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 2013  aprile 18 Giovedì calendario

E ORA?


Janet Napolitano, 56 anni, italoamericana di lontane origini pugliesi, è stata una dei primi, fra ministri e alti dirigenti dell’amministrazione, a correre alla Casa Bianca dopo l’attentato alla maratona di Boston. Come segretario della Sicurezza interna dal gennaio 2009, presiede un imponente apparato di 187 agenzie e dipartimenti federali (incluse le 14 agenzie dell’intelligence) con oltre 240 mila dipendenti e un budget di 60,8 miliardi di dollari. La sua missione è proteggere gli americani dagli atti di terrore e dai disastri naturali. Ovvio che ora sia lei a essere additata come la principale responsabile per la mancata prevenzione e per le falle nell’apparato di sicurezza. Eppure, nessuno se la sente di gettare la croce addosso a questa donna fra le più popolari e influenti d’America. «Puoi usare tutti i droni che hai. Puoi uccidere o neutralizzare centinaia di terroristi o presunti tali. Puoi mettere in carcere a Guantanamo quanti più sospetti possibili. Quelli continuano a colpirti con facilità» dichiara Mark Rossini, un ex funzionario dell’antiterrorismo, che ha guidato le indagini per conto dell’Fbi a Madrid dopo la strage dell’11 marzo 2004 (191 morti e 1.800 feriti). «Ciò che rende il terrorismo così spaventoso è che l’azione è sempre più veloce della reazione».
Il paradosso è che, esattamente un mese fa, l’Intelligence advisory board del presidente americano ha consegnato a Barack Obama un rapporto segreto nel quale ammoniva l’amministrazione a ricollocare uomini e risorse finanziarie delle agenzie di sicurezza dal terrorismo verso lo spionaggio classico contro Cina, Corea del Nord e Iran. In particolare, il «centro antiterrorismo» della Cia nell’ultimo decennio è passato da 300 a 2 mila spie diventando di fatto il «core business» dell’agenzia. Il nuovo direttore della Cia John Brennan, già consigliere dell’antiterrorismo alla Casa Bianca, sembrava favorevole a rivedere le priorità. Dopo le bombe di Boston, «il ribilanciamento» è stato sospeso su ordine di Obama.

Perché proprio nel giorno dedicato al patriota?
Nel suo breve discorso alla nazione il presidente americano ha indicato una pista ben precisa accennando al significato del Patriot’s day in Massachusetts, che commemora l’anniversario delle battaglie di Lexington e Concord, il 19 aprile 1775, le prime della Guerra d’indipendenza americana. Basta ricordare alcuni attentati commessi negli Stati Uniti per trovare un filo rosso (almeno simbolico) che lega gli eventi, ispirati dai gruppi paramilitari cosiddetti patriottici: l’assalto di Waco (19 aprile 1993), le bombe di Oklahoma City (19 aprile 1995), la sparatoria della scuola Columbine (20 aprile 1999). Da quando Obama è diventato presidente, e soprattutto da quando ha cominciato a parlare di una legislazione per il controllo delle armi, in America «la minaccia di violenza appare incombente» ha avvertito, poco meno di un mese fa, il Southern poverty law center, che monitorizza i gruppi antigovernativi di estrema destra «cresciuti dell’813 per cento negli ultimi 4 anni. È una seconda ondata dopo le bombe di Oklahoma». Il direttore degli studi sul terrorismo dello stesso Center, Arie Perliger, ha sostenuto che le analisi sugli incidenti interni appaiono «sistematicamente limitate».

Quanto è attendibile la pista di Al Qaeda?
Due bombe sul percorso della maratona di Boston hanno fatto subito pensare a «un attacco coordinato e pianificato», come ha dichiarato la sera stessa della strage una «fonte anonima, ma qualificata» della Casa Bianca. Chi, se non Al Qaeda, è abituata a operare in questo modo? I capi jihadisti ancora in libertà, dalla Giordania allo Yemen, al Mali, sono intervenuti nei siti abituali dell’estremismo islamico esprimendo gioia e augurandosi che «le esplosioni siano atti della jihad». Ma il traffico di messaggi monitorato nelle settimane scorse dall’Homeland security non ha fatto emergere alcun allarme. L’organizzazione privata Site intelligence, interpellata da Panorama, rivela che nell’ultimo numero della rivista Inspire, pubblicata il 1° marzo scorso dalla filiale di Al Qaeda nella Penisola arabica, è stato pubblicato un manuale a uso del «mujaheddin solitario», che insegna a fabbricare artigianalmente le bombe da fare detonare a distanza.
Nel maggio 2012 la stessa rivista, nella sua nona edizione, ha reso noto uno scritto dello stratega di Al Qaeda, Abu Musab al- Suri, che incita i jihadisti di lingua inglese ad attuare «operazioni da lupo solitario» in grado di fare «il maggior numero possibile di vittime fra i civili, che sono i più importanti obiettivi in America e nei paesi occidentali in generale». Devono essere colpiti, in particolare, secondo al-Suri, «durante gli eventi sociali annuali, nelle fiere internazionali, nelle manifestazioni sportive affollate».

Giro di vite
Subito dopo la strage di Boston la Cia e la National security agency hanno cominciato a setacciare tutte le telefonate effettuate da cellulari e i messaggi sms nell’area di Boston nelle due ore che hanno preceduto lo scoppio delle due bombe. Le stesse agenzie hanno analizzato il traffico internazionale per scoprire se qualcuno legato al terrorismo internazionale parlava dell’attentato prima che fosse attuato. L’Fbi e la polizia locale hanno messo sotto sorveglianza diversi sospettati. «Li prenderemo» ha giurato Obama. Molti ora si chiedono se le già restrittive leggi sull’Homeland security e sul Foreign intelligence surveillance act saranno ulteriormente rafforzate nel momento in cui i gruppi sui diritti umani protestano da tempo per le gravi violazioni e per le torture. Di certo ci sarà un’ulteriore stretta sulle misure di sicurezza nel corso di eventi con grandi folle.
I servizi di sicurezza di tutto il mondo hanno intensificato la raccolta di informazioni per timore di attentati simili a quelli di Boston (a cominciare dalla prossima maratona di Londra). Ma sia che a commetterli siano stati i gruppi «patriottici» sia i cloni di Osama Bin Laden quello che preoccupa un po’ tutte le polizie del mondo è il nuovo trend del terrorismo: il lupo solitario. Bastano due o tre fanatici o anche uno solo per trasformare un giorno di festa e di sport in un evento di morte e di dolore.