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 2013  dicembre 14 Sabato calendario

PROTESTE, È IL TEMPO DELLA PRIMAVERA ITALIANA


FUSSE CHE FUSSE la vorta bbona” diceva in una Canzonissima del 1960 Nino Manfredi nella parte di un barista incazzato. E se fosse davvero venuto il momento della caduta di un regime delegittimato, di una democrazia espropriata dai partiti che, esorbitando completamente dal ruolo loro assegnato dalla Costituzione, hanno occupato ogni spazio costituendosi in lobbies clientelari, corrotte, corruttrici e sostanzialmente mafiose?
Le manifestazioni, per ora pacifiche, che si stanno svolgendo in tutta Italia, da Ventimiglia a Palermo, hanno la peculiarità di non essere targate, di non aver il cappello di nessun partito né del sindacato. Sono agricoltori, padroncini di Tir, artigiani, commercianti, ambulanti, lavoratori autonomi. Uomini e donne qualunque ridotti a sudditi che non si sentono rappresentati da nessuno.
Ma il segnale più inquietante per gli uomini del Potere e che ha messo loro addosso una paura birbona (si vedano le dichiarazioni ad alzo zero di Alfano) è che a Torino e Genova alcuni agenti si siano tolti il casco antisommossa e abbiano fraternizzato con i manifestanti che gridavano “Siete dei bravi ragazzi, venite con noi”. Tutti i regimi cadono quando polizia ed esercito smettono di difendere il Potere fino ad allora considerato legittimo. Nel 1918 lo Zar non faceva che mandar battaglioni contro il pugno di insorti guidati da Lenin e Trotskij, ma lungo il tragitto i battaglioni si liquefacevano, i soldati disertavano o si univano ai rivoluzionari. Nel 1991 il golpista Janaev, dopo aver esautorato Gorbaciov, mandò i carriarmati sulla Piazza Rossa, ma i carristi si rifiutarono di sparare sulla folla. Su uno di quei carri salì Boris Eltsin e fu la fine dell’Unione Sovietica. Lo stesso meccanismo è scattato in alcune delle primavere arabe.
Le Questure di Torino, di Genova, il ministro degli Interni hanno cercato di minimizzare il gesto degli agenti che si sono tolti il casco presentandosi a viso scoperto: “È prassi quando cala la tensione”. Ma non è così. E quel gesto non deriva solo dal fatto che i poliziotti sono malpagati e sovraccaricati di lavoro, come hanno cercato di ammorbidire alcuni giornali. Si tratta di qualcosa di molto più grave: quei poliziotti, che presumibilmente rappresentano i sentimenti di molti loro colleghi che hanno preferito restare al coperto, non si identificano più con lo Stato e le Istituzioni che dovrebbero difendere, come non ci si identificano i manifestanti.
DEL RESTO, che fossimo in una sorta di quiete che precede la tempesta ce lo aveva preannunciato, in un certo senso, solo pochi giorni fa, il rapporto del Censis descrivendo un’Italia “sciapa, infelice” aggiungendo che non è semplicemente una questione di soldi ma di “accidia, immoralismo, disinteresse generalizzato... tessuti valoriali persi, dissolti”.
Da questa situazione agonica prima o poi doveva nascere fatalmente qualcosa, come dalla brace che cova sotto la cenere. Se poi le cosiddette classi dirigenti riusciranno con i consueti metodi, con le astuzie, cercando di dividere la protesta, con le blandizie, con i compromessi, con le promesse mai mantenute, con i Renzi, a spegnere l’incendio appena divampato o se ci sarà, finalmente, anche una “primavera italiana” è cosa tutta da vedere. Non ci conto, ma ci spero.