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 2013  dicembre 13 Venerdì calendario

LA FUGA SVIZZERA DI GELLI? ECCO LE CARTE DEI SERVIZI


Trent’anni fa, il 10 agosto 1983, Licio Gelli, il capo della loggia massonica P2 (oggi 94enne), fuggiva dal carcere svizzero di Champ Dollon. Si è molto parlato del fatto che si trattasse di una fuga annunciata, ma oggi Sette è in grado di produrre le carte che documentano come i nostri Servizi segreti (all’epoca il Sismi) così come l’ufficio “I” (Intelligence) della Guardia di Finanza avessero informato i vertici del governo della possibile fuga del Venerabile, all’epoca travolto dallo scandalo degli elenchi della P2 ritrovati a Castiglion Fibocchi e dalla vicenda Calvi-Banco Ambrosiano.
Gelli, dopo l’omicidio del banchiere Roberto Calvi a Londra (fu ritrovato impiccato il 18 giugno 1982 e una sentenza ha stabilito che fu strangolato e poi appeso) era fuggito in Svizzera dove aveva incontrato altre figure coinvolte nel crack dell’Ambrosiano e nel vorticoso giro di miliardi spariti nel nulla. Lì, il 13 settembre 1982, era stato arrestato e portato nel carcere di Champ Dollon. Ma subito la rete di protezione attorno a lui era scattata e gli “amici” si erano organizzati per realizzare una rocambolesca fuga. Tuttavia i nostri Servizi segreti, così come la Guardia di Finanza e la magistratura, seguivano la vicenda. In particolare erano attivi la Gdf e il centro del Sismi di Trieste, città (da sempre presidiata dai Servizi) dalla quale era transitato anche Calvi per recarsi poi in Austria e infine a Londra.
È a Trieste che abbiamo ritrovato le carte che documentano come i nostri 007, coadiuvati dalla Gdf, avessero correttamente informato i loro vertici e la politica del progetto di fuga di Gelli dal carcere svizzero. Già dieci mesi prima dell’evasione un rapporto riservato (uno stralcio è visibile in altro a destra) del capocentro del Sismi di Trieste, il tenente colonnello Roberto Romani, il 29 ottobre 1982 avvertiva: «Sarebbe in fase di organizzazione un tentativo di fuga dalle carceri elvetiche, ove sono detenuti dei noti personaggi della loggia P2», «con l’impiego di elicotteri e personale altamente qualificato, compensato con cifre molto elevate».

L’elicottero giallo e i piloti. La notizia era stata acquisita per primo da un capitano della Guardia di Finanza, Rino Stanig, che aveva indagato a Trieste sulla fuga di Calvi e sulle sorti della famosa borsa nella quale il banchiere celava documenti compromettenti per il Vaticano, i partiti e persino sulla strage di Bologna del 1980. Un rapporto del 24 novembre 1982, firmato sempre dal colonnello Romani, confermava il progetto di fuga, indicando l’identità dei piloti di elicottero da utilizzare. Un’altra informativa riservata, del 4 dicembre 1982, precisava persino il tipo di elicottero “color giallo, biposto, ricoverato nei capannoni di Ronchi dei Legionari” e la proprietà del medesimo.
Il capitano Rino Stanig indagava e scopriva fatti preziosi per comprendere chi a Trieste avesse avuto in mano la borsa di Calvi e quindi la possibilità di fare copia dei preziosi documenti, mai ritrovati dopo il “killing” di Calvi, di cui non sono mai stati identificati i responsabili materiali. Stanig, in seguito nominato maggiore, incontrò notevoli difficoltà, tanto che in un appunto a margine di un documento riservato, annotò: «Nessuno ha fatto nulla: Gelli è fuggito 10 mesi dopo l’acquisizione della “notizia”, Vittor e Marsich sono due angeli con i custodi (si tratta di due persone coinvolte nella fuga di Calvi e nella “gestione” della sua borsa, ndr) e io verrò adeguatamente trasferito».
In un altro rapporto Rino Stanig qualificava come «ambiguo il comportamento del generale Chiari della Guardia di Finanza (...), che aveva provveduto a trasferirimi a Tolmezzo nonostante che la magistratura avesse espresso per il mio operato vivo apprezzamento, in un elogio scritto che sottolineava doti di sicura professionalità e trasparenza».
Sta di fatto che nonostante le informazioni ricevute da Sismi e Gdf, il governo (allora guidato da Bettino Craxi, con il futuro presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro agli Interni e Giulio Andreotti agli Esteri) non riuscì a impedire la fuga di Gelli, nonostante Craxi abbia poi detto di aver provveduto ad allertare le autorità svizzere. Il maggiore Stanig, in un rapporto ai vertici della Gdf dell’8 marzo 1990, sottolineava: «La notizia della possibile fuga fu completamente ignorata (...) dieci mesi dopo Gelli fuggì dal carcere svizzero con un sistema molto simile a quello rappresentato dalla notizia in questione».

Le altre due “fughe”. La rete che ha protetto Gelli è sempre stata così forte che il capo della P2 è fuggito altre due volte. Il 21 settembre dell’87 Gelli infatti si costituiva dopo 4 anni di latitanza, sempre a Ginevra. Rinchiuso di nuovo a Champ Dollon, abbandonava il carcere ginevrino il 17 febbraio dell’88, quando veniva concessa l’estradizione. Gelli venne rinchiuso presso la Certosa di Parma, in una struttura carceraria creata “ad hoc”, dove rimase fino all’11 aprile dell’88. Poi ottenne la libertà provvisoria per motivi di salute, grazie a malattie poi rivelatesi inesistenti.
Il terzo ordine d’arresto per Licio Gelli venne emesso il 16 gennaio del ’97: il capo della P2 doveva scontare tre anni di una sentenza relativa al crack dell’Ambrosiano passata in giudicato. Il 10 giugno dello stesso anno, poi, i magistrati confermavano per Gelli il divieto di espatrio con obbligo di soggiorno ad Arezzo. Un anno dopo, il 22 aprile ’98, la Cassazione confermava la sua condanna a 12 anni per il crack del Banco Ambrosiano. Il 4 maggio ’98 Gelli era di nuovo irreperibile. Contro l’allora ministro dell’Interno Giorgio Napolitano si scatenarono le critiche. I gruppi parlamentari di Lega Nord e Udr chiesero le dimissioni del titolare del Viminale e del ministro della Giustizia Flick. Ma intanto Gelli era fuggito di nuovo.