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 2013  giugno 24 Lunedì calendario

SACCOMANNI, IL NEMICO DEL CENTRODESTRA


Sul capo dell’incolpevole Saccomanni, ministro tecnico dell’Economia, si stanno addensando tutti i nuvoloni della politica. Sono giorni che il Pdl reclama da lui risposte immediate su Iva e Imu.

Ma nelle ultime ore sembra quasi che l’ex numero due di Bankitalia, traslocato in via XX Settembre su precisa indicazione del presidente Napolitano sia diventato l’ostacolo che si frappone tra il centrodestra e la felicità. «Ci preoccupa il suo silenzio», punta l’indice il vero ministro-ombra del Pdl, cioè Brunetta. «Sfoderi un dinamismo maggiore di quello mostrato finora», gli consiglia senza cerimonie Cicchitto. Prova a mettergli fretta la Bernini. E l’intero stato maggiore berlusconiano manifesta sorpresa che un fior di tecnico come Saccomanni non sia ancora riuscito a raschiare dal fondo del barile le coperture necessarie per scongiurare l’aumento Iva (2 miliardi nel 2013, 4 miliardi a regime). Quasi una briciola, protestano scandalizzati, a fronte di una spesa pubblica monstre: possibile che non se ne venga a capo?

Dilaga a destra la sindrome dell’«inferiority complex», del non sentirsi abbastanza coinvolti e ascoltati, dello strillare invano alla luna. La cabina di regia, che avrebbe dovuto coinvolgere nelle decisioni i capigruppo della maggioranza (Brunetta in particolare), non è mai entrata in funzione. C’è chi ci vede il solito complotto dei «comunisti». Altri, e sono la maggioranza,

riconoscono al ministro non solo buona fede, ma anche una squisita umana cortesia (Capezzone, presidente della Commissione Finanzealla Camera: «Non voglio litigare con lui, sia chiaro!»). Semmai, ecco il punto, contestano a Saccomanni un eccesso di buone maniere, in pratica di farsi irretire dalla furba burocrazia, quella italiana e quella europea. La colpa, se tale può essere considerata, consisterebbe nel non mettere sull’attenti i funzionari del Tesoro, abituati a spadroneggiare con qualunque governo, e con ogni responsabile di dicastero, fin dai tempi di Quintino Sella. Una situazione, lamentano in via dell’Umiltà, aggravata dal cambio della guardia ai vertici della Ragioneria, dove il nuovo responsabile (Daniele Franco, pure lui ex-Bankitalia) deve prendere confidenza con uomini e situazioni.

Il risultato è che Capezzone denuncia già tre casi in cui gli apparati ministeriali sono riusciti a introdurre nuove tasse di cui il potere politico era ignaro: un piccolo sgradevole aumento delle accise, infilato nelle pieghe del decreto «del fare»; un paio di balzelli nell’altro decreto sulle ristrutturazioni; un tentativo di depotenziare le nuove norme su Equitalia... «Saccomanni prenda personalmente in mano le leve», lo incalzano nel Pdl, «e soprattutto punti con decisione i piedi in Europa». Dove il cerbero occhiuto da combattere, quello che ci vieta di sforare i conti o anche solo di provarci, viene additato nel direttore generale degli Affari Economici e Finanziari della Commissione europea, l’uomo che materialmente stila le raccomandazioni ai vari Paesi, dà o leva le patenti di affidabilità finanziaria. Germanico come Frau Merkel? Niente affatto. È Marco Buti, italianissimo. Ma, se possibile, ancora più inflessibile di un tedesco. Gli viene rimproverato da destra (e anche un po’ da sinistra) di essere troppo «europeo», insomma di non muovere un dito per la Patria in pericolo, diversamente dai super-funzionari francofoni e anglofoni. Anzi, nel timore di non apparire equanime, di trattarci con una severità che sconfinerebbe nel sadismo... Per cui Saccomanni, sempre nella visione barricadera del Pdl, dovrebbe affrettarsi a mettere in riga Buti e tutti quelli che un profetico Giorgio Gaber, nel ’73, già bollava come «i tecnocrati italiani».