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 2013  aprile 21 Domenica calendario

DATEMI SUBITO UNA PECETTA PER COPRIRE L’ORIGINE DEL PORNO


Sono un aspirante censore. La copertina dell’ultimo libro di Luca Beatrice, su cui campeggia «L’origine du monde» di Gustave Courbet (che al di qua e al di là di tutte le teorizzazioni è una donna a gambe aperte), vorrei tanto coprirla con una pecetta. Perché più che l’origine del mondo è l’origine del porno. E il porno mi agita, mi rovina il sonno, sul mio comodino non ce lo voglio. Sulla piazza dell’arte contemporanea Beatrice è uno dei critici- storici migliori, e tra parentesi non è nemmeno di sinistra (cosa rara in quell’ambiente), ma il suo Sex. Erotismi nell’arte da Courbet a YouPorn (Rizzoli, pp. 250, euro 19,50) per essere il saggio di un critico è poco saggio e molto acritico.
Informatissimo, questo sì. Ricchissimo di stimoli, e ci mancherebbe. Ma troppo entusiasta e troppo propenso a prendere per fresca la carne spesso avariata che ci propone fin dalle primissime pagine, prologo iconografico vuoi loscamente attraente vuoi del tutto ripugnante, quattro passi nel delirio, carrellata di lordure. A esempio, Jeff Koons abbarbicato a Cicciolina. A me le pornostar della scuderia di Schicchi, buonanima, hanno sempre messo tristezza, compresa Moana, buonanima pure lei, e figuriamoci Ilona Staller col suo sorriso stereotipato, la melensaggine mercenaria, la coroncina di fiori fuori tempo massimo.
I gusti sono gusti, magari Beatrice ne andava pazzo, liberissimo, ma una cosa è la nostalgia e un’altra è il giudizio, quindi non bisognava lasciar parlare Koons senza uno straccio di contraddittorio. «Ilona e io siamo gli Adamo ed Eva contemporanei», disse l’artista americano al tempo di quella foto. «Attraverso la nostra unione abbiamo ristabilito il legame con la natura. Intendo dire che siamo diventati Dio». Bisognava almeno aggiungere che tale unione, collocata all’incrocio fra marketing, blasfemia e idiozia (soprattutto di chi ci credeva) è durata pochissimo e che dal giardino dell’Eden la coppia ha subito traslocato nelle aule dei tribunali.
Poche pagine dopo c’è il penoso autoritratto di Robert Mapplethorpe, non a caso morto di Aids, col manico di una frusta infilato in quel posto. Qui occorreva una citazione della filosofa francese Chantal Delsol: «Esibizionismo e assenza di pudore sono caratteristici di una società in cui l’ostentazione compensa la mancanza di profondità ». E invece non c’era, perché Beatrice preferisce la parte del cronista brillante piuttosto che quella, pericolosa e faticosa, del moralista.
Ma perché il porno non va bene? Perché è nemico dell’amore. Anche e soprattutto dell’amore fisico. Quindi, ci tengo a precisarlo, la mia critica non è platonica e spiritualistica, bensì carnale. Lo statistico Roberto Volpi ha calcolato (non chiedetemi come) che gli uomini e le donne dell’epoca del perbenismo avevano in media un numero di rapporti sessuali molto superiore a quello degli uomini e delle donne di oggi. Quando non se ne parlava mai, lo si faceva sempre. Adesso che se ne parla sempre, lo si fa molto meno.
Baudrillard aveva intuito che «quando tutto è esposto alla vista, non c’è più nulla da vedere». E allora perché parlare, come fa Beatrice, di «moralismo beghino della cultura cattolica”»? Baudrillard era un teorico della postmodernità, non un vecchio parroco né un reazionario ottuso. Comunque non serve leggere i filosofi per sapere che Eros ama il mistero, i veli, i sussurri, la penombra, i labirinti... Mentre il porno è rumore assordante e bagliore accecante oltre che droga: come una droga dà assuefazione e da un certo punto in poi non fa più effetto, anzi, fa l’effetto contrario.
Il porno mette in crisi soprattutto il maschio che l’invadenza delle immagini oscene non libera ma opprime. Forse Rocco Siffredi può farcela, beato lui, ma un uomo normale non può reggere a uno stimolo continuo e non ha scelta: o si arrende all’erotomania, all’ossessione senza pace dei rapporti anonimi, o si rifugia nell’atarassia, l’indifferenza assoluta. Due estremi entrambi sterili.
E perché il porno d’autore va ancora peggio? Perché autodichiarandosi arte si ammanta di sacro e diventa pressoché indiscutibile. «L’origine del mondo» non è un quadro, ma l’inizio di una valanga contro la quale è vietato opporsi per non fare la figura dei sorpassati. Contro questa censura, contro questo conformismo, io mi rivolto. Voglio essere libero di dire che le foto della torinese Carol Rama nuda a 87 anni mi fanno senso, e che le tecniche troppo miste degli inglesi Gilbert & George mi fanno vomitare. (Questi ultimi, in verità, vengono timidamente criticati anche da Beatrice: «Il ricorso alla coprofilia è una delle trovate meno felici del duo»). Voglio essere libero di elogiare i nudi nient’affatto pornografici di Giovanni Iudice, Emila Sirakova e Daniele Vezzani (per citare tre ultra- contemporanei) e di farlo sulla base di un criterio mio e non solo mio (Dostoevskij vi dice qualcosa?) che è poi quello della bellezza che salva. E voglio leggermi Sex di Beatrice, meritevole di essere letto, però senza precipitare nell’inferno del desiderio sbagliato: a me una pecetta!