Questo sito utilizza cookies tecnici (propri e di terze parti) come anche cookie di profilazione (di terze parti) sia per proprie necessità funzionali, sia per inviarti messaggi pubblicitari in linea con tue preferenze. Per saperne di più o per negare il consenso all'uso dei cookie di profilazione clicca qui. Scorrendo questa pagina, cliccando su un link o proseguendo la navigazione in altra maniera, acconsenti all'uso dei cookie Ok, accetto

 2013  aprile 21 Domenica calendario

IL DECLINO MILITARE DELL’OCCIDENTE

Per la prima volta dal 1998, l’anno scorso ha visto una riduzione delle spese militari nel mondo. Non di molto, dello 0,5% in termini reali, cioè a prezzi e tassi di cambio del 2011 costanti. È però una svolta: dovuta alla Grande Crisi che spinge molti Paesi verso l’austerità anche nella Difesa. Ci sarebbe da applaudire, se non fosse che il dato è il risultato della consistente riduzione delle spese nei Paesi ricchi al quale è però corrisposta una crescita degli investimenti nelle Nazioni emergenti che l’ha quasi offuscata. Come in economia, stiamo assistendo a uno scivolamento di potere — di hard-power — dalle vecchie alle nuove potenze. Uno dei risultati di questa tendenza è che per la prima volta dal collasso dell’Unione Sovietica — che agli armamenti dedicava grandi risorse — le spese militari degli Stati Uniti sono state inferiori al 40% di quelle globali. L’America resta di gran lunga il Paese che ogni anno investe di più nel militare: ciò nonostante, la discesa sotto quota 40% indica che un certo riequilibrio è forse iniziato.
Leggere i bilanci della Difesa non è una passeggiata. I numeri resi noti nei giorni scorsi dal Sipri — lo Stockholm International Peace Research Institute — sono però i riferimenti dai quali gli analisti partono: la loro attendibilità è ritenuta la più elevata in un settore opaco e coperto da parecchi top-secret.
Per mettere le cose in prospettiva: i 1.753 miliardi di dollari spesi per fini militari l’anno scorso sono per circa mille da imputare ai Paesi della Nato. Perdite di egemonia immediate, dunque, non sono in vista. È però un fatto che nel 2012 gli Stati Uniti abbiano ridotto gli investimenti nel settore del 6%, a 682 miliari di dollari. Un declino che dipende in buona parte dalle minori spese di guerra, passate da 159 a 115 miliardi: la tendenza continuerà nel 2013. Inoltre — nota il rapporto Sipri — anche 18 dei 31 Paesi europei che fanno parte della Nato hanno diminuito gli investimenti militari: l’Italia da 37,7 a 35,7 miliardi di dollari; ma leggermente hanno tagliato anche la Francia (da 62,7 a 62,6 miliardi) e la Gran Bretagna (da 60,3 a 59,8); la Germania ha invece incrementato l’impegno da 48,1 a 48,6 miliardi di dollari (ma il Sipri avverte che il dato è una stima).
Il secondo maggiore investitore del mondo in esercito, la Cina, ha accresciuto la spesa da 146,2 a 157,6 miliardi di dollari. La Russia, numero tre nella graduatoria, da 78,3 a 90,6. E molti altri Paesi asiatici, sudamericani, mediorientali e del Nord Africa hanno continuato ad aumentare le risorse destinate alla Difesa: l’Arabia Saudita è il regime che a essa dedica la maggiore percentuale di Prodotto lordo, l’8,9%. Più che a un crescere del pacifismo, insomma, stiamo assistendo a tagli dovuti alla crisi, più forti dove essa ha maggiormente colpito. Lo schema è: i declini di egemonia iniziano nell’economia, proseguono nel militare, finiscono con la politica e la cultura. Ma su tempi medio-lunghi.
Danilo Taino