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 2013  dicembre 14 Sabato calendario

RITORNO SULLA LUNA


Per i cinesi oggi è una giornata storica, una leggenda che diventa realtà. Per la prima volta sbarcheranno sulla Luna con la sonda Chang’e-3 e il robottino Yutu, coniglio di giada. Chang’e è la loro dea della luna, un mito della cultura popolare risalente addirittura al 221 avanti Cristo e, da allora, cresciuto senza sosta dedicandole persino una festa nazionale. Sulle bancarelle di Pechino si possono acquistare statuette della dea e la sua storia è rappresentata nei teatri. Chang’e volò sulla Luna dopo aver inghiottito la pillola dell’eternità, sfuggendo alla condizione di mortale alla quale era stata condannata sulla Terra. E lassù viveva con la sola e unica compagnia di un coniglio di giada bianco, simbolo della dolcezza estrema. Ora Chang’e e Yutu (nome scelto con un sondaggio online fra tre milioni e mezzo di persone) escono dalla leggenda e rivivono con le sembianze dei robot.
«Il sogno di volare sulla Luna ha profonde radici nel nostro popolo» ricorda Han Bin che ha guidato il progetto delle sonde nato quando Pechino, nel 1970, lanciava il suo primo satellite artificiale Dong Fang Hong diffondendo dallo spazio la musica de «L’Oriente è rosso». L’America era già sbarcata con i suoi astronauti Neil Armstrong e Edwin Aldrin nel mare della Tranquillità. Da allora il cosmo cinese ha guardato ai satelliti militari sviluppando le tecnologie necessarie sino a permettere nel 2003 il lancio del primo taikonauta Yang Liwei. La sua navicella aveva un’impronta russa, però ben più moderna, e da quel momento è stato un crescendo sino a conquistare passeggiate spaziali con scafandri made in China e a costruire la prima mini stazione Tiangong-1.
Intanto si guardava alla Luna e, nel 2007, veniva spedita intorno ad essa la prima sonda Chang’e-1. Tre anni dopo partiva Chang’e-2, più potente, e con i suoi «occhi» si sceglieva il futuro luogo dello sbarco, il cratere Sinus Iridum, una pianura di basalto ampia 400 chilometri, incastonata alla sommità del Mare Imbrium nell’emisfero settentrionale. Completata l’opera Chang’e-2 abbandonava l’orbita Lunare tuffandosi nel cosmo più profondo. Un passo dopo l’altro, sicuro, e ora Chang’e-3 appoggia le sue gambe molleggiate sulle sabbie grigie e polverose lasciando scendere il «coniglio di giada». «È il nostro robot più avanzato, capace di navigare da solo e indagare il suolo con i suoi strumenti: un grande balzo nell’esplorazione spaziale» nota Han Bin aggiungendo che l’80% delle tecnologie impiegate sono tutte nuove e realizzate apposta per la rischiosa missione.
Yutu, grande come una lavatrice e alimentato da pannelli solari, viaggerà per alcune centinaia di metri in maniera automatica. I tecnici del centro di controllo di Pechino impartiranno solo rari comandi quando sarà necessario.
Chang’e-3 era stata lanciata il 2 dicembre scorso e, dopo una traversata di sei giorni, arrivava intorno alla Luna abbassandosi progressivamente sino a un’altezza di 15 chilometri. Quindi, compiva diverse manovre per controllare il buon funzionamento dei vari sistemi e dei razzi, in particolare, che le devono consentire una discesa in sicurezza. Finora tutto è andato bene e oggi, per la prima volta, gli scienziati cinesi porteranno la navicella e il suo robottino sui panorami selenici. Nella difficile operazione saranno aiutati nei collegamenti dalla stazione dell’Esa europea a New Norcia, in Australia.
I primi a lanciare un rover, il Lunokhod, erano stati i sovietici nel 1970, ma il successore cinese è ben più intelligente, pur essendo minore nelle dimensioni. E, soprattutto, è solo il capostipite di una nuova generazione di robot Lunari su ruote in gestazione a Pechino. Questa missione è considerata il secondo passo dopo il volo delle prime due sonde in orbita, mentre il terzo e più ambizioso balzo è programmato per il 2017 quando un successore del coniglio di giada raccoglierà un campione del suolo riportandolo sulla Terra. Anche questa operazione già la effettuarono i sovietici, ma adesso le finalità cinesi sono diverse e precise, soprattutto perché mirano a quantificare le quantità di minerali utili da portare sulla Terra comprendenti dal titanio alle terre rare, dall’uranio all’elio-3. Così preparando la futura, ambita meta: lo sbarco dei primi taikonauti previsto per il 2025. Che stiano lavorando pensando al futuro lo ha fatto notare Eugene Cernan, il comandante dell’Apollo-17, protagonista dell’ultimo sbarco americano sulla Luna nel dicembre 1972. «La sonda è troppo grande per sbarcare il piccolo rover — ha commentato —: le sue dimensioni sono ideali per provare le tecnologie utili a portare l’uomo».