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 2013  giugno 25 Martedì calendario

DOPO 20 ANNI INCASTRATO DA UNA FARSA

Ilda Boccassini non c’era, ieri, e non c’era neanche Silvio Berlusconi. Lui fu inquisito per la prima volta nel 1994, quando aveva 58 anni ed era presidente del Consiglio; Ilda Boccassini nel 1994 aveva 45 anni ed era reduce da esperienze importanti in Sicilia sulle orme degli assassini di Falcone e Borsellino, e stava appunto per coinvolgere Berlusconi in inchieste pesantissime su corruzioni giudiziarie. Poi c’è un terzo soggetto, Karima el Mahroug, detta Ruby, in quel 1994 si limitava a ciucciare il biberon perché aveva un anno. Ora, una ventina d’anni dopo, Berlusconi ha 77 anni e poco tempo fa era (ancora) presidente del Consiglio oltre a essere (ancora) processato dalla Procura di Milano, sempre per mano di (ancora) Ilda Boccassini, che ora ha 62 anni e ha finalmente ottenuto una pesante condanna: e per che cosa? Per una concussione che resta improbabile e per un’ipotesi di prostituzione minorile a cui non crede nessuno. È la verità. Comunque fosse andata, ieri, ci piace credere che Ilda Boccassini non avrebbe saputo come gestire la propria reazione: l’amarezza per una sconfitta, l’amarezza per una vittoria.
Non ci credevano neanche i giornalisti: nessuno pronosticava una condanna del genere. C’erano cronisti che scrissero del celebre invito a comparire del 1994 (quello di Napoli, quello che affossò un governo e fece eco in tutto il mondo) e che da tre anni si occupano di mignotte e di «bunga bunga» come se fosse normale, come se non fosse una parodia che finisce in farsa. Giornalisti che sono italiani come gli altri, divisi tra chi pensa che l’affare Ruby corrisponda a fatti privati senza importanza e altri, invece, che ne ha fatto materia per serissime concussioni e tratte di minori spolverate di mera prurigine; divisi, pure, tra chi pensa che certe cose fossero degne delle prime pagine dei quotidiani e chi invece pensa che lo fossero solo di «Chi» e rotocalchi del genere. Per anni i giornalisti hanno fatto questo: hanno tirato l’affare da una parte o dall’altra. Bene, ora abbiamo la risposta: era una cosa seria. Dopo vent’anni hanno incastrato Berlusconi, che emozione.Una grande vittoria della giustizia italiana.
Era il 27 maggio 2010 quando la diciassettenne marocchina Karima El Mahroug, sospettata di furto e senza documenti, venne portata alla Questura milanese di via Fatebenefratelli. La prostituta brasiliana Michelle Conceicao, che ospitava Ruby a casa sua, decise di telefonare a Berlusconi che è uno fatto così, di questo è sicuramente colpevole: è un signore che alla sua bell’età e nella sua posizione si mette nella condizione di farsi telefonare da una prostituta brasiliana. È un signore capace di telefonare al Capo di Gabinetto della Questura per chiedere che Ruby sia affidata a Nicole Minetti (invece che a una comunità per minorenni) perché la marocchina era comunque un’amichetta sua. Fu quello che accadde. Secondo i giudici non telefonò nell’esercizio delle sue funzioni di premier, perché i capi di governo in genere non si occupano della liberazione di giovani marocchine: fece valere, dunque, il peso del suo potere. È un concussore. È vero che mancano i concussi (nessuno, in questura, ha mai detto d’aver subito pressioni) ma ai giudici è bastato. Il reato «maggiore» dunque si è consumato lì - in questura - e ha trascinato con sè la prostituzione minorile che invece ci sarebbe stata ad Arcore, sede giudicata dal tribunale di Monza: così Milano si è presa tutto. Ma la telefonata di Berlusconi era solo il preludio che introduceva la seconda ipotesi di reato, senz’altro meno «evidente» e più indiziaria. Ed ecco il mitico quesito: Berlusconi sapeva che Ruby era minorenne, al momento della chiamata? I pm hanno evidenziato una «prova logica» più alcune testimonianze: se non l’avesse saputo - hanno detto - non c’era ragione di chiedere a Nicole Minetti che Ruby le fosse data in affido; inoltre la funzionaria che si occupava dell’identificazione, Giorgia Iafrate, ha messo a verbale che «il questore mi disse che la ragazza era l’unica minore presente in questura». E il questore come faceva a sapere che era una minore? L’ha messo anche lui a verbale: «Nel corso della telefonata con il premier, era implicito che si parlasse di una minorenne perché si parlò di affido di una persona priva di documenti». Dalle motivazioni della sentenza capiremo meglio, ma va ricordato che ieri i giudici hanno anche disposto un’indagine per falsa testimonianza contro un agente della questura. La versione dei funzionari dello Stato del resto non è mai piaciuta, e basti ricordare le reazioni scomposte che registrò il procuratore Capo Edmondo Bruti Liberati quando disse che secondo lui in Questura non aveva mentito nessuno: «I giudizi di Bruti Liberati non erano richiesti, avrebbe fatto bene a tacere, le sue dichiarazioni diventano una forma di pressione nei confronti della Magistratura» disse per esempio l’europarlamentare Sonia Alfano, spalleggiata dal Fatto Quotidiano. Lo schema era delineato sin dall’inizio: da quel tardo ottobre 2010, cioè, in cui fuggirono le prime notizie su un interrogatorio estivo di Ruby. Repubblica scrisse addirittura che «l’inchiesta giudiziaria è forse già compromessa da un’accorta fuga di notizie»: divertente. Che poi erano, le notizie, i parziali deliri della marocchina: cene ad Arcore con George Clooney (ed Elisabetta Canalis e Daniela Santanchè) più «due ministre» nude e una sola certezza: Ruby aveva detto a Berlusconi di avere 24 anni ed escludeva di aver fatto sesso con lui. Vero? Falso? Ma soprattutto: reato?
Il 21 dicembre 2010 Berlusconi venne indagato. Emerse che nella sua residenza di Arcore si sarebbero svolti dei festini con ragazze dello spettacolo più la consigliera regionale Nicole Minetti. Emerse pure la traballante autodifesa di Berlusconi: la telefonata la questura era stata fatta perché lui credeva che Ruby fosse nipote dell’allora presidente egiziano Hosni Mubarak, e si era mosso per evitare un incidente diplomatico. Ormai era una piena. All’inaugurazione dell’Anno giudiziario, il procuratore generale della Corte d’Appello di Venezia, Pietro Calogero, disse che «il caso Ruby ha portato alla crisi del rapporto tra governo e magistratura con grave turbamento della società civile»: come se i rapporti tra giustizia e politica prima andassero a meraviglia. Il 14 gennaio 2011 il procuratore Bruti Liberati inviò la domanda di autorizzazione a procedere in Parlamento. Il 15 febbraio Berlusconi venne rinviato a giudizio con rito immediato, mentre Nicole Minetti, più l’allora direttore del Tg4 Emilio Fede e il manager Lele Mora, verranno imputati separatamente per induzione e favoreggiamento della prostituzione minorile. Questo in ottobre, proprio quando furono pubblicate le 389 pagine di intercettazioni (più un supplemento di altre 227) disposte dalla procura milanese: finì tutto sui giornali e sul web, compresi i numeri di cellulare. I primi a diffondere le carte furono il sito Dagospia e quello di Libero, poi chiunque abbia voluto. Conversazioni, gente che non c’entrava niente, una miriade di ragazze accompagnate da una didascalia virtuale: puttane. A vita.
Ad Arcore c’era una discoteca privée, e una specie di casting. Il privée aveva i divanetti, il banco bar e i bagni come una discoteca. Il casting consisteva nell’essere invitate a cena da due o tre personaggi dedicati. Chi voleva, alla fine, poteva scendere in questo privée (soprannominato Bunga Bunga) ma non era mica obbligatorio. Giù le ragazze si travestivano, ballavano, facevano le sceme, trenini, ammiccamenti, cazzate, messa in mostra. L’ultimo step era scegliere se fermarsi a dormire, opzione che molte partecipanti cercano di favorire. Tutto il resto era a discrezione, compresa la facoltà del proprietario di fare regali, favori o, come si dice, di rimborsare le spese. Qualcuno - la magistratura - ha sostenuto che fu invitata anche una minorenne, e che Berlusconi abbia fatto pressioni indebite per non farla chiudere in una comunità. E gli hanno dato l’ergastolo politico.