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 2014  gennaio 08 Mercoledì calendario

LA LISTA DI BERGOGLIO - PUNTATA N. 6

È un documento «a uso esclusivamente interno» quello che Am­nesty International si affretta a redigere all’indomani della fumata bianca che il 13 marzo 2013 porta Jorge Mario Ber­goglio a diventare vescovo di Roma. L’organizzazione interna­zionale per i diritti umani ha studiato a lungo il caso argentino. Milioni di pagine di resoconti, centinaia di testimonianze, una montagna di prove contro il regime. Un archivio di nomi e sto­rie che ha contribuito ad alimentare quell’incessante ricerca che ha permesso di scoprire anche alcuni ex aguzzini tornati a celar­si nella strana normalità di un paese in cui anche la verità è stata a lungo fatta scomparire.

Alcune ore dopo lo scrutinio nella Sistina, negli uffici di Amne­sty disseminati in ogni continente squillano ripetutamente i te­lefoni. Sono giornalisti e attivisti che chiedono un commento do­po l’elezione del nuovo pontefice. Nel quartier generale di New York viene redatto un memorandum che riassume la linea da a­dottare nei rapporti con i media. Gli archivi vengono passati al setaccio. I database vengono interrogati più volte. Si cerca un no­me: Bergoglio. Nessuna risposta. Dunque vengono coinvolti gli at­tivisti che da maggior tempo si occupano di desaparecidos, e nean­che questi riescono far riemergere dalla loro memoria una qual­che accusa che si sia rivelata anche solo parzialmente fondata.

Pur con la prudenza che si deve a una vicenda le cui ripercussio­ni giudiziarie non sono ancora storia, Amnesty fornisce ai suoi dirigenti una guida inequivocabile.

Il testo, che riporto qui (la traduzione dall’originale inglese è mia), è un documento fondamentale per la comprensione del «caso Ber­goglio ». Quantomeno per come questo è stato conosciuto e se­guito da un’organizzazione sulla cui indipendenza non ci sono sospetti.

Lo riportiamo integralmente di seguito.

Amnesty International Domande e risposte Documento interno - da non utilizzare per dichiarazioni pubbliche o comunicati - solo per uso ’reattivo’ 14 marzo 2013 LA CHIESA CATTOLICA E IL RUOLO DEL NUOVO PAPA DURANTE L’ULTIMO REGIME MILITARE ARGENTINO (1976-1983)
Mercoledì 13 marzo 2013 è stato eletto un nuovo papa, l’or­gano di massima autorità della chiesa cattolica. La per­sona designata per questa posizione è il gesuita argenti­no Jorge Bergoglio, che ha scelto il nome di Francesco. Fino alla sua elezione, il cardinale Bergoglio è stato l’arcivescovo di Buenos Aires, Argentina. – Che cosa pensa Amnesty International dell’elezione del nuo­vo papa, che è stato messo in relazione con violazioni dei diritti umani durante il regime militare in Argentina? La tragedia vissu­ta in Argentina tra il 1976 e il 1983, quando il regime militare si è reso responsabile di violazioni sistematiche dei diritti umani, ha visto la soppressione della vita di migliaia di persone. Amne­sty International ha lavorato per anni in cerca della verità, della giustizia e della riparazione per i crimini commessi dall’ultimo governo militare in Argentina e da altri regimi militari nei paesi della regione (come Cile, Uruguay, Paraguay e Bolivia) durante gli anni Settanta e Ottanta. In quel periodo Amnesty Internatio­nal ha documentato e denunciato migliaia di casi di sparizioni, torture, omicidi extragiudiziali e rapimenti di bambini, impe­gnandosi in una campagna affinché gli autori di tali atti venisse­ro portati davanti alla giustizia. Amnesty International non pren­de posizione sulla persona che ricopre la carica di papa, né sulle modalità con cui si è pervenuti alla scelta.

In relazione a eventuali nuove accuse circa presunti legami del­l’ex arcivescovo di Buenos Aires, riguardo all’ipotesi che egli ab­bia commesso violazioni dei diritti umani, l’organizzazione af­ferma che ciò deve essere indagato imparzialmente e con indi­pendenza, come nel caso di qualsiasi altra persona. Questa af­fermazione non deve essere interpretata, in ogni caso, nel sen­so che Amnesty International attribuisca o neghi credibilità a ta­li ipotesi. – Qual è stato il ruolo della chiesa cattolica in Argentina durante il regime militare?

Amnesty International è a conoscenza delle accuse che mettono in collegamento la chiesa cattolica con le autorità del regime mi­litare in Argentina e il suo possibile coinvolgimento o partecipa­zione a violazioni dei diritti umani. Amnesty International, tuttavia, non crede che sia possibile ge­neralizzare il ruolo della chiesa cattolica, in Argentina o in qual­siasi altro paese della regione. Ci sono stati diversi tipi di contestazione in merito al ruolo svol­to dalla chiesa cattolica durante il regime militare. Si va dall’ac­cusa di non riuscire ad agire contro le violazioni dei diritti uma­ni (ad esempio, omettendo il sostegno alla ricerca dei desapare­cidos o non intercedendo, in casi particolari, di fronte alle auto­rità) a quella di condurre gli oppositori nelle mani del regime.

Alcuni membri della chiesa sono stati assicurati alla giustizia. La condanna all’ergastolo inflitta a Christian Von Wernich, ex cap­pellano della polizia di Buenos Aires, è di dominio pubblico. Von Wernich è stato condannato nell’ottobre 2007 per il suo ruolo in 42 sparizioni, 7 omicidi e 3 1 casi di tortura (news.bbc.co.uk/1/hi/ world/americas/7035294.stm e www.amnesty.org/es/region/ar­gentina/ report-2008). Non dobbiamo dimenticare che all’interno della chiesa in Ar­gentina e nella regione molti si sono opposti a questi regimi e han­no subito intimidazioni, torture, la scomparsa o l’esecuzione. Molti di loro hanno lavorato e continuano a lavorare per la pro­mozione e la protezione dei diritti umani per tutti, senza discri­minazioni.

– Qual è stato il ruolo del nuovo papa durante la dittatura? Era coinvolto in violazioni dei diritti umani?

Nel caso di Jorge Bergoglio, Amnesty International sa di un caso aperto nel 2005 riguardo alla scomparsa di due preti gesuiti, ma non ha alcuna documentazione per dimostrare o negare la par­tecipazione del nuovo papa in questi eventi. Nessuna accusa for­male è stata fatta contro Jorge Bergoglio e non abbiamo traccia nei nostri archivi di alcun coinvolgimento dell’ex arcivescovo di Buenos Aires in questo o in altri casi. Un’analisi caso per caso di ogni possibile collegamento del nuovo papa con le violazioni dei diritti umani durante il regime militare argentino spetta even­tualmente al sistema giudiziario argentino. Nessuno può essere al di sopra della legge quando si tratta di violazioni dei diritti u­mani. Nemmeno il papa. – La giustizia argentina ha fatto nulla contro le violazioni dei di­ritti umani commessi durante il regime militare?

Amnesty International ha espresso più volte la propria soddisfa­zione per i progressi compiuti dal sistema giudiziario argentino per quanto riguarda il perseguimento dei colpevoli di violazioni dei diritti umani commessi durante il regime militare nel paese e nella regione. In questo senso, l’Argentina è il paese sudamerica­no più avanzato. Casi emblematici sono stati risolti in questi ultimi anni: nel lu­glio 2012, gli ex presidenti Jorge Rafael Videla e Reynaldo Bigno­ne sono stati condannati per il rapimento sistematico dei figli de­gli oppositori e condannati a 50 e 15 anni di carcere. Nell’otto­bre 2011 l’ex capitano di marina Alfredo Astiz e altri 15 uomini sono stati condannati a pene detentive che vanno dai 18 anni al­l’ergastolo per il coinvolgimento in 86 crimini contro l’umanità commessi nel centro di detenzione segreto della Scuola di mec­canica navale (Esma, sigla in spagnolo) a Buenos Aires.

Recentemente si è aperto in Argentina il processo contro i leader sudamericani responsabili dell’Operazione Condor, un complotto internazionale di cooperazione tra i servizi segreti di Argentina, Bolivia, Brasile, Cile, Paraguay, Perù e Uruguay per arrestare, scam­biarsi ed eventualmente uccidere gli oppositori dei regimi negli anni Settanta e Ottanta.


Amnesty International continuerà a sostenere le vittime di vio­lazioni dei diritti umani e dei loro parenti per raggiungere la verità, la giustizia e la riparazione. L’organizzazione con­fida che la giustizia argentina manterrà il suo ruolo esemplare con­tro l’impunità per i crimini durante il passato.

Conclusioni


Poche ore dopo l’elezione al soglio di Pietro, quella umida sera del 13 marzo 2013, i siti internet di mezzo mondo già ribollivano di accuse, sospetti, congetture sul ruolo di Jorge Mario Bergoglio all’epoca della dittatura in Argentina. Tornava­no a circolare vecchie foto compromettenti e scartoffie sbiadite, indicanti debolezze del nuovo pontefice durante la drammatica epoca dei desaparecidos. Sintomatica la prima pagina del Mani­­festo: «Non è Francesco» è il titolo a tutta pagina brandito con la foto del nuovo vescovo di Roma, il 14 marzo. Per poi spiegare: «Nella sua biografia le luci di una scelta di povertà e le ombre di un passato vicino alla destra peronista».

Cominciai a indagare quella stessa notte, poche ore dopo la pri­ma apparizione di papa Francesco dalla Loggia delle Benedizio­ni. Non c’è voluto molto tempo ad accertare che le immagini che sul web lo ritraevano con il dittatore Videla erano un falso. An­che i documenti che avrebbero dovuto metterlo alla sbarra puz­zavano di marcio. Rovistando nel passato di Bergoglio, sono a mano a mano emer­si gli indizi che mi hanno condotto verso la «lista». Una ricerca che era aperta ad ogni possibilità, sia in senso positivo che in chia­ve negativa: riabilitazione piena oppure condanna senza appello per l’allora superiore dei gesuiti in Argentina. Non mi interessa­va fare dell’agiografia. Anzi, da cronista giudiziario, sapevo che trovare una prova incontrovertibile della connivenza di Bergoglio con i barbari che governarono l’Argentina dal 1976 al 1983 sa­rebbe stato un colpo sensazionale. Lo ammetto, scovare una no­tizia come quella non mi avrebbe dato gioia. La scoperta mi a­vrebbe provocato un’angoscia profonda, solo in parte ripagata dall’aver realizzato uno scoop internazionale. Ma una seria rico­struzione dei fatti non ammette preclusioni né pregiudizi.

È così che invece ho trovato documenti e testimonianze che e­scludono qualsiasi collusione con il regime; anzi, evidenziano in maniera netta il suo aiuto ai perseguitati dalla giunta. Lo hanno ribadito voci al di sopra di ogni sospetto: dal premio Nobel per la Pace Adolfo Pérez Esquivel, al presidente del tribunale che ha indagato sui crimini della dittatura, Germán Castelli, fino a or­ganizzazioni notoriamente rigorose e aliene da simpatie «catto­liche » come Amnesty International. Mentre l’inchiesta giornali­stica andava avanti affioravano, di tanto in tanto, voci su dissi­denti che proprio in quei terribili anni trovarono la protezione, decisiva e salvifica, del futuro pontefice. Come un rumore di fon­do che pian piano si fa sempre più forte, a quelle voci ho voluto dare un nome, un volto, un racconto. Ho cercato riscontri di que­ste storie. Una, due, poi dieci, e altre ancora. Voci di chi, dopo de­cenni, aveva deciso di non concedere agli aguzzini di allora una vittoria postuma: le menzogne su Bergoglio.

Ho fatto fatica, sì, a far parlare i componenti di questa «lista»: co­me già ho accennato, una ritrosia che inizialmente non riuscivo a spiegarmi. Come mai tutti quelli che incontravo e che doveva­no la loro vita a padre Jorge non proclamavano ai quattro venti che, lungi dall’essere stato connivente con i massacratori in gri­gioverde, il nuovo vescovo di Roma aveva agito nell’ombra, a pro­prio rischio e pericolo dell’intero suo ordine religioso, per salva­re, nascondere, proteggere, far espatriare tanti, persone per le più diverse ragioni perseguitate dal regime che imperversava nella pampa?

Il silenzio, come appunto annotavo in apertura, non era volontà di minimizzare oppure di nascondere. Rientra nel personaggio­Francesco, il quale – ripeto, senza voler fare agiografia, sono i fat­ti che parlano per lui – sembra aver incarnato in pieno quel det­tato evangelico che Matteo riporta al capitolo 16, quando Gesù parla del dovere dell’elemosina: «La tua mano sinistra non sap­pia ciò che fa la tua destra». Più volte mi sono sentito dire, dai miei interlocutori sia qui in Ar­gentina sia in Italia, che era stato proprio il futuro papa, con al­lusioni, indicazioni, parole indiziarie, a incamminarli sulla stra­da del silenzio e della non pubblicità. Conscio del fatto che un’a­perta promozione di quanto da lui fatto negli anni Settanta a fa­vore del bene di tanti avrebbe potuto essere additato a semplice operazione di marketing vaticano e quindi tacciabile chiaramen­te di propaganda. Insomma, meglio il silenzio sui propri meriti che venir accusati di autopromuoversi per conto terzi: questa de­ve essere stata – mi permetto di pensare e scrivere – la linea di condotta di padre Jorge Mario, diventato Francesco.

Aggiungo anche, pro domo mea , ma è la verità, che in questo la­voro non ho goduto di nessun apporto da parte vaticana. Nes­sun incontro, nessuna «dritta», nulla. Il mio è stato un lavoro dettato dalla curiositas che ogni cronista alberga in sé: il deside­rio di capire, di indagare, di scoprire qualcosa di nuovo. E, in­sieme, la convinzione, maturata man mano che la «lista» si affol­lava di storie, voci, parole e volti, che il bene alla fine trionfa e deve trionfare, ed è cosa buona che ciò avvenga. In questo caso, la realtà di un’azione veramente intessuta di carità e di intelli­genza da parte di padre Jorge: carità verso i tanti che a lui si era­no rivolti per un aiuto decisivo, intelligenza per come egli sep­pe muoversi nel pantano argentino (anche in casa propria, nel­la chiesa) di quegli anni. Un piccolo, prezioso risultato spero che questo libro lo abbia rag­giunto: ora, grazie ai testimoni della «lista», sappiamo con cer­tezza da che parte si era schierato Bergoglio in quell’ingarbuglia­ta e drammatica stagione di sofferenza del suo popolo. E mentre la lavorazione di questo libro volgeva al termine, altre storie, al­tri testimoni si sono fatti avanti: ex studenti, seminaristi, catechi­ste, sfuggiti alle maglie della repressione militare. Tutti grati, nel loro profondo, a un uomo chiamato Francesco, nel quale hanno trovato un sostegno fino a pochi mesi prima della sua elezione a romano pontefice. Insomma, la «lista di Bergoglio» non è anco­ra chiusa.

Interrogatorio del Cardinale Bergoglio al «Processo Esma» del 2010 -

È l’8 novembre 2010 quando la corte che deve giudicare sui cri­mini commessi nell’Esma 1 entra nell’arcivescovado di Buenos Aires, di fianco alla cattedrale, in Plaza de Mayo.

Jorge Mario Bergoglio è stato convocato per le 11:30. In conformità con la normativa locale, il cardinale poteva essere interrogato nella sua residenza.

Ci vorranno tre ore e cinquanta minuti di domande serrate, ripetiti­ve, a tratti asfissianti, per concludere uno dei faccia a faccia più atte­si da quanti seguivano i processi alla giunta militare.

Sul tavolo nessun foglio, neanche un quaderno d’appunti. Alla sua si­nistra siedono i giudici Daniel Obligado, Germán Castelli e Ricardo Farias. Di fronte a loro, la schiera di agguerriti avvocati delle asso­ciazioni dei diritti umani, dei parenti delle vittime e degli indagati. Anche i legali di Bergoglio assistono all’udienza.

Qui di seguito pubblichiamo la trascrizione dell’interrogatorio. Volu­tamente abbiamo omesso alcune risposte dai contenuti ripetitivi e i ri­ferimenti a episodi e persone che si riveleranno estranee ad ogni re­sponsabilità e che, a quarant’anni dai fatti, meritano di non essere più travolte da vicende a cui risulteranno totalmente estranee.

L’avvocato Luis Zamora, che rappresentava le vittime, ha bersagliato l’allora arcivescovo con domande sempre più insidiose. Nessuno scon­to per Bergoglio. Anche per questo i tre giudici della corte potranno concludere che nessuna responsabilità è ascrivibile al cardinale arci­vescovo.

Ogni momento della deposizione è stato videoregistrato. I nastri, che abbiamo visionato grazie a fonti giudiziarie locali, sono custoditi ne­gli archivi del tribunale. (Le note in calce e quelle tra parentesi qua­dre sono della traduttrice).

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1 Esma è l’acronimo di Escuela superior de mecánica de la Ar­mada, la scuola degli ufficiali della Marina militare argentina a Buenos Aires. Durante il periodo della dittatura fu il centro di detenzione e tortura più tristemente attivo di tutta l’Argentina. –––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––– Buenos Aires, 8 novembre 20 10 Bergoglio dichiara davanti al Tof [Tribunal oral federal] N. 5. Documento di identità nr. 4.202.826 Genitori: Mario José Francisco e Regina Sívori BERGOGLIO: Provinciale della CG [Compagnia di Gesù], fino all’8.12.1979 ZAMORA: Come venne a conoscenza del sequestro dei fami­liari e di una religiosa nella chiesa di Santa Cruz nel dicembre del 1977?

BERGOGLIO: Dai mezzi di comunicazione. Erano un gruppo di persone che lavoravano per i diritti umani e si riunivano lì. Erano due religiose francesi e una mia conoscente, Esther Bal­lestrino de Careaga 1 . ZAMORA: Sa se la gerarchia fece una denuncia riguardo a que­sto caso? BERGOGLIO: Non posso specificarlo, però presumo di sì, nel modo in cui si era soliti fare denuncia in questi casi, trattando­si di un santuario cattolico. ZAMORA: Ci sarebbero prove in qualche archivio centrale del­la Chiesa cattolica? BERGOGLIO: Presumo di sì, ma non lo so.

ZAMORA: Quell’archivio è sotto la sua autorità?

BERGOGLIO: L’archivio centrale della Cea [Conferenza epi­scopale argentina] è sotto l’autorità della Cea.

ZAMORA: E chi presiede la Cea?

BERGOGLIO: Io.

ZAMORA: Vi sarebbe modo di trovarlo?

BERGOGLIO: Trovarlo non lo so, cercarlo sì.

ZAMORA: In quali circostanze incontrò per la prima volta E.B. de Careaga?

BERGOGLIO: Era la responsabile del laboratorio di analisi chi­miche dove lavorai nel 1953-54, e si creò un forte legame di a­micizia tra di noi. Era paraguayana. ZAMORA: Quando venne a sapere del sequestro, fece qualco­sa?

BERGOGLIO: Mi rattristò molto, provai a mettermi in contat­to con qualche familiare, ma non riuscii. Si erano nascosti. U­na delle sue figlie era stata detenuta e poi rilasciata. Mi interes­sai con persone che avrebbero potuto fare qualcosa per lei.

ZAMORA: A chi si riferisce?

BERGOGLIO: Persone vicine che si potevano muovere, perso­ne che lavorano nel campo dei diritti umani.

ZAMORA: E con le autorità?

BERGOGLIO: No, perché quella era responsabilità della giuri­sdizione dell’arcivescovado di Buenos Aires, e io ero provincia­le dei gesuiti. ZAMORA: Era oppure era stato in contatto stretto con la signo­ra de Careaga? BERGOGLIO: Abbastanza. Feci quello che era in mio potere.

ZAMORA: Vediamo se può fare uno sforzo ulteriore e spiegar­celo con maggiore precisione. BERGOGLIO: Mi rivolsi a delle persone a lei vicine, affinché si attivassero per cercare il luogo dove era tenuta. Alcune erano vi­cine alle Odh [Organizzazioni per i diritti umani], altre no, per­sone che potevano avere accesso alle autorità in quel momen­to. Parlai anche con qualche funzionario dell’arcivescovado. Con monsignor Olmedo, che si occupava della parte giudizia­ria.

ZAMORA: Più avanti si interessò di sapere che tipo di inizia­ti­È BERGOGLIO: Sì, come con tutti, era normale.

ZAMORA: Dato che qui stiamo indagando sulla loro scompar­sa, sarebbe importante se lei riuscisse a ricordarsi cosa le disse­ro, che tipo di colloqui ebbe, quale fu la sua reazione in qualità di provinciale, della gerarchia...

BERGOGLIO: Il rapporto era buono. ZAMORA: No. La reazione.

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BERGOGLIO: [La reazione fu] di procedere sempre con caute­la. Bisogna anche però chiarire che non era l’unico lavoro che svolgevano. E che, in più, non vivevano nella baraccopoli. Vi­vevano nel quartiere Rivadavia, svolgevano mansioni di eserci­zi e direzione spirituale, di insegnamento e, soprattutto, padre Jalics era anche uno scrittore. I fine settimana aiutavano anche nella Villa 1.11.14 [nel quartiere di Bajo Flores].

ZAMORA: Ci fu qualche autorità ecclesiastica che prese accor­di con la giunta militare affinché, prima della detenzione di un sacerdote, si dovesse avvisare il vescovo dal quale dipendeva?

BERGOGLIO: No.

ZAMORA: Non lo sentì mai dire?

BERGOGLIO: No.

ZAMORA: È a conoscenza di ciò che accadde a Jalics, Yorio e a un gruppo di catechisti del quartiere Rivadavia?

BERGOGLIO: In che data?

ZAMORA: Nel maggio del 1976.

BERGOGLIO: Si riferisce al sequestro?

ZAMORA: Io non posso suggerirle la risposta.

BERGOGLIO: Intorno al 22, 23 di maggio vi fu una retata e fu­rono sequestrati (picchietta con il dito, nota del cancelliere).

ZAMORA: Sa chi fu sequestrato e in che cosa consistesse l’ope­rativo?

BERGOGLIO: So che i padri Jalics e Yorio furono detenuti in­sieme a un gruppo di laici. So anche che alcuni furono liberati nei giorni seguenti, o così mi fu detto.

ZAMORA: Sa se li avessero già sospesi?

BERGOGLIO: È quello che sentii dire, non lo so. Il fatto che svol­gessero la loro opera pastorale nella Villa 1.11.14 indicherebbe che potevano farlo. Difficilmente un parroco ammetterebbe co­me suo collaboratore qualcuno che fosse stato formalmente so­speso.

ZAMORA: Se non formalmente, come potrebbero essere stati sospesi?

UN GIUDICE: Da quale autorità dipendeva la sospensione?

BERGOGLIO: Dal vescovo locale.

GIUDICE: Però i due padri dipendevano dal vescovo locale o dall’ordine?

BERGOGLIO: Dipesero dall’ordine fino a che non ne uscirono. Vi fu un periodo di transizione. Successivamente […] si misero alle dipendenze del vescovo locale.

GIUDICE PRESIDENTE: E durante la transizione?

BERGOGLIO: Io dissi loro che potevano continuare a celebra­re messa fino a che non sarebbero stati incardinati.

GIUDICE PRESIDENTE: È possibile che il vescovo gli avesse ne­gato l’autorizzazione? BERGOGLIO: È una possibilità. Ma non lo so.

ZAMORA: Tuttavia in questo caso non avevano trovato un ve­scovo benevolo. BERGOGLIO: Mi riferisco al vescovo locale, il vescovo di Bue­nos Aires, il cardinale Aramburu. ZAMORA: Sa se Aramburu avesse preso una qualche decisione riguardo alla loro situazione?

BERGOGLIO: Non mi risulta.

[...] ZAMORA: Durante la transizione potevano celebrare come un qualsiasi altro sacerdote?

BERGOGLIO: Lasciai che fossero loro a interpretare le mie pa­role.

ZAMORA: Non erano nella stessa condizione di qualsiasi altro sacerdote?

BERGOGLIO: No, erano nel periodo di transizione.

ZAMORA: La sospensione quali conseguenze comporta?

BERGOGLIO: Non si può esercitare il ministero; tale prassi ha valore territoriale.

ZAMORA: Secondo lei, dato che si trovavano in un situazione molto rischiosa per il periodo storico-sociale nel quale viveva­no, e considerando che non dipendevano da nessuno durante la transizione, potrebbero aver avuto difficoltà nel celebrare mes­sa?

BERGOGLIO: Difficoltà nel celebrare messa, no, perché ero sta­to io a dirgli di celebrare. Che si trovassero in una situazione molto rischiosa.....

[...] ––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––––

1 Esther Ballestrino de Careaga (1918-1977) fu una delle fon­datrici del movimento delle Madri di Plaza de Mayo. L’8 di­cembre del 1977 fu sequestrata e portata all’Esma insieme a due suore francesi, Alice Domon e Léonie Duquet, da un comman­do della dittatura. Lì venne torturata per dieci giorni e successi­vamente uccisa, lanciata da uno dei tristemente famosi voli del­la morte. I suoi resti furono ritrovati sulle sponde di Buenos Ai­res nel 1978 e gettati in una fossa comune. Furono identificati soltanto nel 2005.

2 Il vescovo Rodolfo Ricciardelli fu uno dei fondatori del Mo­vimento dei sacerdoti per il Terzo Mondo, che all’interno del­la chiesa argentina unì le idee uscite dal Concilio Vaticano II a un forte impegno sociale. Svolgeva il suo operato nella barac­copoli (villa miseria, come vengono chiamate in Argentina) di Bajo Flores, o 1.11.14, come spesso verrà chiamata nel testo. Morì nel 2008. Altri personaggi della chiesa argentina di quegli an­ni a cui verrà fatto riferimento, come i vescovi Enrique Ange­lelli, Adolfo Tórtolo e Vicente Faustino Zazpe, non fecero pro­priamente parte del movimento, ma diedero ad esso una taci­ta approvazione.

3 Padre Carlos Mugica (1930-1974) fu un sacerdote argentino del Movimento dei sacerdoti del Terzo Mondo. Svolse gran parte del suo ministero a Villa del Retiro e venne assassinato a colpi di pistola nel 1974 (per questo Bergoglio sottolinea co­me il suo assassinio avvenne prima del golpe militare, che fu nel 1976).

4 Bergoglio aveva confuso il termine reacción, ’reazione’, con relación, ’relazione’, ’rapporto’.

L’avvocato Luis Zamora, che rappresentava le vittime, ha bersagliato l’allora arcivescovo con domande sempre più insidiose. Nessuno sconto per Bergoglio. Anche per questo i tre giudici della corte potranno concludere che nessuna responsabilità è ascrivibile al cardinale arcivescovo

ve aveva preso monsignor Olmedo?

BERGOGLIO: Sì, mi disse che aveva preso contatti ma che non aveva notizie precise su dove fosse detenuta né altro.

ZAMORA: In che anno e in quali circostanze conobbe Orlando Yorio e Francisco Jalics?

BERGOGLIO: Potrei aver conosciuto Yorio nell’anno 1961-62, nel Colegio Máximo, che è la casa di studio dei gesuiti, dove han­no sede le facoltà di filosofia e di teologia. In seguito fu mio pro­fessore di teologia, sul trattato De Trinitate. Conobbi invece Ja­lics nel ’61, credo, nello stesso luogo. Era professore di una del­le parti di teologia fondamentale, e durante i miei primi due an­ni fu il mio consigliere spirituale. ZAMORA: Ricciardelli?

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BERGOGLIO: Sì, lo conobbi nel 1992, quando era vescovo vi­cario di Flores. ZAMORA: Ricorda se emerse qualche problema legato ai voti [religiosi, ndt ] di padre Yorio nel 1975-76?

BERGOGLIO: Posso solo dire che non infranse nessuno dei tre, almeno pubblicamente e per quel che so io.

ZAMORA: All’interno della Compagnia di Gesù, vi erano accu­se di alcun tipo riguardo al modo in cui i padri Yorio e Jalics svolgevano le loro funzioni sacerdotali?

BERGOGLIO: Niente di particolare. In quell’epoca, qualsiasi sa­cerdote che lavorasse con le fasce più povere della società era so­spettato o oggetto di accuse. Nel giugno del 1973 viaggiai a La Rioja con il precedente provinciale [della Compagnia] per in­tervenire nel caso di due gesuiti che lavoravano con i poveri nel­le missioni della regione, e che erano anch’essi soggetti a que­sto tipo di dicerie. Era una cosa molto comune: uno che lavo­rava con i poveri era un comunista, e questo modo di pensare continuò anche successivamente. Due mesi fa, un laico che la­vorava in una delle baraccopoli di Buenos Aires si è sentito di­re: ’Dunque sei tornato a lavorare con quel comunista’. È qual­cosa che esisteva già da anni. Però, di accuse di tipo ideologico, di appartenere a gruppi sovversivi, come si chiamavano allora, non ne ho mai ricevute da parte di persone intelligenti.

ZAMORA: Da quali frange della società provenivano le accuse? BERGOGLIO: Persone che non erano d’accordo con quella scel­ta pastorale. ZAMORA: Non hanno un nome e un cognome?

BERGOGLIO: No. Settori della società, persone. Infatti, quan­do io e padre Arrupe, nell’agosto del 1974, facemmo visita a La Rioja, e io ero già provinciale, molti settori della società di La Rioja espressero pubblicamente la loro indignazione per quel­la visita a dei gesuiti impegnati con i più poveri.

ZAMORA: Sarebbe importante che lei facesse uno sforzo per ri­cordarsi da dove venivano le accuse rivolte a Yorio e Jalics a cui ha accennato prima.

BERGOGLIO: Dagli stessi ambienti, anche se di ideologie di­verse, in modo trasversale. Alcuni settori della società o del mon­do della cultura che non erano d’accordo con quella scelta. U­na scelta molto ben definita dalla Chiesa. ZAMORA: È molto importante che faccia uno sforzo per ricor­darsi qualche nome e cognome dei membri della Compagnia di Gesù, della Chiesa cattolica, della gerarchia, che li accusava­no o che appoggiavano questo tipo di accuse.

BERGOGLIO: Era una critica generale rivolta a tutti coloro che condividevano quella scelta pastorale.

ZAMORA: Sì, ma da parte di chi?

BERGOGLIO: Da parte di settori diversi, trasversali. Si parlava, si decideva, si pubblicava sui giornali.

ZAMORA: Si consultavano con lei?

BERGOGLIO: Si parlava nelle comunità, nei settori, in alcune parrocchie. In tutti i settori della Chiesa. E anche fuori.

ZAMORA: Non ricorda nessun caso concreto, qualche vescovo, cardinale?

BERGOGLIO: No, perché era qualcosa di molto comune. An­che se cerchi di non darvi importanza, non alle accuse ma al lo­ro significato, anche se non è vero, sono già tutti convinti, è già scritto, che i preti che lavorano con i poveri sono comunisti.

ZAMORA: Era rischioso, perché era lo stesso tipo di accusa che la dittatura usava per arrestare le persone. Questo non la aiuta a individuare più concretamente da dove venissero queste ac­cuse?

BERGOGLIO: I padri Jalics e Yorio lasciano la Compagnia di Ge­sù prima del golpe militare, e come riferimento storico possia­mo prendere la morte di padre Mugica, che avvenne prima del golpe.

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ZAMORA: Non ho capito. La domanda era se poteva ricordare chi fomentava queste critiche, quelli che ’non davano impor­tanza’.

BERGOGLIO: Voglio chiarire l’espressione ’non dare impor­tanza’. Non è che non lo considerassi una cosa grave, una ca­lunnia. Calunniare è un peccato grave. Non è che io sminuisca questo. Però, si viveva in quell’ambiente e bisognava stare al fianco di coloro che avevano fatto questa scelta. Lo dico in que­sto senso, cioè dal punto di vista di una persona che era abi­tuata ad ascoltare questo tipo di accuse da molto prima del gol­pe militare. […] ZAMORA: Per quel che riguarda il generale dei gesuiti, sa se a­vesse egli stesso mosso delle critiche oppure se le condividesse? BERGOGLIO: No, era un uomo che appoggiava il lavoro con i poveri.

ZAMORA: Questo includeva i padri Yorio e Jalics.

BERGOGLIO: Sì.

ZAMORA: Quando padre Yorio smise di insegnare?

BERGOGLIO: Non ricordo.

ZAMORA: E quindi non sa neanche perché?

BERGOGLIO: Si finiva e si ricominciava, i corsi erano ciclici.

ZAMORA: Conosceva bene padre Yorio?

BERGOGLIO: Una conoscenza normale tra due fratelli gesuiti. Non eravamo amici, ma neanche nemici. Eravamo però in buo­ni rapporti. ZAMORA: Non le raccontò quindi perché smise di insegnare?

BERGOGLIO: Non ricordo, però quello che posso dire ora è che deve essere stato per il carattere ciclico dei corsi.

ZAMORA: Si ricorda di essersi consultato in qualità di provin­ciale con padre Jalics per le accuse che lui e padre Yorio conti­nuavano a ricevere? BERGOGLIO: Sì, e non solo con loro due, ma con tutti i gesui­ti che avevano fatto quella scelta sul fronte della povertà. Era nor­male che ci confrontassimo su queste cose e vedere come pote­vamo procedere. ZAMORA: E nel caso di Yorio e Jalics?