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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

GIORGIO IL RE SOLE DAI CARRI ARMATI AGLI SCUDI PER B.

All’indomani delle elezioni il centrosinistra, che ha vinto per un pelo dopo aver buttato alle ortiche il larghissimo vantaggio di partenza, si pappa subito le presidenze di Camera e Senato. Poi, come il coccodrillo che piange solo dopo i pasti, corre a blandire Berlusconi per concordare con lui un presidente della Repubblica “condiviso” e “di garanzia”. I nomi più gettonati sono Giuliano Amato, Massimo D’Alema, Anna Finocchiaro, Franco Marini ed Emma Bonino. Sembra la cronaca degli ultimi due mesi. Invece, a riprova del fatto che nella politica italiana non si butta via niente, è quella di sette anni fa.
La notte del 10 aprile 2006 è fra le più mozzafiato della storia della Repubblica, tant’è che solo all’alba si è saputo che l’Unione di Prodi ha battuto il centrodestra del solito Berlusconi: alla Camera per appena 24 mila voti in più, al Senato solo grazie al Porcellum che ripartisce i seggi su base regionale (lì è stata la destra a raccogliere 500 mila consensi in più) e al voto degli italiani all’estero, che regalano al centrosinistra una maggioranza di appena 3 seggi. Ma per l’incarico a Prodi, di cui Berlusconi rifiuta di riconoscere la vittoria strillando ai “brogli della sinistra” e invocando il riconteggio delle schede (che non gli frutterà alcun vantaggio), bisogna attendere il nuovo presidente della Repubblica. Ciampi è ormai scaduto e le Camere sono convocate per l’8 maggio per eleggere il suo successore. Qualcuno, sulle prime, ipotizza – per pura cortesia, ma senza grande convinzione – una riconferma del capo dello Stato, che va per gli 86 anni e sette anni dopo ne avrebbe 93. Per fortuna è lui stesso, il 3 maggio, a levare tutti dall’imbarazzo, respingendo le deboli insistenze che gli arrivano da Ds, An, Udc e Verdi: “Non sono disponibile a una rielezione, sia per la mia età, sia perché il rinnovo di un mandato lungo, quale è quello settennale, mal si confà alle caratteristiche proprie della forma repubblicana del nostro Stato”. Inizia così il minuetto delle candidature e delle “rose”. Lo schema di sette anni prima, quando destra e sinistra si accordarono in un batter d’occhio sull’ex governatore di Bankitalia ed ex premier, è improponibile: il Caimano non è più quello ammansito dalla Bicamerale, ma sfodera zanne e artigli in una battaglia paraeversiva contro la vittoria mutilata dai comunisti imbroglioni e truccatori di schede che gli avrebbero scippato la rimonta proprio sul filo di lana. Impossibile sedersi al tavolo con lui per concordare chicchessia e alcunché. Però i nomi che si fanno sono gli stessi che sceglierebbe lui se fosse interpellato: Amato, D’Alema, Bonino, Finocchiaro e Marini (appena divenuto presidente del Senato, mentre sullo scranno più alto della Camera s’è accomodato Fausto Bertinotti, fregando il solito D’Alema che non ne azzecca una). Ma il Cavaliere, per non bruciare le sue quinte colonne a sinistra, finge di non voler altri che i suoi Gianni Letta, Marcello Pera, Pier Ferdinando Casini, Lamberto Dini e Mario Monti (sì, proprio lui). Di Pietro, per rompere l’inciucio spontaneo del centrosinistra, spariglia i giochi con la sua neosenatrice Franca Rame. Cossiga auspica, come soluzione istituzionale, Marini, che però si dice subito indisponibile. Fuori uno. O meglio, tutti gli altri tranne uno: D’Alema, che da settimane ha mandato segretamente avanti i suoi sherpa in campo avverso (si fa per dire) per preparare il terreno alla propria candidatura.
Ipotesi Caimano senatore a vita
La prima mossa l’ha fatta, all’indomani del voto, la Velina Rossa del dalemiano Pasquale Laurito, lanciando l’idea di nominare il Cavaliere senatore a vita. I dalemiani Caldarola, Latorre e Rondolino hanno subito applaudito. La cosa potrebbe sembrare la boutade di un pugno di personaggi che, pur di strappare un titolo sui giornali, sarebbero disposti a qualunque abiezione. Ma boutade non è, visto che fra le garanzie offerte dagli emissari dalemiani a quelli berlusconiani per lubrificare la scalata al Colle della Volpe del Tavoliere (come lo chiama sarcastica Rossana Rossanda), c’è anche il laticlavio al Caimano: il che lo metterebbe per sempre al riparo dal rischio di finire in galera. Ma quello è solo l’inizio. Ufficialmente l’Unione ha affidato al braccio destro di Prodi, l’ex giornalista Ricardo Franco Levi, l’incarico di condurre le trattative con la Casa delle Libertà. Ma il clan D’Alema se ne infischia e continua a giocare in proprio, da quell’autentico partito nel partito che è, contattando vorticosamente i capi del Partito Azienda, e talora direttamente dell’Azienda. Il primo a muoversi è il più spregiudicato dei giannizzeri dalemiani, Nicola Latorre, che incontra per due ore Giuliano Ferrara nella sede del Foglio. Con ottimi risultati, visto che Cicciopotamo (come lo chiama Giampaolo Pansa) ha subito iniziato a sponsorizzare il Conte Max. La solita bizza dell’Elefantino per farsi notare e vincere la noia? Tutt’altro: il segnale convenuto che fa uscire dalle tane ben altri sponsor: Fedele Confalonieri, Carlo Rossella, Marcello Dell’Utri, Paolo Cirino Pomicino, Francesco Cossiga, Vittorio Feltri, Piero Ostellino, Renato Farina, Oreste Scalzone e Lanfranco Pace. Un fronte composito che ingloba tutto e il contrario di tutto: il partito Mediaset al gran completo, più alcuni avanzi della vecchia Dc, del vecchio Psi e della vecchia eversione rossa. Nomi che imbarazzerebbero anche Landru, ma non D’Alema, che incassa gongolante. Lui stesso – come rivela Mario Calabresi, mai smentito, su Repubblica – sente e incontra più volte Letta e Dell’Utri, mentre il segretario Ds Piero Fassino perora la sua causa in un incontro riservato col presidente di Mediaset Confalonieri (e tanti saluti al conflitto d’interessi). Il Corriere della Sera svela i nomi e le funzioni dei protagonisti dell’Operazione Max: Latorre compie “massicce incursioni in Forza Italia”; “Bersani, che vanta un buon rapporto con la Lega, lavora sul fronte del Nord” (infatti Bobo Maroni esprime grande interesse per la candidatura D’Alema, prima di essere stoppato da Bossi); “Peppino Caldarola prende da parte Mastella e Fini”; “Anna Finocchiaro rassicura le toghe e Marco Minniti le forze armate”; “Gianni Cuperlo tiene i contatti con Mediaset”; la cattocomunista Livia Turco spiega che “in Vaticano ritengono D’Alema una delle personalità più intelligenti della politica italiana”; il governatore calabro Agazio Loiero è “l’emissario presso i tentennanti della Margherita”. A quel punto Berlusconi fa trapelare che “D’Alema è il più bravo di tutti i comunisti” e la ventilata opzione Napolitano “non esiste: tra un comunista e l’altro, mi fiderei più di D’Alema”. Paolo Bonaiuti, il fedele portavoce, conferma: “Silvio s’è di nuovo infatuato di Massimo”, come ai tempi della Bicamerale, peraltro mai davvero chiusa.
Fassino al “Foglio” per l’amico
Il secondo del partito-azienda a uscire allo scoperto, dopo Ferrara, è Marcello Dell’Utri. Che si fa intervistare dal Corriere il 5 maggio: anche lui sponsorizza D’Alema e dice che pure il Cavaliere potrebbe votarlo e farlo votare, come già nel ’96 per la presidenza della Bicamerale; ma, in cambio dello “sdoganamento” da parte di Forza Italia, il pregiudicato Dell’Utri, condannato in primo grado per mafia e per estorsione e in Cassazione per false fatture e frode fiscale, chiede “un segnale istituzionale” da D’Alema o chi per lui. Su quali materie è superfluo specificarlo: giustizia e televisioni. Dell’Utri chiama e, a stretto giro di posta, Fassino risponde. Lo stesso 5 maggio riceve in visita al Botteghino Giuliano Ferrara, al quale rilascia un’intervista per il Foglio che è tutta un programma. Nel vero senso della parola. Per la prima volta in 60 anni di storia repubblicana, un segretario di partito presenta una piattaforma programmatica per un aspirante presidente della Repubblica. Nella fattispecie, D’Alema. È il “segnale istituzionale” auspicato dal pregiudicato Dell’Utri. Sei impegni precisi per indurre Berlusconi, e i suoi cari al seguito, a votare D’Alema. Preambolo: “La guerra è finita, la candidatura di D’Alema al Quirinale dev’essere il primo atto di una pace da costruire e non l’ultimo atto di una guerra che continua. Chiedo a Berlusconi e a tutta la Cdl di valutare alla luce del sole la possibilità di eleggere D’Alema”. Ferrara domanda: Fassino chiede i voti alla Cdl? Lo sventurato risponde: “Certo. O comunque un’intesa graduabile in diverse forme esplicite”. Seguono le solite menate su “ritrovare la serenità”, pacificarsi, “smetterla di pensare che se vince Berlusconi ci sia il fascismo alle porte”. Poi le sei proposte indecenti.
1) “Il prossimo governo italiano si farà carico delle scelte di chi lo ha preceduto, in nome dell’interesse nazionale. Di questo percorso, D’Alema al Quirinale vuole farsi garante” (e a che titolo il candidato presidente di una Repubblica parlamentare potrebbe commissariare di fatto il premier Prodi, dettandone le scelte politiche, fra l’altro, in palese contrasto col programma dell’Unione che prometteva discontinuità con le scelte del precedente governo, proprio in nome dell’interesse nazionale?).
2) “L’assicurazione che, se il governo Prodi dovesse entrare in crisi, si tornerà a votare perché… la legittimità di una maggioranza e di un governo viene dal voto dei cittadini” (ma non si era sempre detto che i parlamentari sono eletti senza vincolo di mandato e che il capo dello Stato può sciogliere le Camere solo come extrema ratio, quando in Parlamento non emerge alcuna maggioranza in grado di sostenere un governo?).
3) “Da capo del Csm, un presidente (D’Alema, nda) che eserciti la funzione di garanzia operando… per evitare ogni possibile cortocircuito fra politica e giustizia” (e dove sarebbero, delirii berlusconiani a parte, i “cortocircuiti fra politica e giustizia”? E come si può avallare la tesi bislacca secondo cui le doverose indagini della magistratura su fatti di malaffare commessi da politici siano “cortocircuiti fra politica e giustizia”?).
4) “Sulle grandi scelte di politica estera un presidente che favorisca la massima intesa possibile” (ma in una Repubblica parlamentare la politica estera spetta al governo e al Parlamento, non al capo dello Stato; e non è stata proprio la politica estera, con la partecipazione dell’Italia all’occupazione dell’Iraq, uno dei terreni di scontro fra destra e sinistra?).
5) All’indomani del referendum che – come noi auspichiamo – boccerà la revisione costituzionale della destra, si riprenda il confronto sulle istituzioni che consenta di portare a termine una transizione istituzionale da troppi anni incompiuta” (ma che senso ha difendere la Costituzione dalla controriforma della destra per poi promettere subito un’altra riforma insieme alla destra? Dove sta scritto che si debba riformare la Costituzione? E a che titolo un capo dello Stato, “garante della Costituzione” vigente, potrebbe garantirne la sostituzione con un’altra?).
6) Il D’Alema proposto da Fassino al Quirinale “è quello che ha presieduto la Bicamerale… e ha sempre rifiutato di demonizzare il centrodestra” (un altro refrain berlusconiano – cioè l’accusa di “demonizzazione” a chiunque l’abbia descritto per quello che è – che entra nel lessico del leader Ds). La sconcertante intervista di Fassino al Foglio, che suscita l’allibita reazione dell’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida, stupefatto da cotanto analfabetismo istituzionale, esce il mattino di sabato 6 maggio. Due giorni prima che il Parlamento inizi a votare. La sera, in perfetta coordinazione, Confalonieri è ospite di Fabio Fazio su Rai3 e dichiara: “Da uomo della strada dico sì a D’Alema, è uno con la testa, molto simile al Cavaliere, sono uomini che non usano i bizantinismi. Da uomo d’impresa dico che D’Alema è un uomo di parola: dieci anni fa è venuto in azienda e ha detto che Mediaset non si toccava perché era un patrimonio del Paese. E infatti con il suo governo non abbiamo avuto nessun problema”. Ma alla Volpe del Tavoliere, quando i giochi sembrano ormai fatti, è fatale la domenica 7. Si mettono di traverso il leader della Margherita, Francesco Rutelli (geloso dei Ds), e il duo Casini-Fini (gelosi di Berlusconi). L’Operazione Max abortisce, perché spaccherebbe entrambi i poli proprio in avvio di legislatura. D’Alema si ritira in buon ordine.
’O guaglione fatt’a vecchio
Il Pdl offre la solita rosa di nomi, capitanata da Amato e non solo in ordine alfabetico. Ma a quel punto i Ds, primo partito dell’Unione, ne fanno una questione di principio: caduto Max, non resta che Giorgio Napolitano. Nato a Napoli nel 1925, figlio di un avvocato liberale, laureato in Giurisprudenza, giovane fascista nei Guf, poi antifascista dal ’44 e comunista dal ’45, deputato dal 1953, sposato con Clio Bittoni che gli ha dato due figli, soprannominato dall’amico scrittore Luigi Compagnone “’o guaglione fatt’a vecchio” (il ragazzo vecchio, anche per la calvizie che lo colpì fin dai vent’anni), famigerato per l’elogio ufficiale a nome del Pci all’Armata Rossa che schiacciava la rivolta di Budapest nel 1956 (“L’intervento sovietico ha non solo contribuito a impedire che l’Ungheria cadesse nel caos e nella controrivoluzione, ma alla pace nel mondo”) e per le dure critiche nel 1981 alla campagna di Enrico Berlinguer sulla “questione morale” contro le ruberie della banda Craxi, leader storico della corrente “migliorista” filocraxiana (a Milano ribattezzata “pigliorista” per la vicinanza al Psi e alla grande impresa, e per il coinvolgimento di vari suoi esponenti in Tangentopoli), già presidente della Camera nel 1992-’94, poi ministro dell’Interno nel primo governo Prodi, nominato senatore a vita da Ciampi, soprannominato “il figlio del re” per la somiglianza con Umberto II di Savoia, Napolitano è tutt’altro che sgradito a Berlusconi.
Nel 1992-‘93, ai tempi di Mani Pulite, ha criticato più volte il pool di Milano da presidente della Camera. Nel ‘93 la Procura di Napoli ha sequestrato le agende del dirigente Fininvest Maurizio Japicca, ha trovato il nome di Napolitano in un elenco di politici definiti “vicini” Biscione (il futuro Presidente fu addirittura indagato, con un atto segretato in cassaforte dai pm partenopei e poi archiviato, per sospetti finanziamenti illeciti alla sua corrente sotto il Vesuvio). Del resto, nel ‘94, è Napolitano l’unico “comunista” a cui il Cavaliere ha stretto la mano in piena aula di Montecitorio, ringraziandolo per l’auspicio di “un confronto non distruttivo fra maggioranza e opposizione” al suo primo governo e offrendogli poco dopo la nomina a commissario europeo (poi, approfittando dei suoi tentennamenti, andata alla Bonino). E nel ‘95, caduto il suo primo governo, non ha alzato un sopracciglio quando il Parlamento l’ha eletto presidente della Commissione per il riordino del sistema radiotelevisivo (che naturalmente non riordinerà un bel nulla). Ma le esigenze di propaganda inducono Berlusconi a tuonare contro il “comunista” candidato al Colle senza il suo permesso e contro l’“occupazione rossa” di tutte le cariche istituzionali. Così da allungare la coda di paglia del futuro primo Presidente comunista della storia.
Quando lo riesumano per il Quirinale alla veneranda età di 81 anni, la più avanzata di un presidente della Repubblica dopo Pertini, “’o guaglione fatt’a vecchio” ha ormai raggiunto politicamente la pace dei sensi. Esaurita l’esperienza di governo nel ‘98 con la pessima gestione del Viminale (“non sono qui per aprire armadi e scoprire segreti”, disse appena insediato, qualche giorno prima che saltasse fuori un archivio nascosto dei servizi segreti sulla via Appia; poi invocò una controriforma dei pentiti di mafia, a suo dire “troppo numerosi”; e varò la legge sull’immigrazione Napolitano-Turco che introduceva i Cpt-lager) e tenuto ai margini del partito, che nel ’99 l’ha spedito al Parlamento europeo, passa il suo tempo a scrivere pensose e noiose articolesse sull’Europa, che l’Unità gli pubblica più per dovere che per piacere, e a rilasciare sullo stesso tema verbose e polverose interviste che pretende pignolescamente di rileggere, correggendovi anche le virgole e protestando vibratamente con i direttori nel caso di qualche parola o riga tagliata. Viene anche sfiorato da uno scandalo, quando nel 2004 un giornalista tedesco (vedi filmato su youtube) lo insegue invano per chiedere spiegazioni di una sua usanza poco edificante: per un volo low cost Roma-Bruxelles costato 90 euro, Napolitano ha ottenuto un rimborso di 800 euro (come per un volo di linea), più altri 80 per il taxi e 268 di indennità di missione. Ma nel dicembre 2005 s’è preso la sua gelida rivincita, con un durissimo intervento in Direzione contro i vertici Ds, da Fassino a D’Alema, coinvolti nello scandalo Unipol-Bnl: “Alcuni dirigenti hanno mostrato eccessiva fiducia in Giovanni Consorte”. Un modo come un altro per ricordare che lui è ancora vivo, e all’occorrenza in partita.
Siccome il centrodestra non vuol saperne di votarlo, l’Unione attende il quarto scrutinio. E, nei primi tre, vota scheda bianca. Nel primo la Cdl vota Letta e l’Idv la Rame. Nel secondo e nel terzo anche la destra si astiene, mentre la Lega vota Bossi. Qualche buontempone segna sulla scheda i nomi di Adriano Sofri, Maria Gabriella di Savoia, Giorgio Almirante, Bruno Vespa, Barbara Palombelli, Linda Giuva (moglie di D’Alema) e Ambra Angiolini. Al quarto scrutinio, il 10 maggio, Napolitano viene eletto undicesimo presidente della Repubblica con 543 voti su 1009 (Unione, più i dissidenti Udc Marco Follini e Bruno Tabacci): la maggioranza più risicata della storia del Quirinale dopo quelle di Leone e Segni.
Le manovre anti-inchieste
Berlusconi lo saluta ufficialmente come “un Presidente di parte”, ma con poca convinzione. I fatti diranno che mai il Cavaliere aveva trovato sul Colle un uomo più disponibile di Napolitano. Non una legge-vergogna rinviata alle Camere, anzi tutte firmate alla velocità della luce (scudo fiscale, lodo Alfano, legittimo impedimento, le ultime due poi giudicate incostituzionali dalla Consulta). A parte il no preventivo al decreto Englaro e a una legge sul lavoro, cioè a due provvedimenti che non riguardano gli affari del premier. Fiumi di “moniti” alla magistratura perché eviti lo “scontro” con la politica a ogni indagine sul malaffare di questo o quel potente. O perché giornalisti e/o pm concedano “tregue” per non disturbare Berlusconi durante il G8 de L’Aquila nel 2009 e le consultazioni del 2013. E poi un’infinità di entrate a gamba tesa, camuffate da moral suasion, nelle indagini giudiziarie più scomode per il potere: da quelle del pm Woodcock a Potenza a quelle di De Magistris e della Procura di Salerno sul malaffare calabrese, fino alle scandalose telefonate Quirinale-Mancino sulla trattativa Stato-mafia e all’incredibile conflitto di attribuzioni alla Consulta contro la Procura di Palermo, financo gli interventi sul procuratore bolzanino della Corte dei Conti che disturba il manovratore altoatesino Durnwalder, per concludere in bellezza con la grazia ad Alessandro Sallusti (condannato per aver diffamato un giudice) e a un colonnello Usa condannato (e latitante) per il sequestro Abu Omar. Circondato e circonfuso dagli incensi e dai salamelecchi di politici tremebondi, giornalisti compiacenti, intellettuali genuflessi e giuristi corazzieri, ai limiti del culto della personalità, il Presidente si crede ormai infallibile, ineffabile, incriticabile. La stampa estera lo battezza “Re Giorgio”. Ma sarebbe più appropriato “Re Sole”, visto che si attribuisce via via prerogative sconosciute alla Costituzione repubblicana, e anche allo Statuto Albertino. Tant’è che si permette di interferire nelle campagne elettorali (attacca più volte Di Pietro, l’unico che osa criticarlo, e nel 2010 invita esplicitamente a non votare per i “populisti” a 5 Stelle di Grillo, che lo chiama “Ponzio Pelato” e “Morfeo”) e financo nelle libere determinazioni dei partiti (il refrain delle “larghe intese” per le “riforme condivise”). Fino a salvare il terzo governo Berlusconi dalla sfiducia nel novembre 2010 col rinvio della votazione di un mese (indispensabile al Caimano per comprare una trentina di deputati). E poi a inventarsi il governo Monti, nel dicembre 2011 dopo le dimissioni del Cavaliere, mettendolo al riparo da un voto anticipato che lo raderebbe al suolo e condannando alla rovina il Pd di Bersani. E poi, dopo le elezioni-tsunami del 2013, a stroncare sul nascere l’idea di un premier extra-partiti lanciata dai 5Stelle usciti vincitori dalle urne. Il tutto in nome di una malintesa “neutralità” e di una impossibile “pacificazione” fra aggressori e aggrediti, col risultato di fare sempre il gioco dei primi. Ogni tanto, piccato dalle sparutissime critiche, Napolitano cita Luigi Einaudi, il Presidente a cui meno somiglia, dimenticando la più nobile e attuale delle sue “prediche inutili”: “Non le lotte e le discussioni devono impaurire, ma la concordia ignava e le unanimità dei consensi”. Una frase che andrebbe scolpita a caratteri cubitali sulla facciata del Quirinale. A futura e passata memoria.