nel 2012 incontrasse, lavorando alla miniserie Anna Karenina, un signore non «da copertina»: Fabrizio Lucci, 52 anni, romano, su quel set direttore della fotografia. I «guai d’amore» diventano allora qualcosa di conosciuto ma al tempo stesso distante, con cui tornare a dannarsi, semmai, solo per lavoro. Per esempio, nei panni di Marta in Tutta colpa di Freud, l’ultimo film di Paolo Genovese. Libraia «con il conto sempre rosso vermiglio», dopo avere già presentato al padre analista (Marco Giallini) un campionario piuttosto esaustivo dei «maschi meno raccomandabili» (un filosofo, un giocoliere, un poeta), Marta si stende sul lettino e gli confessa: «Ho perso la testa per un cleptomane. Sordomuto».

Se un giorno questo discorso qui glielo facesse sua figlia?
«Proverei a seguire l’esempio dei miei genitori. Proverei a lasciarla libera. Pure di prendere una cantonata. Gli amori, tutti – questo l’ho imparato assieme al linguaggio dei segni –, dovrebbero essere intimi e attenti all’altro, come quelli tra un udente e uno che non sente né parla».
E se invece venisse come Sara – Anna Foglietta, l’altra protagonista – a dirle: «Mamma, sono lesbica»?
«Mi sono chiesta come reagirei. E mi sono risposta: i figli non possono essere la nostra fotocopia. Né il compiersi dei nostri condizionali. Hanno una loro testa, sentono in modo diverso, fanno scelte proprie».
Quindi?
«L’accetterei. Mi preoccuperei piuttosto che Elena conservi l’onestà, resti una persona pulita, e sappia rispettarsi per farsi rispettare. Pregherei poi che questa donna non la faccia soffrire».
Se le fosse toccato l’altro ruolo, quello dell’omosessuale con scene di nudo, avrebbe esitato?
«Non avrei provato un pizzico di imbarazzo in più rispetto a quello da vincere ogni volta che devo baciare un attore che non è il mio compagno».
Con Fabrizio, a proposito, è iniziata a riprese di Anna Karenina quasi finite.
«Durante la lavorazione, sono concentrata. Vedo poco quello che mi succede intorno. E lasciare che una relazione cominci a set aperto è pericoloso. Se poi le cose non dovessero andare?».
Per questo durante Elisa ci mise otto mesi per prendere un caffè con Preziosi?
«Di indole sono chiusa, non mi apro, non mi lascio andare, ho parecchi freni, e faccio fatica. Lo stesso è successo stavolta».
Però alla fine ha accettato il suo invito a cena, nella neve di Vilnius, in Lituania.
«In Tutta colpa di Freud consiglio con gli uomini “la prova della torta”. Arrivati al dolce, se lui offre un assaggio, è di animo gentile, e si può proseguire. Se no, è un ingordo, da evitare di frequentare».
Fabrizio l’ha superata?
«Non ce n’è stato bisogno. Ho sempre avuto uomini galanti, che non andavano all’arrembaggio degli ultimi due maccheroni nella padella. Rinuncio volentieri alla parità sessuale, nelle prime uscite. Mi piace essere indipendente, ma mi si deve aprire la portiera e offrire la cena».
È gelosa?
«Possessiva, ma senza malizia: non spio, per intenderci, il cellulare. Non mi rendo ridicola».
Lui ha vent’anni in più. Le pesa la differenza?
«No. Quando la Lazio ha vinto il derby a Roma, dopo lo stadio è venuto a prendermi a un evento al Maxxi in motorino, con la sciarpa biancoazzurra al collo. Io indossavo una tuta elegantissima di Valentino e sandali da vertigine. Pur da tifosa della Fiorentina, gli ho proposto di accompagnarlo a festeggiare a Ponte Milvio. Come due ragazzini».
Pensa sia la volta buona?
«È un uomo posato: molto realizzato, sereno, senza frustrazioni, ansie, angosce. Con lui, la mia consueta sindrome della crocerossina non serve. Io, abituata a subire il fascino del bello e dannato, non avevo mai provato tanta sicurezza nei confronti di una storia. Anche se quando di mezzo c’è una figlia bisogna andarci cauti».
Ha timore di doverle raccontare: «È finita un’altra volta»?
«No, spero di non doverlo più fare. Elena lo vede che sto bene».
È felice di averla avuta presto? Aveva 25 anni.
«Molto. Con Alessandro l’abbiamo desiderata, ed è venuta. Adesso io sono ancora giovane, e lei è già una compagna di viaggio. Iniziamo a divertirci. Viviamo insieme, proviamo le sceneggiature, mi aiuta a studiarle: io faccio la mia parte, lei tutti gli altri ruoli. Si fa sempre promettere che ogni cosa che ci diciamo in privato resti un segreto tra noi».
Pensa mai a fare un altro figlio?
«Per adesso no, ma io non programmo nulla, non sono di quelle: “Entro i 30 il primo, entro i 35 il secondo”. Vedremo».
In Tutta colpa di Freud la libraia che interpreta si rifiuta di vendere Cinquanta sfumature di Grigio.
«Non è una grande affarista. Ma sa che neppure io l’ho letto?».
In compenso, in un’altra scena, dà lezioni di sesso.
«Il sesso è tra le fondamenta dell’amore. E non sono d’accordo con chi dice che a 30 è meglio che a 20. La qualità non la dà l’anagrafe, ma con chi lo fai, che cosa c’è in ballo. Oggi mi riconosco una femminilità più matura: io che ho sempre avuto un corpo adolescenziale, mi sento più piena, meno fresca, sì, ma pure meno acerba».
Le è capitato, per un dolore, di pensare di mollare tutto, come succede nel film a Claudia Gerini tradita?
«C’è stato un momento in cui mi sono sentita troppo fragile per continuare. È successo quando con mia madre (scomparsa all’improvviso a 60 anni nel 2011 mentre Vittoria era madrina alla Mostra di Venezia, ndr) ho perso anche il mio equilibrio. Ma avevo una figlia, e dovevo reagire. Le avrei fatto un dispetto, altrimenti. Se penso a quando me ne andrò io, a farmi male è l’idea di farne a Elena. Per questo non potevo fermarmi, cadere, polverizzarmi. Glielo dovevo, di essere più forte e feroce dell’assenza».
Lei in analisi ci è mai andata nella vita vera?
«No, forse per pigrizia. Comunque, scavo già parecchio da sola. E se una laurea mi piacerebbe avere, è quella in Psichiatria».
Nella primavera del 2014 sarà Oriana Fallaci in una miniserie Rai. Come risponde alla classica polemica del «non le somiglia per niente»?
«Neanche Pierfrancesco Favino c’entrava molto con Gino Bartali. Eppure è stato credibile nella resa, e l’hanno applaudito».
È vero che ha chiamato Matteo Renzi, a un certo punto delle riprese?
«In piena campagna elettorale per le primarie. Avevamo bisogno di girare a Firenze una scena coi Gonfaloni. Pensavo mi dicesse: “Sei fuori, con tutto quello che ho daffare”. E invece fu disponibile. E ci autorizzò in un lampo».
L’eresia di Oriana la smarcherà ancora un po’ dall’immagine di «Madonnina» che l’accompagna dai tempi di Elisa?
«Lei era una tosta. Io, da prima ancora di Rivombrosa, sono cresciuta a furia di “Come sei bella, Come sei bella, Come sei bella”. Avrei voluto scomparire, tanta era l’ansia di dovere essere sempre all’altezza di quel giudizio, di quella bellezza. Per questo odio quando mi dicono: “Ma sei dimagrita?”, “Ma quanti chili hai messo?”, “Ma come stai in forma!”. Vorrei rispondere: “Ma mi date tregua?”».
Invecchiata per fare la Fallaci, come si è vista?
«Più cresco, più somiglio a mia madre. Le rughe sono l’ultimo dei miei problemi. Non le aiuto – la sera mai più a letto senza crema – ma non ne ho paura. Sul mio viso accada come altrove: sia quel che deve».