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 2013  aprile 21 Domenica calendario

IL PD, LA RANA CHE SI CREDEVA UN BUE. LE CINQUE FAGLIE DI UN COLLASSO

Il collasso del Pd come partito è così palese, e sono così evidenti gli errori che hanno fatto i suoi dirigenti nella conduzione del passaggio post elettorale, che la mia prima reazione è: non prendetevela solo col Pd, non sparate sulla Croce Rossa! Scavate più a fondo per capire le ragioni della crisi finale della Seconda Repubblica, di un vecchio che è morto e di un nuovo che non riesce a nascere.
Un Pd diviso su tutto e indeciso a tutto, guidato (si fa per dire) da una dirigenza illusa dai seggi conquistati grazie a un premio di maggioranza che sfida la legittimità democratica, era destinato a questa fine: come la rana di Esopo che si crede bue — sto parafrasando un bellissimo tweet di Claudio Petruccioli — si è gonfiato sino a scoppiare. La truffaldina maggioranza assoluta alla Camera e quella relativa al Senato hanno fatto dimenticare ai dirigenti del Pd due verità fondamentali in ogni calcolo politico. Di essere solo una minoranza nel Paese e, soprattutto, di non essere una minoranza compatta e manovrabile: la «ditta» di oggi non è più, né mai potrà più essere, il grande Partito con la P maiuscola che Bersani ha sempre in mente. Costretto dai numeri a prendere l’iniziativa, dovendo abbandonare la comoda posizione di agire di rimessa, le spaccature interne sono diventate evidenti. Volendo semplificare, ci sono almeno cinque linee di faglia che si intersecano e sovrappongono all’interno del Pd.
La prima è quella che attraversa tutti i partiti della sinistra democratica europea ed è una faglia dannosa, ma non esiziale: la divisione tra coloro che rimpiangono le politiche della socialdemocrazia nei trent’anni gloriosi del dopoguerra e coloro che ritengono non siano più attuabili e occorra una sterzata in direzione liberaldemocratica, se si vuole restare un partito di governo. Questo contrasto, che altrove viene risolto con vinti e vincitori, c’è anche nel Pd ma non è stato mai affrontato seriamente: spazzato sotto il tappeto, riemerge quando è necessario prendere decisioni importanti. Tutte le altre linee di faglia, le più insidiose e meno idonee allo scopo di definire l’identità di sinistra del partito, non sono linee europee ed hanno a che fare con la storia contorta, lontana e recente, del nostro Paese.
Il Pd è nato da una fusione oligarchica tra elite ex comuniste ed elite provenienti dalla sinistra democristiana: la vecchia faglia laici/cattolici, che in altri partiti di sinistra europei non esiste o ha minor rilievo, si è dunque aperta sin dall’inizio nell’Ulivo e nel Pd, e ha creato danni anche in occasione di questa elezione del presidente della Repubblica. Ma tra le faglie di origine nostrana la più grave è di origine assai più recente, quella tra anti-berlusconiani duri e puri e tra coloro che, pur critici di Berlusconi, tengono conto del fatto che il Cavaliere ottiene il consenso di un terzo degli italiani: la si è vista in opera in modo drammatico in queste elezioni presidenziali. L’origine e la profondità di questa faglia stanno nel fatto che essa nasce da un moto di indignazione spontaneo nei confronti di una evidente «unfitness to rule», inidoneità a governare, come l’ha definita l’Economist, di Silvio Berlusconi. Nasce nella società civile, nel mondo dei media, delle associazioni, dei social network. E la dirigenza del Pd, in mancanza di idee forti e ampiamente condivise sui temi cruciali delle politiche economiche e sociali, sui veri temi di destra e sinistra, l’ha ampiamente cavalcata. Le cosiddette parlamentarie del Pd hanno mandato al Senato e alla Camera un gran numero di giovani: quanti di loro hanno in proposito idee diverse dai seguaci di Beppe Grillo?
A proposito di giovani, veniamo alla faglia — interna ai militanti e dirigenti del partito — tra giovani e vecchi, tra rottamatori e rottamandi. Credo si tratti di una faglia minore, presente dai tempi di Roberto Michels in tutti i partiti, ma in Italia più insidiosa per il conservatorismo dei ceti dirigenti, per i patti parasociali tra i partiti che hanno dato vita al Pd e per la forte assonanza con le polemiche anti-casta diffuse nella società e più intense che in altri Paesi. Molto più grave è l’ultima faglia, anch’essa assente nei sistemi istituzionali più consolidati degli altri Paesi europei: lo scontro tra innovatori e conservatori istituzionali, tra coloro che considerano la nostra Costituzione «la più bella del mondo» e coloro per i quali la forma di governo disegnata nella seconda parte non è più in grado di governare efficacemente e democraticamente un sistema passato dalla democrazia dei partiti (Pietro Scoppola) alla democrazia del pubblico (Bernard Manin).
Con bonomia emiliana, con tecniche da conte zio — «troncare, sopire» — ma in realtà appoggiandosi al fronte conservatore, Bersani e i suoi hanno cercato di tenere in piedi la ditta fino a quando è stato possibile. Poi è arrivato il tempo delle decisioni, le faglie si sono mosse e c’è stato il terremoto. La domanda è se la ricostruzione — semmai di un edificio di minori pretese ma meglio costruito — arriverà in tempo per le prossime elezioni e sarà in grado di cancellare la cattiva immagine che il Pd ha dato di sé in questi ultimi tempi.
Michele Salvati