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 2013  dicembre 14 Sabato calendario

L’OBIETTIVO GOVERNABILIT


Come assicurare la governabilità in un paese caratterizzato da un’elevata frammentazione partitica? Bipartitismo e collegio uninominale maggioritario sono le soluzioni suggerite da Tabellini (si veda Il Sole 24 Ore del 12 dicembre). Il bipolarismo non basta. Bisogna favorire il consolidamento di due grandi partiti capaci di governare da soli. È una ricetta ambiziosa. Ma quanto realistica?

Non sono passati molti anni da quando si è utilizzato nel nostro paese un sistema maggioritario di collegio. Ma molti hanno dimenticato come la legge Mattarella ha concretamente funzionato. Nonostante il 75% di parlamentari eletti nei collegi uninominali, la frammentazione non è affatto diminuita. La ragione non sta, come spesso si sente dire, nella quota del 25% di seggi proporzionali. Lì la soglia di sbarramento del 4% ha funzionato. La frammentazione è passata dai collegi perché la parte maggioritaria del sistema elettorale (i collegi appunto) è stata "proporzionalizzata". In un ambiente ostile i piccoli partiti sono riusciti a sopravvivere. Come?
Sia a destra che a sinistra i partiti più grandi, invece di correre da soli, si sono alleati con i piccoli per massimizzare nel breve periodo le loro possibilità di vittoria. In gergo, i partiti si sono coordinati preferendo la collusione alla competizione. Hanno messo insieme larghe coalizioni pre-elettorali, scelto dei candidati comuni e si sono spartiti i collegi. Tanti collegi a me e tanti collegi a te. Con questo sistema generalizzato di accordi di desistenza è stato impiantato il bipolarismo. Con questi accordi i piccoli partiti sono riusciti a sopravvivere e con loro la frammentazione, seppure imbrigliata in un formato bipolare. Il collegio uninominale non ha fatto miracoli. E tutto lascia pensare che la stessa cosa succederebbe di nuovo con lo stesso tipo di sistema di voto. Le maxi-coalizioni elettorali per cui Tabellini critica il porcellum sono nate nel 1994 con i collegi e non nel 2006 con il premio di maggioranza. E in questo sia Prodi che Berlusconi si sono particolarmente distinti.
La realtà con cui bisogna fare i conti è che esistono nicchie di elettorato incoercibile. Ci sono cioè elettori che per ragioni ideologiche o puramente clientelari sono disposti a votare candidati e partiti indipendentemente dalla possibilità che ottengano seggi. In un sistema di collegi uninominali la loro presenza può far molto male. Per questo i partiti maggiori hanno preferito neutralizzare la competizione dei minori attraverso gli accordi di desistenza. Per la sua vittoria nel 1996 Prodi deve ringraziare Pino Rauti e il mancato accordo tra lui e Berlusconi (ovvero Fini). Senza i candidati di Rauti che hanno tolto voti a quelli di Berlusconi Prodi non sarebbe riuscito a vincere, nonostante il divorzio tra Forza Italia e Lega Nord. Nel 2001 il Cavaliere non ha ripetuto l’errore.
La frammentazione è una pianta difficile da estirpare. Il suo livello non dipende solo dal sistema elettorale nazionale ma anche da quelli locali e da altri incentivi istituzionali e culturali. Non basta il collegio uninominale per eliminarla. Quanto meno nel breve periodo. Contano di più le strategie dei partiti. Gli accordi di desistenza ai tempi della Mattarella sono stati frutto di una scelta strategica. Scelte diverse avrebbero dato risultati diversi. Da questo punto di vista il confronto tra le elezioni del 2006 e quelle del 2008 è illuminante. Il sistema elettorale, il porcellum, non è cambiato ma il numero dei partiti con seggi è passato da 13 a 6 perché sia Veltroni che Berlusconi hanno scelto di fare partiti più grandi e coalizioni più piccole. E nel 2013 è tornato a 10 perché sono state fatte altre scelte.
La mia proposta di un doppio turno di coalizione, cui fa riferimento Tabellini, nasce proprio dall’esperienza maturata in questi anni di maggioritario. Ma sono del tutto consapevole che nemmeno un sistema basato sulle liste di partito, invece che sui collegi, può da solo risolvere il problema della governabilità. Presenta però alcuni vantaggi. In primis, è un sistema majority assuring, cioè garantisce sempre una maggioranza a chi vince. E questo non si può dire né della Mattarella né del modello francese. In secondo luogo l’uso di soglie di sbarramento appropriate sia per ottenere seggi che per concorrere alla assegnazione del premio potrebbe limitare la proliferazione di partitini e liste ad hoc. Inoltre, contrariamente a quanto scrive Tabellini, avvantaggia i partiti maggiori. Il Pd alle ultime elezioni ha ottenuto alla Camera il 47% dei seggi con il 25% dei voti.
Alla fine però ciò che veramente conta è il superamento del proporzionale introdotto dalla Consulta. L’Italia ha bisogno di un sistema di voto che trasformi in maniera accettabile la minoranza più grande di voti in maggioranza di seggi. È solo così che le elezioni diventano il giorno del giudizio su chi ha governato e su chi debba governare. Che questo risultato sia realizzato con un sistema maggioritario di collegio o di lista è una questione secondaria. Vanno bene anche i modelli proposti da Tabellini a condizione di non illudersi che possano produrre in tempi brevi quei risultati che l’economista della Bocconi si attende. Il bipartitismo è un obiettivo ambizioso e forse non del tutto desiderabile. Un bipolarismo meno frammentato e meno polarizzato è un obiettivo più raggiungibile e tutto sommato più in linea con la realtà italiana.