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 2013  dicembre 15 Domenica calendario

IL GRANDE ROMPICAPO DELL’ITALIA A DUE

VELOCITÀ –

Torniamo al filone Economia e Letteratura con uno dei libri italiani più conosciuti e amati: "Il Gattopardo" di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Se non lo conoscete, leggetelo: è una lezione di storia e una storia appassionante al tempo stesso, scritta in una lingua bella e ricca. La vicenda si svolge ai tempi dell’Unità d’Italia, della spedizione dei Mille e del referendum che poi suggellò l’adesione del regno borbonico delle Due Sicilie al Regno di Sardegna. Il teatro è appunto la Sicilia, e tanti tratti dell’isola e del carattere siciliano sono utili ancora oggi per capire la questione meridionale.
Che cos’è la questione meridionale? Il problema del Mezzogiorno si trascina dai tempi dell’Unità d’Italia e segna un peculiare dualismo dell’economia e della società. L’Italia è, appunto, duale, divisa fra un Centro-Nord relativamente avanzato e un Mezzogiorno relativamente arretrato. Beninteso, ambedue le parti dell’Italia sono andate crescendo dall’Unità ad oggi. Ma la "questione meridionale" sta nel fatto che il divario fra Nord e Sud non si è colmato, anzi è andato allargandosi.
In ogni Paese ci sono differenze fra regioni ricche e povere, ma in Italia queste differenze sono rimaste, mentre in altri Paesi si riducevano. Recentemente un grande storico dell’economia italiana., Gianni Toniolo, ha curato, per la Oxford University Press, "The Oxford Handbook of the Italian Economy since Unification" (recensito su Il Sole-24Ore del 28-7-2013), e in un saggio di quest’opera ("Regional Convergence", di Giovanni Iuzzolino, Guido Pellegrini e Gianfranco Viesti) si trovano alcuni dati interessanti, riportati nella tabella in alto a destra. Per i Paesi per i quali è possibile fare un confronto è stato costruito un indice delle diseguaglianze regionali. Come si vede, facendo l’Italia = 1, queste diseguaglianze nel 1871 non erano, nel confronto internazionale, particolarmente elevate, anzi. Mentre l’ultima comparazione, nel 2005, vede un’Italia che svetta in questa poco onorevole classifica.
Il grafico mostra come, nell’ultimo terzo di secolo, il Pil abbia continuato a crescere più rapidamente al Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno. Perché?
Non è facile rispondere a questa domanda. Vi sono alcuni dati fisici che danno una parziale spiegazione del divario. Il primo dato, che dura da sempre, è l’acqua: il Nord ha molta acqua e il Sud è relativamente arido. Agli albori dell’Unità più del 50% del Pil e dell’occupazione stava nell’agricoltura, e l’acqua è importante per le coltivazioni, così come la conformazione geografica (la fertile pianura padana...). Non solo: ai tempi dell’Unità il principale prodotto dell’industria tessile (una delle più importanti) era la seta, e la seta ha bisogno di acqua (per gli alberi di gelso, delle cui foglie si nutrono i bachi). Il Nord potè così rafforzare la sua industria (le imprese italiane erano leader mondiali nella fabbricazione di attrezzature e macchine per l’industria serica e questi addensamenti agricolo-industriali favorirono lo sviluppo di altre industrie.
Ma questo ancora non basta a spiegare un divario fra Nord e Sud che si allarga ancora. Negli ultimi quindici anni può darsi che la politica di bilancio - il passaggio da deficit pubblici a due cifre (in quota di Pil) ai livelli attuali pari a circa il 3% - abbia danneggiato il Sud più del Nord. Molti anni fa uno studio della Banca d’Italia aveva cercato di attribuire geograficamente la responsabilità del disavanzo pubblico del Paese, e aveva concluso che il Sud ne causava i tre quarti. Si può concludere, dunque, che quando il disavanzo viene ridotto, è il Sud che tira la cinghia.
Tuttavia, i principali fattori di un divario che si allarga sono quelli culturali e sociali: divari che vengono da lontano. Agli inizi dell’Unità solo il 15% della popolazione sopra i 15 anni poteva leggere o scrivere nel Sud (contro, per esempio, il 47,9% nel Nord-Ovest). E questa differenza nel ’capitale umano’ persiste ancora oggi, se guardiamo ai dati di confronto geografico sulle competenze, letterarie e scientifiche, degli studenti nelle diverse aree del Paese. Dietro tutto questo vi sono fattori ancora più profondi, e qui soccorrono alcune parole del principe Don Fabrizio, il protagonista del "Gattopardo", che attribuisce alle fattezze della sua terra quel misto di rassegnazione e di resistenza al nuovo che dipinge la fatica dell’economia meridionale: «....questo paesaggio che ignora le vie di mezzo fra la mollezza lasciva e l’asprezza dannata; questo clima che ci infligge sei mesi di febbre a quaranta gradi; questa nostra estate lunga e tetra quanto l’inverno russo e contro la quale si lotta con minor successo...»..
C’è un altro elemento, che non riguarda solo il Sud ma che è specialmente rilevante per il Mezzogiorno. L’Italia ha per secoli vissuto sotto dominazioni straniere, e questo ha ingenerato un modo di guardare allo Stato come un nemico. Il cittadino guarda allo Stato come qualcuno da cui bisogna difendersi, e lo Stato - la pubblica amministrazione - guarda al cittadino come un suddito. Ma l’economia per crescere ha bisogno di una collaborazione fra pubblico e privato, non di una contrapposizione.
Infine, perché lo Stato non ha fatto in modo da accorciare il divario fra Nord e Sud con le politiche giuste? Per insipienza, disattenzione e connivenze. Si è cercato di stimolare l’economia con incentivi e investimenti pubblici, mentre quello di cui c’era veramente bisogno era di destinare le risorse ai problemi di base: migliorare il capitale umano investendo su istruzione e formazione, e riprendere il controllo del territorio sradicando la criminalità organizzata.