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 2013  giugno 20 Giovedì calendario

LA RIVOLUZIONE MORBIDA DI ROHANI (CON IL PERMESSO DEGLI AYATOLLAH)

Lo scorso fine settimana, il candidato presidenziale di centro, Hassan Rohani, ha vinto le elezioni in Iran con un voto oserei dire plebiscitario. Non solo ha battuto gli avversari che tutti davano per vincenti, due conservatori fedelissimi alla linea politica del leader supremo Ali Khamenei, ma ha stravinto con larga maggioranza, evitando il ballottaggio. Secondo il ministro degli Interni, l’affluenza al voto ha toccato il 72%, un livello che negli Stati Uniti non è mai stato raggiunto in un secolo.
Durante la campagna elettorale, Rohani aveva dichiarato: «Siamo pronti a spezzare tutte le catene che imprigionano la vita dei cittadini». Ma se lo straordinario successo di Rohani appare sorprendente, non dimentichiamo che esso non rappresenta nessuna novità per il sistema iraniano. Tutte le principali decisioni in materia di politica estera passano attraverso gli ayatollah: in Iran, il presidente non ha mai l’ultima parola sulle più scottanti questioni di sicurezza, come il programma nucleare e le posizioni nei confronti della Siria. In quanto ai tentativi di rilanciare l’economia, le sanzioni resteranno in vigore anche nel prossimo futuro e imporranno un tetto alle eventuali iniziative di Rohani in questo campo. Infine, anche se Rohani avesse le mani libere di agire, certo non sarà sua intenzione rovesciare il sistema. Rohani è un abilissimo insider, che ha saputo scalare le gerarchie del potere. Per quasi due decenni è stato a capo del consiglio nazionale di sicurezza, per tre anni si è occupato dei negoziati ad alto livello sul nucleare, e gode della massima fiducia dei religiosi. In campagna elettorale si è presentato come un moderato, non certo un riformatore. Pertanto, non ci aspettiamo che Rohani sia pronto a scardinare i lucchetti che attanagliano la politica iraniana, perché non è lui ad avere la chiave.
Detto questo, è lecito immaginare che quando assumerà il mandato presidenziale ad agosto, Rohani avrà almeno la possibilità di introdurre cambiamenti significativi all’interno delle restrizioni che gli sono imposte. Ma è importante capire quali e quante sono queste limitazioni. Rohani è un personaggio carismatico, riflessivo e pragmatico, il che gli garantisce una posizione di partenza di assoluto vantaggio sul presidente uscente, Mahmoud Ahmadinejad, ben noto per l’ideologia aggressiva e una retorica che sconfina nell’assurdo. Le sue ripetute invettive contro Israele hanno ostacolato le trattative sul nucleare con gli Stati Uniti. E anche se l’America fosse stata propensa a compromessi, sono bastate le condizioni irraggiungibili e demenziali dettate da Ahmadinejad a erodere qualunque piattaforma comune. L’elezione di Rohani va a riequilibrare questo scompenso e si prevede che i negoziati bilaterali con gli Usa possano riprendere in futuro. Sarà molto più difficile per la coalizione di potenze mondiali, che ha imposto le sanzioni all’Iran, mantenere una linea inflessibile davanti a un presidente aperto e disponibile, rispetto al suo odioso predecessore. Rohani raccoglierà un team di abili negoziatori capaci di individuare soluzioni più sfumate e creative in sede di negoziato. Con il rilancio di trattative serie, ecco che si prospettano migliori possibilità di accogliere misure concrete — vedi ispezioni ai siti nucleari e un rallentamento nei processi di arricchimento dell’uranio — in cambio di un ammorbidimento delle sanzioni.
Se è vero che la politica nucleare di vasto raggio dell’Iran non cambierà, Rohani potrebbe tuttavia far sentire la sua voce. È importante non confondere un drastico cambiamento nei toni dell’Iran con un cambiamento più profondo che vada a scalfire gli interessi del Paese. Che al governo vi sia un presidente moderato o meno, il leader supremo Khamenei resta sempre in carica, e i giochi non sono mutati. Da quando gli Stati Uniti hanno rovesciato il regime di Saddam Hussein nel 2003, l’Iran si è ritrovato sulla linea del fuoco in Medio Oriente. Se dovesse trasformarsi in potenza nucleare, questo servirebbe da deterrente contro futuri interventi militari, e forse si rivelerebbe vantaggioso in un contesto regionale sempre più instabile.
Rohani ha buone opportunità per rilanciare l’economia, rimediando agli errori di Ahmadinejad. Innanzitutto potrà sostituire gli amici poco qualificati del suo predecessore con tecnocrati esperti che rappresentano l’intero ventaglio dei colori politici. Le sue aperture al mercato sono promettenti. Ahmadinejad, invece, ha scavato fossati con le forze politiche di governo per gestire i finanziamenti locali; Rohani, un religioso, potrebbe incidere efficacemente nel migliorare i rapporti tra gli esponenti del potere religioso e le istituzioni economiche. Con un presidente dichiaratamente a favore della trasparenza e dell’efficienza nel mercato interno iraniano, molti Paesi, come Cina, Russia, India e Corea del Sud, saranno invogliati a siglare accordi con l’Iran, anche a costo di aggirare le sanzioni.
In quanto moderato, le future iniziative di Rohani saranno limitate. Ma il suo programma gode certamente di maggiori probabilità di successo, grazie alla vasta base di sostegno politico su cui può contare. Il suo successo alle urne è da attribuire, in maniera significativa, all’appoggio ricevuto da due ex presidenti riformatori, Hashemi Rafsanjani e Mohammad Khatami. Rafsanjani è stato escluso dalla corsa elettorale quando il Consiglio dei guardiani della rivoluzione ha scremato i 700 candidati presidenziali, ammettendone solo otto, quelli cioè che godono della fiducia di Khamenei. L’elezione di Rohani non ha creato frizioni con le gerarchie del potere. Sarà stata anche una sorpresa, vedere un moderato scavalcare candidati più conservatori, ma Rohani è egli stesso creatura di quel sistema politico, e sotto molti aspetti, e con grande realismo, ha saputo plasmare il suo programma per adattarlo agli interessi dell’establishment.
Nel 1997, Khatami si candidò in un programma di riforme, e anche allora fu eletto con larghi margini, grazie a un’eccezionale affluenza alle urne. Ma le sue iniziative riformiste si sono poi impigliate nelle griglie del Consiglio dei guardiani della rivoluzione e dell’Ayatollah supremo, senza mai approdare al tavolo dei legislatori. Rohani dovrà agire con grande scaltrezza, muovendosi tra moderati e ultraconservatori, perché sa che una coalizione di questi ultimi riuscirebbe a bloccare ogni sua mossa. Eppure è salito al potere con la benedizione dei vertici religiosi del Paese e il suo programma è ambizioso quanto basta, senza destare allarmi. Appena vinte le elezioni, Rohani ha dichiarato: «Il nuovo clima politico si tradurrà certamente in una nuova opportunità». È vero che le opportunità non mancano e Rohani è in posizione privilegiata per coglierle. Tuttavia, queste opportunità sono limitate da una gabbia strutturale di restrizioni interne che non sono sparite come d’incanto. E la realtà geopolitica della regione non si è spostata di un millimetro: Rohani sale al potere in un Paese che vuole consolidare la sua posizione nel conflitto di proporzioni immani che si profila con gli Stati Uniti. Tutti i legami dell’Iran con Hezbollah e il regime di Assad in Siria restano immutati.
Se saprà cogliere al volo le occasioni offerte nei primi mesi del suo mandato, se riuscirà ad accattivarsi le simpatie delle potenze mondiali e a conservare al contempo una larga base di sostegno in patria, Rohani troverà straordinarie opportunità per introdurre modeste riforme. Ma anche questo rappresenta un passo in avanti, se confrontato a quanto abbiamo visto durante gli otto anni di presidenza di Ahmadinejad.
Ian Bremmer
Politologo, editorialista e fondatore dell’Eurasia Group. Il suo ultimo libro è «Every Nation for Itself: Winners and Loosers in a G-Zero World»
(traduzione di Rita Baldassarre)