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 2013  giugno 24 Lunedì calendario

I MISTERI DEL TEMPO

E se il tempo fosse soltanto un’illusione? Sappiamo dire, più o meno, che ora è anche senza avere un orologio al polso. Non appena abbiamo un nuovo orario scolastico, è difficile ricordare quello vecchio. Perché esistono queste strane sfasature nella percezione del tempo? Una scrittrice e docente di psicologia a Boston, Claudia Hammond, prova a rispondere in un libro affascinante, “Il mistero della percezione del tempo” (Einaudi). Perché un film che dura più di due ore ci sembra lungo, e la stessa porzione di tempo come orario di lavoro ci sembrerebbe ridicola?
DISTORSIONI
Hammond affronta queste costanti “distorsioni” del tempo (“Time Warped”, tempo deformato, distorto, è il titolo originale del libro): come nel proverbiale quadro di Dalì con gli orologi molli, sentiamo che il tempo non è oggettivo; il senso della durata di un evento muta in modo imprevedibile. I giorni di un viaggio sembrano correre all’impazzata mentre li stiamo vivendo, ma al ritorno ci appaiono incredibilmente lunghi. Il tempo rallenta quando abbiamo paura, vola quando siamo felici. Hammond insiste sul concetto di «tempo interiore»: in realtà nessun organo del nostro corpo ha lo specifico compito di tenere il tempo, e tuttavia la nostra mente somiglia a un particolarissimo cronometro, in grado di costruire «un senso a lungo termine dei decenni che passano, della nostra storia e del posto che la nostra storia occupa in quella della Terra».
CARPE DIEM
Non c’è bisogno di scomodare Orazio, il poeta latino del «carpe diem», o Proust, il romanziere francese della «ricerca del tempo perduto», per sapere che il desiderio più comune degli esseri umani è quello di fermare il tempo. Hammond ne analizza le implicazioni (il rapporto con la memoria del passato, l’idea che abbiamo del futuro) ma è consapevole del fatto che la neuroscienza ancora non è in grado di spiegarci tutto. Chiama in causa il cervelletto, la parte posteriore del cervello, sopra la nuca, che coordina il movimento dei nostri arti; il lobo frontale destro, associata alla memoria a breve termine; i gangli basali e la corteccia insulare anteriore; affronta casi clinici richiamando dettagli che malattie come il Parkinson o l’Alzheimer consentono di osservare. Ma le pagine più suggestive del libro, paradossalmente, sono quelle che ruotano intorno al “mistero” del titolo: «I neuroni sanno produrre una serie regolare di pulsazioni che potrebbero servire a calcolare il tempo, ma il cervello sembra non avere meccanismi per contarle». E allora? Forse le cellule cerebrali possiedono «intrinseche proprietà di tempificazione»? Si procede a tentoni, affidandosi a esperimenti empirici e perfino alla raccolta di sensazioni molto personali: si chiede alle persone di immaginare mesi e anni come fossero degli spazi, oppure di associare un colore ai periodi della vita e ai giorni della settimana. Così il lunedì può diventare rosso e gli anni Quaranta viola. Il discorso si complica quando, in quel viola degli anni Quaranta, non riusciamo a fare ordine con la memoria: le date si confondono e gli anni somigliano a un battere di ciglia.
PROPORZIONI
«Qualunque ultratrentenne vi dirà che il tempo sta accelerando e che ogni indicatore temporale, dalle domeniche sera al Natale, dà l’impressione di ripresentarsi sempre prima». Come si può spiegare? Basta la matematica? «Un anno sembra più veloce a quarant’anni perché è solamente un quarantesimo della vita, mentre a otto un anno ne costituisce una porzione molto più grossa». Non basta: tutto sommato, minuti, secondi, ore restano pressoché immutati nella nostra percezione. Non se ne esce! Entra in ballo la memoria autobiografica, la sua selettività, la ripetitività delle abitudini, e forse anche qualcosa che ancora non sappiamo. In un’area del cervello lunga solo quattro centimetri, l’ippocampo, c’è la chiave dei nostri ricordi e curiosamente anche quella legata all’idea di futuro.
PASSATO
«Le tracce neurali dei ricordi passati e delle immagini future sono molto, molto simili»: pazienti affetti da amnesia faticano parecchio a immaginare gli spazi in cui potrebbero verificarsi nuovi eventi. Non è quindi un proverbio: il futuro ha davvero un cuore antico. E adesso, per favore, non guardate l’orologio.