Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  dicembre 14 Sabato calendario

GLI INARRESTABILI


II commento più misurato sulla morte di Angelo Rizzoli dopo una lunghissima malattia agli arresti domiciliari è arrivato dalla moglie Melania, donna forte e dolce, parlamentare competente che non ha atteso l’arresto del marito per scoprire i problemi del carcere. Per il resto, la banda larga che si fa chiamare Larghe Intese e continua ad affratellare il Pd e i gemelli diversi Forza Italia & Nuovo Centro Destra, ha dato come sempre il peggio di sé. L’uso che questi spudorati e i loro giornali da riporto han fatto della scomparsa del produttore ed ex editore piduista dà il voltastomaco. Perché non ha nulla a che vedere con il lutto e molto con lo sdegno castale e classista che accompagna ogni arresto di Vip, potenti, colletti bianchi. Lorsignori, appena uno “del giro” finisce dentro, si sentono toccati nella carne viva, col retropensiero neppur troppo dissimulato che “se e è toccato a lui, un giorno potrebbe toccare a noi”. Perciò la ministra dei Ligresti, al secolo Annamaria Cancellieri, ha ricevuto cotanta solidarietà bipartisan in Parlamento, pari almeno al disprezzo che attira fra la gente comune: perché a palazzo è convinzione diffusa che, quando c’è di mezzo un amico degli amici, non debbano valere le leggi ordinarie applicate ai comuni mortali. A proposito di Rizzoli, arrestato per un crac da 30 milioni e accusato di aver svuotato la sua società per comprare beni personali, Brunetta blatera di “tortura”, la Carfagna di “martirio”, la Santanchè di “persecuzione”, la Gelmini di “inferno”, Manconi di “iniquità”. Poi c’è la responsabile Giustizia della nuova direzione del Pd renziano, Alessia Morani, che farfuglia di “riformare la custodia cautelare, ora incompatibile con un sistema civile”. Seguita a ruota da Donatella Ferranti del Pd, presidente della commissione Giustizia della Camera, dove la soave corrispondenza di amorosi sensi fra Pd e Forza Italia sta partorendo l’epocale “riforma”. Per fare che? “Escludere gli automatismi”, spiega la Ferranti: “la custodia cautelare in carcere dev’essere solo l’extrema ratio e va valutato sempre il caso concreto”, “il giudice dovrà valutare bene e motivare che non ci sia un’altra misura coercitiva o interdittiva sufficiente, prima di decidere se arrestare o no una persona”. Chi non conosce le norme penserà che oggi la custodia cautelare sia “automatica”, cioè che tutti gli indagati per reati di una certa rilevanza finiscano ipso facto in carcere, e che i giudici non valutino né motivino “bene”, ma così, a cazzo, sul “caso astratto”, come viene viene. Se fosse vero, i detenuti non sarebbero 67 mila, ma alcuni milioni (ogni anno si aprono 3,5 milioni di nuovi processi) e non basterebbero gli stadi per contenerli tutti, come nel Cile di Pinochet. Per fortuna sono balle: tutto ciò che la signora Ferranti auspica per il futuro è già stabilito per legge fin dal 1995, quando la custodia cautelare fu riformata per la 18^ volta dall’entrata in vigore del nuovo Codice di procedura penale del 1989. Art. 275 Cpp: “La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulta inadeguata”, e solo in caso di “gravi indizi di colpevolezza”, solo per reati di particolare gravità, e solo se l’indagato minaccia “concretamente” di inquinare le prove, o ripetere il delitto o darsi alla latitanza. Oltre a tutto ciò, se l’arrestato soffre di una “malattia particolarmente grave” che lo renda “incompatibile con lo stato di detenzione”, il pm e il gip (e poi i tre giudici del Riesame) dispongono perizie tecniche per trasferirlo ai domiciliari. Come nel caso di Rizzoli e di Giulia Ligresti. Ma decidono i giudici, non i politici. E allora di che cianciano le Ferranti e le Morani? Essendo improbabile che stiano preparando una legge fotocopia di quella attuale, è facile immaginare che sia alle viste una porcata a sorpresa. Anche perché la Ferranti annuncia garrula che “i relatori Pd e FI han votato quasi all’unanimità in commissione”. Cioè il decaduto B., che teme di finire in galera un giorno sì e l’altro pure, è favorevole. Sono soddisfazioni.