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 2013  aprile 22 Lunedì calendario

HI-TECH, LA PREDA ITALIANA CHE PIACE

Succede anche nelle migliori famiglie. Due amici hanno un’idea geniale, si mettono in affari insieme e fanno una fortuna. Nel giro di qualche tempo l’azienda che hanno fondato diventa una delle più grandi e importanti del settore, non ha un euro di debiti, fa soldi a palate e si quota in Borsa. Ma gli anni passano anche per i due amici e quando sulla scena irrompono i figli, tutto torna in discussione. Perfino l’antico sodalizio si scioglie. E inevitabilmente arrivano gli stranieri. Questo copione, che caratterizza da secoli la storia italiana, è talmente radicato nel nostro Dna da non aver risparmiato, in epoca recente, nemmeno le imprese. Tante sono state, infatti, le vicende imprenditoriali che hanno avuto un esito simile a quello che si potrebbe profilare per la Engineering, la più grande azienda di information technology a capitale nazionale, quotata in Borsa.
Ogni mese paga, direttamente o indirettamente, 10 mila stipendi. Il giro d’affari sfiora gli 800 milioni: davanti, per fatturato, in Italia ha soltanto Ibm, Accenture, Hewlett Packard e Microsoft. Ha fra i suoi clienti alcune delle maggiori banche, la Fiat, le Coop, l’Enel, gli ospedali pubblici, Benetton, Piaggio, la Consob, Eni, Poste, le Ferrovie, Shell, Alitalia, Barilla, Volkswagen, Ministeri, Regioni, Comuni, giornali… Per non parlare delle attività estere, alimentate da una serie di acquisizioni internazionali. Tutto questo grazie a una regola che i due amici fondatori, Michele Cinaglia e Rosario Amodeo, che qualcuno ricorderà fin dai tempi in cui erano gli animatori dei Cerved, società d’informatica all’epoca delle Camere di commercio, hanno sempre rispettato: reimpiegare nell’azienda quasi tutti gli utili generati. Così è stato fatto fino al 2012, con il risultato che in tredici anni, a partire dal 2000, sono stati investiti circa 320 milioni di euro.
Qualche settimana fa, il colpo di scena. Rosario Amodeo, che nel frattempo ha trasferito la propria quota del 32 per cento ai figli, si dimette dalla vicepresidenza. Il motivo? Gli Amodeo hanno firmato un impegno a vendere le proprie azioni alla JpMorgan, con la quale da un anno la Engineering stava negoziando un piano di sviluppo per crescere ancora. Cose forse inevitabili, quando aziende nate così raggiungono certe dimensioni. Ma è difficile non interpretare questa decisione come estrema conseguenza dei contrasti affiorati fra i due amici a proposito delle aspirazioni dei figli di Amodeo. Loro puntavano decisamente a ottenere ruoli più operativi in azienda, mentre invece Cinaglia era schierato a difesa dell’attuale management.
La lettera d’intenti non ha avuto seguito, nel senso che la banca americana non ha ancora comprato. Ma l’iniziativa lascia intravedere uno scenario senza precedenti. Perché se JpMorgan decidesse effettivamente di acquistare, sarebbe poi costretta a lanciare un’offerta pubblica di acquisto su tutto il capitale. E a quel punto cosa ne farebbe Cinaglia, comunque fermamente intenzionato a resistere garantendo fino in fondo la continuità aziendale, del 35 per cento nelle sue mani? Tanto più se l’operazione dovesse venire condotta secondo lo schema con il quale generalmente si fanno queste cose: per capirci, quello della scalata a Telecom Italia. Eccolo. Viene costituita una nuova società, che si indebita con la banca da cui è nata per comprare le azioni messe in vendita e lanciare l’Opa. Una volta rastrellata la maggioranza del capitale, il compratore si fonde con il comprato e l’indebitamento si trasferisce alla società acquisita. In questa ipotesi, dunque, la Engineering verrebbe rilevata con le sue stesse risorse, visto che sarebbe l’azienda a dover ripagare i debiti. Pare che circoli una simulazione secondo la quale con l’attuale redditività la società d’informatica potrebbe reggere anche 300 milioni di esposizione.
Inutile dire che gli oneri finanziari finirebbero per assorbire gran parte dei profitti, azzerando la capacità di fare investimenti. Esattamente il contrario di quanto è stato fatto finora. A meno che non ci sia un disegno diverso, e che l’operazione non sia finalizzata a chissà quale acquisizione industriale. Soltanto fantasie? Forse. Comunque è certo che prima o poi il problema si porrà e andrà affrontato.
E se Amodeo si è deciso a vendere, Cinaglia è altrettanto deciso a non farsi estromettere: sperando magari che arrivi un Cavaliere bianco. Una grande finanziaria? Una banca amica? Uno di quei fondi «strategici» che vanno di moda nell’illusione di mettere le toppe a un sistema imprenditoriale debole ed esposto alle scorribande straniere? Vai a sapere…
Sergio Rizzo