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 2013  aprile 21 Domenica calendario

L’INGLESE DEGLI ITALIANI E QUELLO PARLATO NEI FILM

Per una volta vorrei chiederle un parere su un fenomeno che non è né storico né politico: la lingua inglese in Italia. È risaputo, e facilmente controllabile alla prima uscita in un qualsiasi Paese anglofono, che gli italiani non parlano l’inglese e quando lo parlano danno ragione a quei comici che ci fanno il verso quando cerchiamo di farlo. Si potrebbe dire lo stesso per gli americani che cercano di parlare italiano, ma loro se lo possono permettere per il semplice fatto che la loro è ormai la lingua franca, l’italiano no, o non più. Generalmente si attribuisce la colpa di questa ignoranza nazionale delle lingue alla scuola. Questo è vero, ma la scuola non è la sola responsabile. Il cinema fa la sua parte. A parte il fatto che sarebbe ora di smetterla col doppiaggio e lasciare agli attori la loro voce (del resto cos’è un attore se gli togli la voce?), sarebbe almeno consigliabile che, almeno nel doppiaggio, non si contribuisse alla persistente ignoranza della lingua inglese. L’ultimo esempio è il notevole film su Hitchcock e le vicende che segnarono la creazione di «Psycho». Già è fastidioso sentire un grande attore quale Anthony Hopkins con la voce di un doppiatore italiano che fa l’imitazione della vecchia serie televisiva in bianco e nero, ma perché si ostinano a pronunciare la parola inglese Psycho come Psaico quando nessun anglofono farebbe sentire la P davanti alla S? E del resto vorrei sapere in base a quale criterio i nostri doppiatori hanno deciso di pronunciare ai la y di Psycho, come giustamente si pronuncia in inglese, ma ps, il dittongo iniziale, come giustamente si pronuncia in italiano.
Mario Corradi
info@mariocorradi.com
Caro Corradi, sul modo in cui gli italiani parlano l’inglese sono meno pessimista di lei. L’insegnamento nelle scuole medie non è ancora all’altezza delle nostre esigenze, ma le famiglie e i giovani non hanno aspettato il ministro della Pubblica istruzione. I viaggi all’estero, il linguaggio di Internet, il programma Erasmus per il completamento degli studi in una università straniera, i corsi in inglese di alcune grandi scuole italiane (Bocconi, Politecnico di Milano) hanno considerevolmente ampliato il numero dei giovani che hanno familiarità con la lingua. Esiste una nuova emigrazione composta da laureati, tecnici, ricercatori che parla l’inglese correttamente senza suscitare commenti ironici e risvegliare vecchi luoghi comuni.
Sul problema del doppiaggio credo che lei abbia ragione. Privare un attore della sua voce è un imperdonabile errore culturale. Per gli spettatori che non conoscono la lingua originale di un film i sottotitoli dovrebbero bastare. Il guaio è che il pubblico italiano è al tempo stesso pigro e viziato. Pigro perché i sottotitoli richiedono maggiore attenzione. Viziato perché il doppiaggio italiano, per la qualità delle voci e della tecnica, ha raggiunto livelli invidiabili. Se i distributori di film stranieri preferiscono i film doppiati, la ragione è strettamente commerciale. Un film sottotitolato raggiunge un pubblico circoscritto e incassa meno denaro.
Ancora un’osservazione. È davvero sicuro, caro Corradi, che i film in inglese contribuirebbero a diffondere la conoscenza della lingua? Dalla fine degli anni Sessanta alcuni fenomeni hanno modificato i caratteri della cinematografia anglosassone. In primo luogo il modello linguistico e recitativo non è più, come fu per molto tempo, quello del teatro, e il regista ha smesso di chiedere all’attore di pronunciare le sue battute con la tradizionale chiarezza del palcoscenico. In secondo luogo l’inglese è esploso producendo una straordinaria pluralità di pronunce locali, contaminazioni linguistiche, gerghi di mestiere, neologismi, formule verbali inventate dai blog e dalle reti sociali. In molti casi alcuni film sono interamente comprensibili soltanto con sottotitoli in inglese.
Sergio Romano